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jerseyb mpAlmeno nonno Clint è onesto.
Il suo film musical-biografico non è che lo spaccia per un gran pezzo della sua filmografia da vedere subitissimo sennò guai, no, glielo fanno uscire in piena estate come una pellicola così innocua e dimessa merita. Grazie Warner Bros! Che poi è una tattica sensata perché tra residuati bellici del 2008 -sì, questo giovedì BIM farà uscire un film del 2008 con selling point il protagonista/attore morto male – e roba improponibile che ti grattuggia gli occhi al solo fissarla Jersey Boys è indubbiamente l’uscita meno peggio della settimana.
Dopo un ventennio potrebbe sembrare che a Clint Eastwood sia venuto questo capriccio musicale da adattamento cinematografico del musical di successo, invece no, qualcuno si ricorda ancora “Bird”, suo film de 1988 dedicato a Charles Parker. Jersey Boys ha al centro le vicende canoro biografiche del The Four Seasons, gruppo rock (o almeno la spacciano così nel film) che i giovini e gli ignoranti come la sottoscritta non dirà nulla, almeno fino a quando non attaccheranno a cantare i loro successoni.

Jersey Boys non è né brutto né bello, è solo una questione di proprietà transitive. Ti è piaciuto “Dreamgirls”, hai smaniato per vedere Les Mis nonostante tutti ti avessero detto che durava millemilia ore o, più in generale, non disdegni i musical anche quando sono sul grande schermo? Ecco, allora “Jersey Boys” ti piacerà. Non c’è niente da vedere e i film sopracitati non ti hanno fatto orrore? Passerai due ore e un quarto gradevoli. Ti fanno schifo i musical o sei un purista del palco teatrale? Non andarci. Fine della storia.
Difficile non tirare in ballo i suoi predecessori in campo musical biografico, dato che il film mantiene gli stessi punti fermi e persino lo stesso registro visivo. In particolare ricorda molto “Dreamgirls”, sia per la parabola intrapresa dal gruppo sia per come questa viene calata nel preciso periodo storico, con tanto di abiti, acconciature e interni studiati per l’occasione. Riguardo alla storia, una sorta di miscuglio tra musical e libro biografico a tema, probabilmente era già stata selezionata ai tempi del musical per l’alto numero di successi orecchiabili all’attivo del gruppo e per la presenza dell’immortale sequenza di sogni -> fama e successo -> vita personale a rotoli -> il dramma! -> il riscatto -> raggiungimento di un equilibrio e/o morte brutta che il quartetto originale ha seguito al pari del più tradizionale dei film di questo genere.

Clint Eastwood si limita ad adattare su schermo quanto aveva già funzionato a teatro, con una regia gradevole ma senza troppi guizzi. Un paio di scelte azzeccate però gli vanno riconosciute:
1 – vanta tra i produttori Frankie Valli stesso, a riprova che non farà cazzate come “Grace di Monaco”
2- sceglie tutte facce nuove, fresche, prese dai vari allestimenti americani del musical, assicurandosi attori all’altezza delle esecuzioni dal vivo che vuole per il film e un senso di nuovo e inedito che un volto noto a la Beyoncé avrebbe distrutto
3- Negli ultimi 10 minuti si slega dalla rappresentazione realistica, lasciando spazio a qualche impostazione più scenica e a una bella metafora geriatrica.

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Il limite del film viene ereditato dal musical, con una certa artificialità della rappresentazione dei personaggi e della loro vita sentimentale. Se i ridotti spazi teatrali e il fatto che le persone cantino le proprie emozioni concede al palcoscenico un livello d’artificio maggiore, il film compie lo stesso errore, pur potendo godere di un media che al contrario dovrebbe puntare su una drammatizzazione realistica dei risvolti biografici. Invece il film si limita a mettere in scena il lato personale del quartetto, non rendendo mai davvero partecipe il pubblico delle svolte drammatiche della loro vita prima e dopo il successo. I personaggi interpretano il dolore, lo smarrimento, la rabbia, ma senza sembrare viverle davvero, mancando completamente di costruire un rapporto col pubblico. Persino la ricostruzione sembra più patinata del dovuto. Un esempio: Frankie Valli, il vocalist del gruppo e il solista emerso dopo la rottura, ha una figlia dipendente da pillole che scappa di casa. Difficile però crucciarsi per lui dato che la suddetta nel punto più basso della fuga continua a mantenere l’aspetto di un’adolescente ben nutrita, lavata, profumata e pettinata, quasi ad occultare a livello visivo il dramma di una che scappa di casa senza un soldo e vive per strada (nota di colore: il suo amico però c’ha una faccia da barbone tossico che levati).

Se questa impostazione molto trattenuta e puntuale della storia impedisce che al pubblico importi veramente qualcosa dei protagonisti, in Italia c’è un ostacolo in più, ovvero il risvolto italoamericano della faccenda. Come il titolo suggerisce, i tre quarti dei The Four Seasons provenivano dal New Jersey, quartiere malfamato, dominato dalla criminalità e dal cattivo gusto tamarro. I protagonisti entrano ed escono dal carcere, protetti dal boss Gyp DeCarlo (un Christopher Walken sornione il giusto) e da un ambiente che ricalca ogni possibile stereotipo del familismo degenerato tipico degli italoamericani, mamma che ti dice di rientrar presto la sera compresa. Non che non ci sia un fondo di verità in tutto questo (ricordo una cena a China Town al fianco di una famiglia che superava di qualche spanna le peggiori rappresentazioni caricaturali), però il tutto è così calcato e ridicolizzato da vanificare quella vena di criminalità divertita e bonaria incarnata da Tommy e Nick, facendo sembrare savio oltre il necessario Bob, interpretato da un ottimo Erich Bergen, capace di abbandonare tutto il sottobosco mimico del musical, operazione che proprio non riesce a John Llyod Young.

JERSEY BOYS

Lo vado a vedere? Sicuramente non è imperdibile e si dimentica in fretta, ma al cinema non c’è un granché e quindi, a meno che abbiate una passione perversa per i film con gli attori morti male, si può fare.
Ci shippo qualcuno? Ma ovviamente sì, e non solo per il gaio produttore che rimediano ad inizio film. Personalmente no, ma parliamone, dai. Già il contesto musical e gli attori di Broadway tendono a rendere più sfumati i confini, ma figurati se in un quartetto di giovani uomini che si fanno scenate tra di loro gelosi di questo e quello uno non ci può voler veder cose a piacimento.

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