Tag

, , , , , ,

lockeFilm come Locke sono importanti oltre il loro livello qualitativo, perché ci ricordano come la sperimentazione sia ancora possibile nel cinema, anche con pochi mezzi economici. Presentato a Venezia 70 (un’edizione in cui i titoli migliori erano tutti fuori concorso) Locke è un piccolo film che non sembra tale, capace di addentrarsi nella sperimentazione artistica senza mai perdere per strada il pubblico.
Certo, l’impatto iniziale non può che lasciare interdetti: dopo una giornata di duro lavoro, Ivan Locke sale in macchina, attacca il cellulare alla connessione bluetooth dell’auto e comincia a fare e ricevere chiamate, destinate a cambiare radicalmente la sua vita nel corso di una notte. Non vedrete altro volto oltre a quello di Tom Hardy, che non uscirà mai dall’abitacolo per l’intera durata della pellicola.
Suona come un film dalla pesantezza micidiale e invece proprio no.

Stavolta dovrete andare sulla fiducia, perché anticipare poco più dell’incipit della trama vorrebbe dire ridimensionare la vostra esperienza di visione. Infatti Steven Knight (già sceneggiatore di “Eastern Promises”) fa funzionare il suo film a livello di scrittura, confezionando una storia a suon di telefonate che saggiamente destano sempre nuove domande nello spettatore, rivelando ordinatamente gli antefatti della notte trascorsa al volante da Locke fino a risalire agli eventi formativi della sua vita, quelli che l’hanno reso l’uomo che è. Anche se il ritmo non è incalzante, è proprio il continuo dispiegarsi della trama a mantenere lo spettatore attento ed incuriosito, perciò sarò di nuovo qui a parlare in termini assolutamente generali e confusi del nulla, per il vostro bene.

Knight avrebbe potuto giocarsela in tanti modi, magari concedendo un profilo più accattivante e un vissuto più cinematografico al suo protagonista, invece la sua soluzione è basilare: Locke a un primo esame sembrerebbe un uomo comune con una quotidianità mai eccezionale spalmata sulla sua vita, sulle sue telefonate, sulla sua macchina. In un certo senso lo è, ma il lavoro di caratterizzazione è tale che sono i fantasmi della sua personalità a rivelarne l’eccezionalità. Ivan Locke è un personaggio unico proprio per il tipo di vita “normale” che conduce, per come le esperienze del suo passato abbiano forgiato il suo carattere e per come influenzino le scelte della notte raccontata nel film. Steven Knight prende la strada più difficile, quella che racconta l’eccezionalità nascosta nell’individuo comune, senza mai farlo uscire dalla sua quotidianità. Ho molto apprezzato anche la scelta poco battuta di mettere al volante un protagonista dai forti connotati positivi, figli di esperienze che generalmente nella narrativa preludono a svolte ben più drammatiche. Locke non è un santo e anche nei suoi momenti migliori è influenzato da un retaggio psicologico fortissimo. Nel suo abitacolo ci sono molte ombre, molti fantasmi, gestiti però in maniera sorprendentemente neutrale, mai calcata.

locke3

Ovviamente tutto questo lavoro di scrittura funziona per merito del protagonista assoluto, un Tom Hardy ancora una volta sorprendente. Zitto zitto Tom Hardy si sta infilando in tutta una serie di film notevoli, molto più di altri attori il cui talento è ben più visibile e riconosciuto. Questo per dirvi che non mi stupirei di vederlo tra qualche anno con una statuetta in mano e tra qualche decennio tra “Gli Attori” della sua generazione. Anche qui gestisce alla perfezione un ruolo in cui la telecamera è ossessiva, asfissiante, in cui la gestualità è compromessa dal poco dinamismo del setting, in cui non c’è nemmeno il volto di un altro attore con cui confrontarsi, ma solo voci distanti. Hardy gestisce tutto in maniera calibrata, senza mai uscire da quella recitazione in sottrazione, nemmeno nel paio di scene in cui il film mette alla prova la sospensione d’incredulità dello spettatore. L’aspetto più encomiabile è la capacità dell’attore di restituire una vibrazione opposta rispetto a quella dei ruoli in cui siamo abituati a vederlo in maniera assolutamente credibile.

Due parole sulla realizzazione, perché è una storia che vale la pena di raccontare. Il film è stato girato in sole sei notti, mettendo alla guida Hardy e facendogli ricevere le telefonate nell’ordine stabilito dalla sceneggiatura, inoltrate dalla stanza d’albergo dove si trovava il resto del cast. Il film è stato perciò recitato dall’inizio alla fine seguendone la naturale cronologia per sei notti consecutive. Questo approccio ha portato ad alcuni cambiamenti sulla sceneggiatura. Per esempio il raffreddore del protagonista è stato inserito perché Tom Hardy aveva in quei giorni una forte influenza e sarebbe stato impossibile girare senza che questo aspetto venisse alla luce. La BMW usata per il film emetteva una fastidiosa segnalazione sonora quando era a corto di carburante. Le reazioni di Tom Hardy, innervosito perché la scena era da rifare ogni volta che il segnale acustico si attivava, sono state conservate nel montaggio finale.

Ultima nota, la mia personale epifania avvenuta sui titoli di coda. Sapete chi è il produttore esecutivo di questo piccolo ma riuscitissimo film? Joe Wright. Quel Joe Wright.

locke
Lo vado a vedere? Osannato dalla critica e moderatamente apprezzato dal pubblico, Locke non è certo il film d’intrattenimento per una serata divertente con gli amici ma riesce con notevole maestria ad evitare derive artistoidi o svolte troppo PESO. Davvero una bella visione, imperdibile per gli appassionati di cinema sperimentale / indie / d’autore, stile studente del Dams, ma anche per chi dai film vuole soprattutto l’originalità. E, diciamolo, Tom Hardy in una versione così rassicurante è tutto un I wanna have your babies.
Ci shippo qualcuno? Beh, direi che qualche difficoltà tecnica c’è, ma contando che Donal lo interpreta Andrew Scott non voglio dire no a priori.

Advertisements