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noah1Temevo così tanto che Darren Aronofsky avesse sfornato un nuovo “The Fountain” (film che non ho ancora rivisto dall’uscita in sala e so che molti lo hanno rivalutato a posteriori) che ho indugiato parecchio prima di andare al cinema. Dalle reazioni mediamente scettiche e dal soggetto poco capace di conquistarmi, non mi sentivo pronta a farmi deludere dal regista che mi regalò “Black Swan”.
Noah si è rivelato un curioso mix di sensazioni prevedibili e inaspettate. Da una parte è dura digerire il fatto che un regista del genere consumi anni della sua preziosa vita ad adattare su grande schermo un componimento poetico sulla colomba della pace che scrisse quando era alle scuole medie, dall’altra, pur essendo un kolossal biblico fatto e finito, non manca di rivelarsi ampiamente come frutto del proprio creatore.

Lo scoglio da superare è sempre quello: se non ci fosse stato il nome di Aronofsky sulla locandina che giudizio avrei dato al film? Sicuramente avrebbe pesato in positivo l’impatto visivo del film, che mischia l’autorialità del regista con un registro spiccatamente iconografico, proprio dei grandi kolossal biblici. Quelle sagome scure contro un cielo dai colori impossibili, quegli spezzoni a velocità aumentata sulle tappe fondamentali della genesi, la resa stessa dei Vigilanti comunicano in maniera intuitiva e immediata la carica simbolica e allegorica di quanto viene raccontato nell’Antico Testamento. Senza contare che i paesaggi alieni, selvaggi e primordiali dell’Islanda sono già un effetto speciale, senza scomodare l’animazione di animali voluti a somiglianza degli attuali ma chiaramente preistorici.
Altro punto controverso è ovviamente il rimaneggiamento della materia biblica; storia che non dura più di mezza paginetta in tutto, su cui Darren Aronofsky incolla altri episodi biblici in maniera spacciatamente fedifraga (forti prestiti dalla vicenda di Isacco uniti al grande classico della donna sterile che si fa da parte da sé, senza contare la Genesi o i numerosi episodi legati alle città empie), passando poi a intessere temi più personali e sentiti. L’effetto qui è abbastanza altalenante e, più che per una questione di sentito religioso, proprio per la resa emotiva del racconto. I rimaneggiamenti all’interno della materia biblica li ho trovati forti e capaci di trasmettermi angoscia; se le fasi finali della storia di Ila mi hanno scosso è stato più per la scrittura forte che per la recitazione un po’ troppo “recitata” di Emma Watson, mentre è semplicemente geniale la resa sonora del diluvio universale, che dà finalmente ragione della natura di sopravvissuto agli eventi ma non al senso di colpa di Noè con una scena che, veramente, è la colonna sonora del concetto di ecatombe. Quello che gli abitanti dell’arca sentono rende ancor meglio del racconto originale la tragicità insita nella figura del giusto prescelto da Dio. Dio dell’Antico Testamento che è di un sadico allucinante…io adoro il Dio dell’Antico Testamento e tutti i suoi ripensamenti, le sue ripicche, le sue torture psicologiche e le tentazioni che ti mette davanti per la sola goduria di vederti soffrire. Dai, quella di Mosè era veramente sporca. Come se portarsi in giro gli ebrei nel deserto non fosse già una punizione più che compensativa di qualsiasi tentennamento. Ehm, dicevamo?

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Ho invece trovato per la maggior parte pretenziose le aggiunte figlie di convinzioni personali del regista passate come verità rivelate e assolute. Come spettatrice, amo che mi venga mostrato qualcosa, anche se apertamente “di parte” e che lo si sostenga appassionatamente, lasciando però intendere che si tratti di una posizione, non di una verità incisa su pietra. Quando mi vogliono insegnare la lezioncina perché io non so ma è così a me cascano sempre le braccia. La vocazione vegana e animista di questo film mi ha urtato più che mai e senza neppure tirare in ballo il fatto che tentare di farmi passare la lezioncina de “la carne non si mangia perché ti rende malvagio, lo dice Dio” quando nell’Antico Testamento alla discesa dall’Arca, il Creatore dice a Noè più o meno “Bon, ecco, abbiamo salvato anche gli animali che così c’hai da mangiare. Mi raccomando per la storia del sangue, ma sostanzialmente sono la tua cena“. Il che peraltro vanifica un po’ la componente ambivalente di malvagità e innocenza che dovrebbero contenere tutti i personaggi, tanto da far decidere a Noè di programmare l’estinzione dell’umanità per lasciar spazio agli innocenti, ovvero gli animali (cfr. nella Bibbia Dio è tanto carino che ha già deciso che un tot di animali sono immondi e di quelli si preserverà un numero minore di coppie. Lo so, è adorabile nel suo dispotismo!). Se poi mi lasci a intendere che la malvagità la ingerisci con un etto di carpaccio, beh, ma che stiamo qui a porci domande esistenziali sulla natura dell’uomo? D’altronde, si sa: quando si parla di rielaborazioni religiose è la via più diretta per scoprire le più radicate convinzioni di chi le rielaborazioni le scrive, vedi i vari Gesù cinematografici che incarnano ognuno un tratto forte del carattere del proprio creatore. In ogni caso preferisco la presentazione sognante dei deliri new age di “The Fountain” a questa sorta di verità riconosciuta di stampo biblico inserita qui.

Altro posizionamento che non mi ha proprio convinto è il forte respiro ebraico ortodosso che assume l’intera faccenda. Al di là delle polemiche per un cast completamente caucasico in una tematica che funziona come i ritratti della Madonna (il vestito, la posa e l’etnia della Madonna più che di religione parlano dell’epoca in cui è stato realizzato il dipinto), la famiglia patriarcale e l’ossessione per la discendenza mi hanno richiamato alla memoria il pregiudizio che mi sono formata a furia di film e libri scritti da/su questo tipo di comunità. Anche qui, il cast funziona a intermittenza. Ho trovato ben assortiti Jennifer Connelly,l’interprete più credibile in un simile contesto primitivo (e che desidero vedere sempre più in un film all’altezza del suo talento) e Logan Lerman, finalmente alle prese con un ruolo (quello del giovane infoiato, in sostanza) che mi consentisse di accertarmi che è capace al di fuori dei ruoli da ragazzo sensibile. Spesso mi chiedo se Anthony Hopkins e Michael Caine sentano mai l’irrefrenabile bisogno di mandare tutti a quel paese per il continuo typecasting da nonno. Chissà, in ogni caso Hopkins lo vedo molto annoiato. Emma Watson invece si vede lontano un miglio che è un rimpiazzo e, per quanto ci metta del suo, non ha proprio l’aura da persona primitiva e/o inserita in un’era mitologica enormemente passata o futura. Russell Crowe non è nemmeno una scelta così sbagliata, specie in materia di fisicità. Certo che con un attore capace di valorizzare il suo lato brutale e masochista sarebbe stata tutta un’altra storia.

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Lo vado a vedere? Bisogna rassegnarsi alla realtà: per motivi a noi incomprensibili, Aronofsky ha deciso di realizzare un kolossal primitivo/biblico, non privo dei suoi tocchi deliranti e visionari, ma comunque più convenzionale e meno controverso della sua media. Tutto sommato è perdibile, però è comunque vedibile senza troppe complicazioni.
Ci shippo qualcuno? O è la faccia eternamente adolescenziale di Lerman o la sua vicinanza al mega cattivo del film ha un che di sospetto.

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