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once were warriorsPer essere una nazione così agli antipodi del mondo e lontana dagli onori della cronaca e della cultura, la Nuova Zelanda vanta una cinematografia niente male, ponendo due suoi nativi nel gotha dei registi internazionali, quando nazioni molto più grandi e “centrali” faticano a piazzarne uno.
Avere due firme così prestigiose può però rivelarsi controproducente, perché tende ha tracciare la pericolosa equivalenza “cosa girano i kiwi” = cosa girano Campion e Jackson. Come per la vicina Australia però, una volta o due a decennio una pellicola si fa notare a livello internazionale per la sua qualità, nonostante cast e regista siano pressoché sconosciuti. Uno dei più recenti film neozelandese che ha sfondato oltre i confini è “Una volta erano guerrieri”.

Once were warriors è una pellicola perfetta per chi voglia esplorare un po’ la realtà neozelandese, ponendosi fin dalla bellissima inquadratura iniziale agli l’antipodi della Jacksoniana, idilliaca visione della nazione. Un paesaggio da favola con un rapido movimento di camera si rivela essere un cartello pubblicitario, piazzato in uno squallido sobborgo di Auckland. Lo stesso rapido cambio di prospettive avviene nella presentazione della famiglia Heke.
La pellicola è sì incentrata su un gruppo di Maori (l’aspetto più esotico e turistico dell’arcipelago) ma con uno sguardo impietoso e crudo sugli stessi, finendo per raccontare una sorta di riconquista della loro identità culturale e spirituale, fino ad allora affogata nel degrado e nella criminalità, nell’alcol e nella depravazione. Il tutto senza condanne né patetismi o vittimismi, solo con uno sguardo lucido e tagliente. Gli sparuti brandelli del loro passato convivono ibridandosi con la condizione di assoluta miseria in cui vivono, fattore livellante che li accomuna a tante altre realtà del mondo. I sobborghi degradati, cementificati e deprimenti di Auckland potrebbero essere in Europa, in America oppure in Asia così come la difficile vita dei coniugi Heke somiglia a tante storie di sopruso e violenza che si ripetono in giro per il globo. I brandelli dei furono guerrieri si sono trasformati in copie avariate della cultura originaria, con l’antica forza degli uomini usata dal terribile Jack la furia per malmenare la moglie o i tatuaggi tribali divenuti simbolo di una gang criminale in cui cerca di essere ammesso il figlio Nig.

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Il film è basato su un romanzo di successo di Alan Duff, trasposto addolcendone in parte i contenuti. Non fatevi ingannare però: il percorso della protagonista, un miscuglio doloroso della più fiabesca storia d’amore e la più squallida violenza domestica, è di una crudezza non comune e il prezzo pagato per aprire gli occhi e riconoscere il proprio fallimento nei confronti dei figli è senza possibilità di perdono. Non è certo un film per deboli di cuore e non per tanto per la violenza in sé, bensì per come non distoglie lo sguardo proprio nelle scene chiave che coinvolgono Beth e Grace, risultando un pugno nello stomaco proprio perché siamo abituati a pellicole che sfumano e lasciano intuire, o mostrano in maniera così cinematografica da divenire irrealistica. Se però qui il personaggio di Beth è in parte giustificato nella sua condotta e ritratto come passivo in più di un passaggio, pare che il libro sia ancora più crudo, addossandosi equamente col marito le responsabilità dello stato di precarietà emotiva ed economica in cui cerca di crescere la loro prole.

Il film è veramente toccante e memorabile, rude anche nell’approccio registico, donando un ritratto terribile ma efficacissimo di cosa voglia dire essere Maori oggi, di quali compromessi e quale dolore interiore per l’impossibilità di aderire appieno alla figura dei guerrieri che erano un tempo comporti. L’unico aspetto che mi ha lasciato un po’ insoddisfatta è come Grace, il personaggio che ci ricordava come la rettitudine interiore non sia interamente dipendente dall’ambiente circostante ma anche generata dalla volontà del singolo, divenga un mero strumento narrativo per consentire la redenzione del resto del cast. Curiosità: l’ottimo regista Lee Tamahori è poi finito a dirigere uno dei più brutti 007 di sempre.

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Lo recupero? Nonostante sia uscito una ventina d’anni addietro, Once were Warriors rimane una pietra miliare del cinema neozelandese e un film che merita di essere visto, soprattutto per superare quello stereotipo tutto haka e popolazioni primitive riguardante i Maori. Le performance di Rena Owen e Temuera Morrison ve le porterete dentro: raramente vi capiterà di vedere una coppia di genitori tanto tremendi e tanto memorabili.
Ci shippo qualcuno? Macché. Non vorrei scatenare le ire di Jack la furia.

Our people once were warriors. But unlike you, Jake, they were people with mana, pride; people with spirit. If my spirit can survive living with you for eighteen years, then I can survive anything.

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