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tgbh 1Vincitore del gran premio della giuria a Berlino in un’annata dalla selezione parecchio deludente, The Grand Budapest Hotel conferma il livello impressionante di coerenza narrativa e stilistica che Wes Anderson riesce a mantenere pellicola dopo pellicola. Tanti altri sceneggiatori e registri dallo stile così marcato ci hanno insegnato quanto sia facile rompere l’equilibrio che rende eccesso e stravaganza gradevoli, non riuscendo mai a replicare i fasti d’inizio carriera. Ad Anderson invece si può solo rimproverare l’andamento orizzontale della sua linea qualitativa, appena intaccata da un crescente immobilismo di tematiche e soluzioni narrative. Il resto è da applausi.

Wes Anderson è un abilissimo costruttore di mondi, operazione mai semplice in un medium così castigato per tempistiche come il cinema. Quello che sulla pagina scritta o nella serialità prende pagine e minutaggio prezioso, lui riesce a miniaturizzarlo nell’impressionante impalcatura visiva di ogni suo film, tanto che a ripercorrerli nella mente sembrano micromondi racchiusi in biglie di vetro. Nel caso in esame questo è ancora più vero, perché al centro di un intricato gioco di cornici narrative e temporali è posizionato l’imponente Grand Budapest Hotel, ritratto dai fasti della località termale di lusso nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka fino alla decadenza dell’era comunista in quello che è un ritratto stilizzato e pieno d’allusioni al perduto impero austroungarico. Non a caso Wes Anderson e Hugo Guinness citano come fonte d’ispirazione il corpus letterario di Stefan Zweig, forse il massimo esponente dello spaesamento dei esponenti del bel mondo viennese all’evaporare dello stesso dopo la Prima guerra mondiale.

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Anima dell’albergo e di quell’attitudine volta ad ignorare la decadenza di un sistema culturale e di valori che ha plasmato un impero, il leggendario concierge Gustave H, incarnato in un Ralph Fiennes alle prese con un ruolo che richiede tutta la sua maestria per rendere le numerose sfaccettature del suo istrionico personaggio con naturalezza e affabilità. Insucuro e vanesio, preciso e altruista, il grande direttore d’orchestra dietro i corridoi dell’albergo è affiancato dal garzoncello Zero (l’esordiente guatemalese Tony Revolori), contraltare ingenuo e pratico alla ricercatezza artificiosa e talvolta un po’ insensibile sul suo capo. Il racconto di come Gustave affronti l’accusa di aver ucciso la ricca vedova ottantaquattrenne Madame D. (una Tilda Swinton invecchiata ad arte con un trucco e parrucco che hanno richiesto 5 ore di lavoro al giorno) è presentato al giovane Scrittore (Jude Law) da uno Zero ormai adulto e proprietario dell’edificio ora decadente, cornice a sua volta contenuta dal racconto dello Scrittore divenuto famoso, che spiega come sia venuto a conoscenza della vicenda raccontata nel suo libro.

A colpire è quanta malinconia, brutalità e morte si celino dietro le estreme saturazioni delle tinte pastello e i modi garbati ed efficienti di tutti i protagonisti, cattivi inclusi. La pacatezza del film è tale che solo a posteriori le azioni dello scagnozzo di Willem Dafoe o l’epilogo del viaggio in treno di Gustave, Zero e la pasticciera Agatha (Saoirse Ronan in un perfetto contraltare femminile al duo dei protagonisti maschili) emergono nella loro drammaticità, mentre a un primo impatto è la malinconia a farla da padrone, un sentimento di intensa nostalgia che il paragone tra i due viaggi in treno e le tre gestioni dell’albergo mettono immediatamente alla luce. Forse il merito più grande del film è di aver reso su schermo l’atmosfera di tanti romanzi dove autori e personaggi viennesi si muovono in un mondo con il crescente presagio di stare per assisterne alla fine (qualcosa di simile a “La Cripta dei Cappuccini”, ottimo libro di Joseph Roth con le medesime atmosfere).

Impossibile non spendere due parole anche sullo sforzo produttivo che ha portato la troupe a Görlitz, piccola cittadina tedesca in cui è stato possibile costruire e ricostruire le varie versioni del Grand Budapest, utilizzando gli edifici preservati nel tempo come esterni. A rendere l’atmosfera tipica dell’Europa centrale ci pensa anche la colonna sonora di Alexandre Desplat, un compendio di musiche alla Anderson ma suonate con strumenti tipici di quelle zone, rifuggendo un po’ dai più classici strumenti orchestrali. Spicca anche il lavoro a cavallo tra ricostruzione storica e ispirazione pittorica della costumista Milena Canonero, ispiratasi a Klimt per gli abiti della Marchesa D.

Volendo trovare un limite alla pellicola, è quello di riproporre una serie di temi e scene à la Anderson, rimescolandole in una diversa sequenza ma aggiungendo poco di inedito: l’evasione, la profferta d’amore cortese, i viaggi in treno, senza nemmeno tirare in ballo tutta una serie di scelte registiche (i 3:4, i fondali dipinti, lo stop motion) che sembrano mirare più del solito a una resa stilizzata e meno realistica della storia. Inerzie.

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Lo vado a vedere?
L’unica controindicazione è verso chi non ha mai amato Anderson e il suo cinema d’emozioni soffuse e azioni centellinate. Se già in passato vi siete divertiti con le sue pellicole o amate molto l’ambientazione europea decadente, cercate di recuperarlo.
Ci shippo qualcuno? Immagino che volendo tra i due protagonisti si possa vedere del tenero. Per il resto, il cast è talmente lungo e pieno di aitanti attori inglesi che non mi stupirei di veder spuntare qualche abbinamento inaspettato.
Momenti memorabili: la scena del gatto dell’Avvocato della famiglia D. e ogni altra apparizione di Willem Dafoe.

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