Tag

, , , ,

il corridoio neroIl libro più interessante nelle caotiche uscite agostane di Urania (non disperate se non trovate qualcosa al primo colpo, le costanti della fisica e della distribuzione si sciolgono sotto il sole agostano ogni anno) è indubbiamente il Millemondi dedicato a Michael Moorcock, firma riscoperta e riproposta di sovente da Urania in questo periodo costellato di ristampe.
Non era che febbraio quando su Urania Collezione veniva riproposto un altro classico autoconclusivo dell’autore, The Black Corridor, thriller spaziale e psicologico del 1969 che è stato tra gli apripista del filone “nello spazio non sei mai solo, c’è il tuo lato oscuro lì con te”.
Un libro agevole e sottile, capace di tenere coperte le sue carte fino alla fine, anche se per niente aiutato da quanto si è scritto partendo dal medesimo spunto negli anni a venire. Eppure l’esperienza di lettura è stata tremenda.

In realtà questa recensione è una scusa per fare una riflessione più ampia riguardante il recente corso intrapreso da Urania che, per scarsità di fondi e/o vendite (il motivo non è mai stato dichiarato con chiarezza), ha cominciato a proporre senza una cadenza definita ristampe anche sulla collana madre, quella da sempre dedicata agli inediti, sotto il nome di Urania i capolavori.
Personalmente preferirei meno di dodici inediti l’anno, poche uscite ma di grande qualità e magari anche recenti (e per recenti intendo qualsiasi cosa pubblicata dopo il 1995, perché oggi mi sento particolarmente magnanima). Si tratta del mio punto di vista, viziato dai miei desideri e dal mio ridotto ritmo di lettura, che renderebbe comunque impossibile leggere dodici inediti in un anno, figuriamoci se poi entrano in gioco anche alcune pregevoli uscite su Collezione e Millemondi.

Il punto è: che senso ha curare una collana di ristampe se poi “i capolavori” (o supposti tali) finiscono su Urania? Significa avere due ristampe ogni mese in cui Urania propone un “i capolavori”, per giunta in un periodo in cui la qualità delle proposte di Urania Collezione stessa è notevolmente calata (e non infierirò ricordando che signori titoli uscivano i primi tempi, diciamo nella prima sessantina di numeri) o ha ripiegato su titoli più che reperibili.
Molti sostengono che sia un’operazione per rendere disponibili (anche in ebook e quindi senza limiti di tempo) titoli classici che i giovani appassionati ancora non conoscono.

il corri2Qui arriviamo a The Black Corridor. Io sono una giovane appassionata e non può che farmi piacere di vedere di nuovo disponibili grandi classici del genere, a volte introvabili anche in lingua originale. Fermo restando che tra i giovani appassionati che conosco la stragrande maggioranza sono stati “battezzati” da autori contemporanei (i vari Bacigalupi, Reynolds, Scalzi, Miéville, Chang e lo stesso McDonald che l’anno scorso ha venduto davvero tanto, a testimoniare che forse quello che manca davvero è un’offerta più attuale), una ristampa come questo Mookcock non è una soluzione.
Questa ristampa non mi comunica un interesse nel mantenere il catalogo reperibile e fruibile. Se ciò fosse vero qualcuno avrebbe risposto, anche negativamente ma avrebbe battuto un colpo, alle decine di richieste e commenti riguardo una possibile edizione ebook di “Rivelazione” di Reynolds, volume precedente all’Urania Jumbo di luglio. Se il contatto coi lettori non fosse visto come una scocciatura da limitare il più possibile, Urania avrebbe un profilo facebook e twitter, senza voler sottolineare l’amara ironia di una collana così votata a speculare sul futuro e così vetusta nei metodi con cui si rivolge ai suoi fruitori, dando anteprime clamorose a siti terzi e lasciando il proprio pubblico a vagare per blog come questo per tentare di scoprire cosa verrà pubblicato il mese successivo.
No, leggendo questa traduzione ho avuto ancora una volta la netta impressione che si tenti di batter cassa con il minimo dispendio possibile.

