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lmyse1Ben oltre il tempo limite spendo due parole per la prima prova cinematografica di Pierfrancesco Diliberto (ovvero Pif), film che probabilmente avrete visto già tutti perché se quest’uomo ha un merito è quello di rendere più o meno imprescindibile ogni suo esperimento nella sfera internettiana high brow prima ancora che tra i telespettatori.
Se in molti hanno imparato a riconoscere Pif grazie al martellante spot telefonico estivo, il 2013/2014 aveva già visto la sua consacrazione nel piccolo schermo, con consolidato successo di un format come quello de “Il testimone”, soldi pochi ma grande personalità ed incisività, una patina di amatoriale dietro cui veniva cucito con grande professionalità un discorso autoriale e spesso dissacrante su questo o quel tema. Lo step precedente all’unzione sanremese è stato questo lungometraggio; in entrambe le occasioni abbiamo assistito alla manipolazione di quell’approccio dentro altri media.

Co-scritto e diretto da Pif, “La mafia uccide solo d’estate” si presenta come un film dalla solida impalcatura medio-italiana a cui viene applicata una mano consistente di voce fuori campo e primo piano laterale “alla Pif”. Di fatto il film si presenta come un voice over quasi ininterrotto di Arturo, un giovane palermitano che racconta attraverso i suoi occhi di ragazzino gli anni delle uccisioni e della presa di coscienza della tangibilità della mafia in città. Se la tematica è praticamente un classico della produzione italiana da “La Piovra” in poi, la svolta nell’ennesima narrazione della catena di omicidi le cui modalità sono diventate ormai topiche (il cadavere riverso in macchina, quello in mezzo alla strada senza testimoni, Dalla Chiesa e Falcone, il lungo elenco di morti in rapida successione per sottolineare l’escalation, le foto dei giornali e via dicendo) avviene nel punto di vista. lmuse2
Siamo ormai abituati a calarci nei panni dell’integerrimo servitore dello stato, dell’eroico giornalista/poliziotto martire o del mafioso di cui condannare i crimini, perciò è particolarmente rinfrescante rivedere quel periodo attraverso gli occhi di chi nella stragrande maggioranza dei casi sta sullo sfondo: la popolazione, il pubblico di quest’epica tutta italiana di bene e male. Di fondo La mafia uccide solo d’estate è una commedia che racconta il cambiamento epocale di quel pubblico, reso da quella scia di sangue da distratto o superficiale spettatore a soggetto consapevole, che poi è un po’ quello che è avvenuto con la camorra su scala nazionale con “Gomorra” di Roberto Saviano.
La tragicità delle vicende è attenuata dal tono comico che lo sguardo incauto e ingenuo del giovanissimo protagonista consente. Anzi, è proprio sfruttando questo punto di partenza che il film assesta i suoi colpi migliori, strappando risate con quella che, di fatto, diventa la metafora dell’approccio di quel periodo. Arturo che s’incanta per i discorsi più mondani di Andreotti (per cui nutre un’autentica adorazione) fa sorridere i genitori, gli stessi che poi liquidano l’inizio della scia di sangue e le indagini con una visione pressapochista e parziale almeno quanto l’effettiva comprensione del bambino delle parole del suo idolo. Il film non si spinge mai ad una condanna, preferendo concentrarsi su quando la presa di coscienza della propria negazione di quanto sta accadendo finisca pian piano per evidenziare anche l’atteggiamento contraddittorio della classe politica. Si tratta di un passaggio doloroso per Arturo e la sua fiamma Flora, che pur essendo giovani dinamici e intelligenti (e ripetutamente a contatto diretto con i protagonisti della storia reale) impiegano anni per comprendere appieno la portata dell’inganno ed esprimerlo ad alta voce. Forse un parallelo semplicista (cosa stai deliberatamente ignorando tu, spettatore?) ma non si può negargli una certa efficacia.

L’aspetto che mi ha più sorpresa è constatare quanto Andreotti icona (la gobba, le interviste più gossipare alla TV, l’aspetto da rassicurante nonno della nazione) sia ormai diventato un feticcio del cinema italiano nascente e crescente, con risultati più riusciti di quanto finora una figura complessa e ricca come quella di un Berlusconi abbia saputo generare.
Forse è la sequenza ormai precisa ed arcinota di fatti e aneddoti (i contatti con i mafiosi, il telecomando di Riina, il raporto di Andreotti con la moglie, le mancanze assordanti e le dichiarazioni a posteriori raggelanti), oltre a una figura così caricaturale in sé da implorare di essere ripresa in ogni sua imitazione, ad aver ispirato due film tanto diversi, accomunati solo dalla riuscita finale: “La mafia uccide solo d’estate” e “Il Divo” di Paolo Sorrentino. Probabilmente un canovaccio basato sul reale ma pienissimo di sottotesti ed arguzie suggerite si è ben prestato ad esaltare in entrambi in casi due approcci alla materia molto personali, lo stile scanzonato documentarista finto ingenuo di Pif e la vocazione iperbolica e squisitamente tecnica di Sorrentino, quando ancora era ben ancorato a una solida storia, che rendeva le visionarie metafore comunque dotate di significato, alla faccia di chi preferisce i fenicotteri.

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Lo recupero? Sì, si tratta di una commedia molto buona, capace di rinnovare una storia raccontata tante volte assegnandogli un’impronta molto personale, capace di emozionare e soddisfare pubblico generalista e la gente del giro giusto della Rete.
Ci shippo qualcuno? Eh, qui in Italia siamo ancora una volta deludenti, nonostante Jean Pierre.

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