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wool1WOOL di Hugh Howey, arrow books, 2013, 563 pp.
Per una volta vi parlo di un libro già approdato con codazzo di seguiti in Italia da un pezzo, pubblicato nella Penisola da Fabbri editore (un plauso per aver pubblicato l’intera trilogia, mossa mai scontata nell’editoria attuale). In realtà WOOL nella sua edizione originale sonnecchiava da un pezzo anche nella mia pigna di libri da leggere, recuperato e lasciato a prender polvere per colpa del mio pregiudizio.
Lo ammetto, pur avendone comprato l’edizione fisica in virtù dell’ampio consenso ottenuto nutrivo più di una perplessità rispetto a questo titolo, vuoi per una copertina bella ma molto votata a catturare il pubblico generalista (non conoscevo ancora gli scempi artigianali delle prime edizioni), vuoi per l’interessante genesi dell’opera che avevo erroneamente scambiato per l’ennesimo sbarco commercialmente riuscito da autopubblicazione su Kindle store a editoria tradizionale.

WOOL ha una genesi affascinante, che mescola la modernità dell’autore talentuoso che tramite autopubblicazione su Amazon riesce a farsi un nomea tale da attirare l’attenzione degli editori tradizionali a un grande classico del genere fantascientico: il racconto breve di successo che spinge l’autore a tornare sulla storia ed ampliarne l’universo, fino a crearne un vero e proprio libro. Il mio errore consisteva nel dubitare del talento di un ex giramondo approdato alla scrittura dopo un matrimonio che gli ha fatto mettere la testa a posto, considerandolo alla stregua di tanti scribacchini erroneamente catalogati come scrittori amatoriali o fanfictionari, epiteto dispregiativo che chi è amante del genere sa non adattarsi a una realtà in cui si nascondono dietro a pigne di merda fumante (quelle in cui pescano gli editori) numerosi talenti e pseudonimi di autori già affermati.

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l’unico modo di spostarsi nel silos è un’infinita scala a chiocciola, percorsa in media in 2/3 giorni dal primo all’ultimo livello: che incubo!

Hugh Howey invece ci sa fare e conserva davvero pochissimo dell’amatorialità che ci si aspetterebbe da simili premesse. Anzi, nel primo dei cinque blocchi in cui è diviso il libro (la storia breve originale) si diverte bruciare le tappe, stabilendo le basi del suo mondo distopico in aperta contraddizione con i ritmi su cui questo particolare genere si è assestato. All’interno dell’enorme silos sotterraneo in cui è ambientata la vicenda, Howey pesca un personaggio (lo sceriffo) e gli fa affrontare da subito una serie d’indizi che mettono in crisi la versione ufficiale della storia, ovvero che il mondo esterno, visibile attraverso una manciata di telecamere che proiettano le proprie immagini sugli schermi dei livelli più superficiali della struttura, sia così irrimediabilmente compromesso da essere una distesa velenosa priva di colori e vita. Il mero pensiero del mondo esterno al silos è quasi un tabù e chi esterna il desiderio di uscire o si macchia di gravi atti è condannato alla pulitura delle lenti delle telecamere di cui sopra, ovvero a morte certa, data la tossicità dell’ambiente esteriore. Poste queste premesse, Howey suggerisce lo sviluppo più ovvio, salvo poi tendere un tranello allo sceriffo e al lettore, rivelando una distopia che ha tanto in comune con i capisaldi del genere ma poco da spartire con omologhi in cui regimi dittatoriali e futuri apocalittici si rivelano debolissimi di fronte alla prima difficoltà.

We are born, we are shadows, we cast shadows of our own, and then we are gone. All anyone can hope for is to be remembered two shadows deep.

