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maleficent movie posterIl filone dei film live action intenti ad ammodernare fiabe Disney, iniziato con l’inspiegabile successo dell’Alice burtoniana (unica nota positiva: ha lanciato Mia Wasikowska) non ha fatto che portare sventure e disastri al botteghino, limitandosi nella migliore delle ipotesi a picchiare selvaggiamente il residuato della nostra infanzia. In un periodo in cui anche la Disney fatica a lanciare nuovi franchise nonostante le acquisizioni di spicco (Pixar, Abc, Marvel) e in cui le idee stanno a zero, avere un bacino pressoché illimitato di storie già rodate da rielaborare è una tentazione che nessun grosso fallimento al botteghino può davvero sopire. Ed ecco che arriva anche Maleficent, film dedicato a uno dei cattivi cinematografici più iconici di sempre, col l’intento di esplorare le cause e gli intenti dietro una malvagità senza limiti (dai, i battesimi in genere sono una discreta palla, roba da lanciare una maledizione se ti invitano, non il contrario).

Tralasciamo per un momento l’operazione fatta sul personaggio di Malefica e analizziamo il film in sé. Una pellicola destinata a un pubblico di famiglie, incapace di sfruttare quei pertugi comici che la possano rendere davvero allettante anche per un pubblico più maturo. Maleficent è una sorta di “Enchanted” meno riuscito, la fiaba rielaborata in cui alle parti musicali si è sopperito con un vagone di effetti speciali scadenti, l’equivalente cinematografico appena un po’ più dignitoso di quanto Disney combina con le serie tv della Abc (mi riferisco a scempi stile “Once upon a time”). L’aspetto davvero orripilante è la realizzazione delle tre fate madrine in motion capture, uno dei risultati più gretti mai visti, quando sarebbe bastato utilizzare un effetto miniaturizzante alla Kylie Minogue in Moulin Rouge, forse persino più economico date le poche scene in cui le fate compaiono in versione mignon. L’impressione generale non è certo quella di trovarsi di fronte a un film costato 200 milioni di dollari, anzi, pare una pellicola molto più economica, soprattutto considerando che si è risparmiato anche sul piano della regia, pescando un illustre sconosciuto come Robert Stromberg. Questa scelta non ha pagato perché nonostante il film sia pieno di riprese potenzialmente affascinanti (i voli di Malefica, i combattimenti al castello e all’ingresso della brughiera) una regia piatta e sciatta non ne valorizza le potenzialità.

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Il film viene retto interamente da Angelina Jolie, assoluta protagonista della sceneggiatura, attrice che ormai centellina le sue apparizioni su grande schermo. La Jolie viene inseguita quasi morbosamente dalla cinepresa, intenta a sottolinearne la bellezza plastica del volto (in tutti i sensi, purtroppo), le movenze e i costumi via via più dark e sexy. Di suo l’attrice ci mette impegno, ironia e dedizione alla causa, tanto da mettere sul piatto un’interpretazione affascinante e divertente, promuovendola come controparte umana a un personaggio tanto amato.
All’approfondimento della figura di Malefica, dalla sua infanzia fino al trauma che la tramuta in una creatura malvagia, viene però sacrificato l’approfondimento del resto dei personaggi, tanto che Aurora sembra un po’ svampita nel suo testardo ottimismo e il nuovo Re Stefano, personaggio in potenza parecchio interessante, prende sulle sue spalle l’eredità del villain originale: è cattivo perché sì. Peccato, sia perché spostare il quid di cattiveria non rende compiuto un film che vorrebbe spiegare la malvagità e invece si limita a puntare il dito su un altro persoanaggio, senza contare che se c’è un attore che avrebbe potuto rendere ambiguo e interessante uno Stefano meglio scritto quello è proprio Sharlto Copley. Elle Fanning dimostra di essere una seconda scelta rispetto alla ben più talentuosa sorella, scelta più per una certa rassomiglianza al canone principesco disneyano che per meriti recitativi, anche se il suo ruolo è talmente irritante nella sua fatalità che sarebbe quasi ingiusto addossare a lei tutta la colpa.

Insomma, un film abbastanza scadente, magari buono da vedere in TV in una serata povera di prospettive. Considerando però l’operazione effettuata sul personaggio di Malefica dalla sceneggiatura di Linda Woolverton, operazione che scagiona una Jolie ben più impegnata del solito, non si può che rimanere offesi da tale abominio. Analizzando il passato e l’infanzia che dovrebbero spiegare le origini della malvagità di Malefica da innocuo girl power movie otteniamo un risultato che farebbe aborrire la più mansueta delle casalinghe, senza nemmeno scomodare i cinefili. Quello che veramente mi manda fuori dai gangheri è che Disney prenda uno dei suoi cattivi migliori e lo privi del suo elemento chiave, la cattiveria. Malefica qui è un personaggio iperpositivo, redenta persino da quello che dovrebbe essere il suo apice di malvagità. Una creatura mite, generosa e, arghhhhh, con un forte desiderio di maternità. MACCCOSA!?!? Dietro l’ironia si cela poco più di una donna guidata dagli ormoni a desiderare di essere una figura protettiva e materna, tanto di diventare una stalker dotata di magia perché le fate madrine (figure femminili da denuncia, tutte e tre!) sarebbero direttamente da telefonata ai servizi sociali. Un personaggio magari anche interessante eh, a meno di non spacciarlo per Malefica, una così cattiva che ride soddisfatta dopo aver rovinato il battesimo più sfarzoso di sempre. Una che si trasforma in un drago se ha quei due minuti di incazzatura, una che come animale domestico ha un corvo che si chiama Fosco, no dico.
Un quadro raggelante, superato (se non asfaltato) in complessità moderna della figura femminile antagonista proprio dal lungometraggio animato del 1959. Anni ’60 e non si sentiva il bisogno di ridurre la malvagità femminile a un inappagato desiderio di maternità. Disney, prendi appunti.

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Lo vado a vedere? A meno di non aver pargoli da acquietare o di non essere in grado di spegnere completamente il cervello per godersi la performance della Jolie senza venir toccati dall’abominio tutt’intorno, NO.
Chi shippo qualcuno? Teoricamente ci starebbe qualche tono lesbo, se non venisse ammazzato dalla maternità opprimente di chi madre non è.

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