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tracks mpFinalmente, eccoci qui a parlare della fonte d’ispirazione della nuova testata del blog. Presentato l’anno scorso a Venezia, “Tracks” ha sostanzialmente raccolto il consenso generale, senza però far registrare alcun picco d’entusiasmo. Un riscontro positivo ma freddo, nonostante il torrido setting della pellicola.
Anche io mi accodo al responso generale, anche se devo dire che il biopic della folle avventura di Robyn Davidson (4 cammelli e un cane per attraversare a piedi l’Australia occidentale in solitaria “attraverso il deserto”, grazie sottotitolo italiano!) mi ha conquistato ben più di quanto avessi inizialmente previsto. Non che la pellicola abbia nulla in più di quanto ci si aspetterebbe da una storia del genere: bellissime riprese di paesaggi selvaggi e incontaminati (o quasi) e momenti di crisi esistenziale.

Confermando l’attuale tendenza al biopic frammentario, incentrato su un lasso di tempo piuttosto contenuto, “Tracks” non esce dal sentiero (ah!) tracciato dai suoi predecessori, rivelando un approccio canonico al genere, con tanto di foto della vera Robyn Davidson sui titoli di coda. C’è da dire che l’avventura in sé è talmente ricca di spunti originali da uscirne esaltata da un approccio così familiare, che fa risaltare le peculiarità di questa spedizione.
La storia è presto detta, una sorta di “Into the Wild” con protagonista femminile e location dal clima opposto. Robyn, una ragazza australiana sulla ventina che sbandiera con orgoglio il nichilismo dei giovani degli anni ’70, decide di utilizzare i cammelli per attraversare l’Australia occidentale. Già qui il film prende una strada inaspettata, concentrandosi a lungo sui preparativi necessari per la spedizione: non ci si improvvisa signora dei cammelli in qualche settimana, soprattutto se si è spiantati e senza un soldo. La lunga fase introduttiva permette allo spettatore di conoscere già la protagonista ben prima che il viaggio inizi, acquisendo progressiva conoscenza del suo carattere schivo e solitario, del suo amore per la vita essenziale e senza costrizioni.

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E qui bisogna ammettere che forse è stato un bene che i tentativi precedenti di portare questa storia sul grande schermo siano naufragati, perché dopo aver visto il ritratto dato da Mia Wasikowska a un personaggio tanto lontano dalla consueta figura femminile al cinema pensare al suo posto una Nicole Kidman o una Julia Roberts (le attrici contattate in precedenza) risulta davvero difficile. Data la natura stessa della storia, Mia Wasikowska si porta tutto il film sulle spalle e lo fa in maniera assolutamente convincente, sfruttando una certa somiglianza con l’avventuriera e rendendo palpabili e comprensibili le forti emozioni che la scuotono nel suo viaggio anche quando, stando seduti al fresco di una sala cinematografica, risulta davvero difficile capire perché. In generale ammiro sempre più Mia Wasikowska, oculata nello scegliere i copioni e diversificare i ruoli, progressivamente sempre più mimetica nel calarsi con apparente naturalezza in personaggi ben diversi tra di loro. “Tracks” è una delle sue prove migliori, e non solo perché giocoforza è sempre sotto i riflettori. La forza con cui riesce a rendere comprensibili le profonde motivazioni della ragazza, ben prima che il film si inoltri più a fondo nel suo passato, a mostrare il perché di reazioni sempre più estreme (toccante specialmente quando le diventa via via più faticoso relazionarsi al resto del genere umano) assicura la riuscita del film.

Adam Driver (che forse ricorderete come il povero cristo di “Girls”) ha un ruolo ben più risicato, ma contribuisce a donare personalità e realismo al film. A differenza del racconto senza briglie o impedimenti di Sean Penn, John Curran introduce ancor prima della partenza il compromesso nell’avventura di Robyn: il viaggio è pagato dal National Geographic e, per farcela, Robyn deve sopportare le periodiche pause fotografiche imposte dal reporter che l’ha aiutata ad ottenere il finanziamento, Rick. Questo continuo alternarsi tra viaggio e reportage, tra autentico e verosimile, rende particolare il ritmo del film, impedendo a Robyn e allo spettatore di dimenticarsi davvero del resto del mondo.
Il fotografo, da subito apertamente interessato a lei, in un bel ribaltamento passa dall’essere il supplizio settimanale di Robyn alla sua ancora di salvezza quando il viaggio finisce per metterla di fronte agli inevitabili fantasmi del passato. In questo frangente così intimo, “Tracks” riesce a non risultare irritante come purtroppo per me erano stati gli iperbolici “Into the Wild” e “127 Ore”.
Il resto lo potete immaginare da voi: lande selvagge e bellissime, incontri rivelatori coi Maori, una sensazione di calore sulla pelle che ti segue all’uscita dalla sala.
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Lo recupero? Non è imperdibile, però è ben oltre dal dover giustificare la sua esistenza e, dato la durata ridotta, può essere un recupero piacevole. Ovviamente se amate il genere avventuroso / paesaggistico / stronzi in solitaria che si cacciano in situazioni pericolosissime solo per superare i loro blocchi interiori, beh, probabilmente l’avrete già visto.
Ci shippo qualcuno? Il cammello selvatico sembrava parecchio preso dai cammelli domestici…scherzo!

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