La storia presenta una manciata di protagonisti su cui ben presto si impone la figura di Juliette, un meccanico dei livelli più bassi del silos che si ritroverà ai piani alti, quelli del comando, in un momento critico per la vita all’interno di questa struttura. Come è facile immaginare, la compressione di tante persone in uno spazio scarso e povero di risorse determina una struttura societaria rigidamente divisa in classi che si identificano con i livello di appartenenza (piani alti, il mezzo, parte inferiore) e la mansione svolta. Juliette rappresenta una figura a suo agio con la zona grigia delle rigide regole che scandiscono la vita privata e pubblica all’interno del silos (nascite controllate tramite lotteria, rapporti extramatrimoniali proibiti) e il mondo sotterraneo che mantiene funzionante il silos, sempre più in contrasto con l’IT, il comparto tecnologico pieno di segreti e privilegi che risiede ai piani alti e la cui influenza sta tentando di cambiare gli equilibri all’interno del silos.

wool3In realtà non è poi così difficile intuire dove si andrà a parare e quale sia la vera struttura di questo mondo, in cui esiste ancora un ricordo confuso della vita di superficie, i cui contorni però sono già ampiamente fraintesi e annacquati nel mito. Il pregio di Howey sta nel destreggiarsi tra i vari punti di vista del romanzo in un continuo salto di livelli, mansioni e segreti sempre interrotto sul più bello, rendendo difficile al lettore prendere una pausa. Se la sovraesposizione del genere distopico rendere davvero difficile sfoderare un romanzo che risulti imprevedibile e sconvolgente, è anche vero che Howey sfodera un paio di svolte niente male (su tutte quella riguardante quanto avviene all’insaputa di Solo, veramente drammatica) e mantiene per gran parte della storia un approccio adulto e coerente con le premesse, in cui l’ordine prestabilito del silos stritola velocemente chiunque ne metta in rischio il funzionamento.

It was amazing […] that they all knew how to build implements of pain. It was something every shadows knew how to do at a young age, knowledge somehow dredged up from the brutal depths of their imagination, this ability to deal harm to one another.

Personalmente ho trovato i primi due blocchi (quello dello sceriffo Holston e del sindaco Jahns) più riusciti e spregiudicati dei tre successivi, quando la figura di Juliette viene preservata a costo di qualche scivolone poco credibile. Anzi, pur ammirando la scelta poco convenzionale di piazzare una 30enne solitaria e piena di vissuto in questo ruolo senza farla diventare da subito la classica eroina YA, ho finito per preferirle un paio di figure maschili, Lukas e Solo, in cui per tutto il tempo risuona una nota ambigua, traendoli in salvo dall’incasellamento in qualsiasi stereotipo già definito. Sul finale purtroppo si tende a rientrare nel seminato, abbandonando almeno in parte la sana drasticità con cui si era fino ad allora gestito ogni tentativo di messa in discussione dell’ordine stabilito. Se l’affresco del mondo esterno e di come i protagonisti siano finiti nel silos diventa via via più ambizioso, finisce per fagocitare anche una caratterizzazione che fino ad allora aveva creato personaggi riflessivi e sfaccettati, capaci di trarre d’impiccio la storia nelle sue svolte più ingenue.

hugh howey

Lo leggo? WOOL è la risposta a tante distopie giovanili dalle premesse apocalittiche che si sgretolano dopo pochi capitoli, a personaggi stereotipati e a morti cacciate a forza nella trama ai fini della spettacolarizzazione drammatica. Il mondo del silos è una realtà quasi sempre coerente e coercitiva come ogni universo chiuso finisce per essere, popolata da tanti personaggi le cui riflessioni interiori sul silos ne restituiscono una descrizione poliedrica e che è difficile inscrivere nei termini del bianco e nero, del buono e del cattivo. Qualche anno fa, quando le distopie erano la fonte principale di chi cercava storie cupe e la loro scarsità non ne aveva ancora logorato i meccanismi, mi avrebbe conquistato senza riserve, mentre adesso subisce nel giudizio anche una certa insofferenza sviluppata dalla sottoscritta verso questo tipo di premesse. Hugh Howey però ha tirato fuori un bel libro e una distopia iniziale formidabile, che piacerà tantissimo a chi non ne ha ancora avuto abbastanza di mondi post apocalittici e a chi magari è rimasto deluso dal poco che ha provato in quest’ambito. Se cercate un approccio adulto e uno scenario inconsueto, Howey è la lettura stimolante che potrà tenervi compagnia sotto l’ombrellone.
Personalmente ho intenzione di darmi un po’ di tempo per smaltire questo rigetto e recuperare anche i volumi successivi. 
L’edizione italiana
 dall’omonimo titolo è a cura di Fabbri editore e tradotta da G. Lupieri. Il medesimo traduttore si è occupato di tutti e tre i volumi dell’edizione italiana, già disponibile nella sua completezza al pubblico.
QUI il booktrailer italiano del primo volume.

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