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klimt locandinaTra poco meno di una settimana questa mostra milanese chiuderà i battenti e la maggior parte delle opere esposte torneranno in quel del Belvedere di Vienna.
Nonostante il mio colpevole ritardo nel darvi un po’ d’impressioni su quella che si è rivelata una delle scelte vincenti dell’annata di Palazzo Reale (code infinite, instagrammate a pioggia con l’apposito hashtag #KlimtMI, numeri che al paio di Kandinsky potrebbero portare all’annata record, in attesa dei risultati di Van Gogh, Chagall e Leonardo per EXPO 2015) ci tenevo a parlarvi un po’ di questo allestimento, più che altro per confutare quanto sentito sussurrare da due visitatrici all’uscita: “Eh, non mi è piaciuta, non c’erano i quadri famosi!”.

Innegabilmente alcuni dei quadri simbolo di Gustav Klimt non sono presenti a Palazzo Reale, a cui però va riconosciuto il merito di aver fatto ancora una volta di necessità virtù. Spulciando le mostre passate e future di questo importante polo museale meneghino è evidente che si punti quasi sempre all’esposizione monografica di grandi nomi amatissimi dal pubblico più lontano dal mondo dell’arte, politica che alla lunga riduce il range di scelte percorribili. Tuttavia il problema princiapale di questo approccio è che difficilmente si riescono ad ottenere più di un paio dei dipinti iconici specie se, come in questo caso, il numero di tele disponibili dell’artista è abbastanza esiguo e serve al mantenimento di musei dedicati in patria.

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L’affermazione delle due visitatrici però è comunque ingrata verso un’esposizione che rende di nuovo disponibile la copia perfetta realizzata anni fa per una Biennale veneziana del Fregio di Beethoven, imponente dipinto inamovibile dal Palazzo della Secessione di Vienna (dove occupa una stanza a lui riservata dopo una storia travagliata di scambi e vendite che coinvolge anche i nazisti e un lungo restauro). Palazzo Reale gli dedicata una stanza a metà percorso, con tanto di colonna sonora a tema e ricostruzione dell’infelice prima esposizione pubblica con codazzo di proteste per l’oscenità di alcune figure di nudo e per la sensualità di alcune scene.
Parlando di originali, ci sono almeno una manciata di dipinti annoverabili tra i più noti dell’Art Noveau e tra le tele più rappresentative di Klimt che è possibile ammirare: Girasole (che visto dal vivo assume tutta l’allusività che purtroppo le riproduzioni multimediali non riescono a catturare), l’incompiuto, ultimo lavoro Adamo ed Eva, due dipinti delle serie Fuochi Fatui/Sirene e ovviamente Giuditta II, immortalata nella locandina della mostra. In particolare Giuditta fa la parte del leone, regalando al visitatore un assaggio del Klimt più noto, tutto intermezzi geometrici, bagliori dorati e sensuali femme fatale dalle pose scomposte e nervose.

Il punto della mostra e l’aspetto più interessante è che “alle origini di un mito” tenta proprio d’indagare tutto quanto va oltre il Klimt più amato e immediatamente riconoscibile, riscoprendo un pittore dalla versalità sorprendente, che sceglie volontariamente quello stile come il suo personale e non certo per una qualche limitazione tecnica. Percorrendo le varie sale si scopre che fin da allievo il talento di Klimt era un dono raro, eccellendo nel ritratto e nelle tecniche miste, nello schizzo dal vero, nell’affrescatura e nella pittura paesaggistica, dove ha un approccio modernissimo, incurante dei canoni delle vedute classiche, votato al dettaglio, incredibilmente simile al processo fotografico.

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Affiancando le opere di vari esponenti (amici, colleghi e maestri di Klimt) delle correnti in voga all’epoca ai dipinti del giovane artista che risentirono di quelle stesse influenze si scopre che il pittore ha provato ogni declinazione pittorica disponibile (e parecchie tecniche miste) prima di scegliere il proprio percorso e il proprio stile, anche a costo di perdere il rapporto idilliaco fino ad allora mantenuto con pubblico e committenze, ottenendo in cambio un ruolo di maestro per la generazione successiva e una notevole influenza su tanti nomi a lui posteriori ma anche tante tribolazioni personali. Ci si trova così di fronte a dipinti lontanissimi dal Klimt che conosciamo, che costituisce solo uno spicchio di una figura ancora più affascinante nella sua interezza. Al contempo il “nostro” Klimt finisce per riemergere in qualche dettaglio della composizione di quasi tutte le tele esposte, anche quelle più virate sul realismo o lo storicismo.

Non mancano ovviamente le opere dei coevi e degli amici ma, appunto, essendo presentate per giustapposizione a quelle del maestro finiscono per avere ben più senso di quello solitamente ricoperto da questi riempitivi di lusso. Senza contare il fatto che ce ne sono parecchie piuttosto interessanti, tra cui quelle del promettente fratello di Gustav, la cui morte improvvisa spezzò la carriera dell’artista e lo spinse a rompere con un ambiente in cui, se fosse rimasto, forse non sarebbe l’artista che conosciamo oggi.

Unica nota: avrei gradito un commento più approfondito (insomma: più gossip!) nella sezione riguardante la figura femminile e il rapporto del pittore con le donne, perché per essere uno che di donne ha vissuto quasi più nell’arte che nella vita, l’audioguida era parecchio vaga a riguardo. Vogliamo il sordido.

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La mostra dedicata a Klimt sarà visitabile a Palazzo Reale (polo espositivo a pochi passi dal Duomo di Milano) fino al 13 luglio. Il costo del biglietto è di 11 euro, ma sono disponibili tante riduzioni, tra cui quella ottenibile presentando l’abbonamento Trenord o anche solo un biglietto vidimato in giornata. Il costo scende a 5,5 euro, comprensivi di audioguida.

QUI il sito ufficiale della mostra.

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