Il problema di ristampe degli anni 50/60/70 che chiunque ne abbia letta una sa che le traduzioni e gli adattamenti sono tremendi. Tremendi. TREMENDI. Parziali, mal scritti, tradotti da qualcuno che chiaramente ha una conoscenza appena più che superficiale dell’inglese. Senza scomodare l’elefante nella stanza: traduzioni quasi certamente incomplete e rimaneggiate per rientrare in un numero di pagine prestabilito, senza che la non integralità dell’opera venga dichiarata in copertina.
Queste traduzioni vengono riproposte senza nemmeno una rilettura veloce, in uno stato che ha completamente rovinato la mia esperienza di lettura moorcokciana.

Il libro in sè è un thriller raffinato e cupo. Agli albori dell’ennesimo totalitarismo che sta per gettare l’umanità in un nuovo periodo di violenza e caos, alcuni nuclei familiari decidono che ne hanno abbastanza dell’odio, del fondamentalismo, delle violenze religiose, perciò decidono di rubare una nave spaziale costruita per l’esplorazione di un pianeta lontano simile alle Terra decenni prima e scappare, prima che sia troppo tardi. I contorni di quanto successo prima della partenza sono volutamente sfocati, con tensioni e segreti tra tre coppie che partecipano alla spedizione. Ryan è il capo naturale del manipolo di fuggitivi, l’uomo più equilibrato e pronto a prendere gravi decisioni, perciò è lui che si occupa delle mansioni di routine dell’astronave vegliando sugli altri membri ancora ibernati.
Qualcosa però si rompe in Ryan e la sua percezione del passato e del presente vacilla: sono veramente tutti addormentati nella stanza in fondo al buio corridoio? Via via che la mente di Ryan inganna l’astronauta e il lettore, veniamo resi partecipi di quanto è successo prima della partenza, col dubbio sempre più forte che Ryan e i suoi non siano gli ultimi savi ad aver lasciato la terra, bensì un campione ben rappresentativo delle forze pronte a compiere qualunque nefandezza pur d’imporre il proprio volere che imperversavano laggiù. Risposte precise Moorcock non ne dà, ma conoscendo un po’ il genere è facile intuire cosa sia veramente accaduto. Ciò non toglie che il libro sia davvero ben costruito e faccia montare una vena di tensione nel lettore.

michael

classe 1939, se vogliamo sapere la verità sarà il caso di darsi una mossa a chiedergliela.

Purtroppo per noi, non sapremo mai se Moorcock volesse essere così ambiguo o sia l’ennesimo risultato di una traduzione che in me faceva montare più l’irritazione che la tensione, dato che era letteralmente costellata di imprecisioni, errori di battitura ed orrori di traduzione. Ne ho raccolti un campione dei più folgoranti, ma credetemi, è davvero difficile girare pagina senza imbattersi in qualcosa che non va:

pagina 15 – “e fingi di niente”
pagina 29 – “adesso che la droga (drug, ovvero medicinale! NdGardy) cominciava a fare effetto”
pagina 76 – “cerca di fare all’amore con lei”
pagine 93 – “la sagoma aggobbita della moglie”
pagina 112 – “non ha proprio nessuna voglia di pigliare quella droga (drug, di nuovo)”
pagina 113 – “i rumori negli orecchi continuano”
pagina 158 – “me non mi hai presa”

Lo leggo? Il punto è questo: vale la pena davvero recuperare gli autori classici se vengono proposti in queste condizioni? Sfortunatamente anche altri editori, rivoltisi a nomi più moderni, sono tristemente noti per gli scempi compiuti su tanti libri attesissimi, fino a renderli praticamente illeggibili (vi ricordate cosa aveva scritto su Anobii la traduttrice di River of London di Ben Aaronovitch, edito da Fanucci? Ne avevo parlato QUI).
La soluzione è quella di leggere in lingua originale, soluzione comunque preclusa a molti e controproducente sotto alcuni aspetti (si procede più lentamente, si legge meno). La speranza è che il rinnovato interesse per la letteratura di genere che sta sbocciando in questi ultimi mesi e le nuove case editrici nate di recente portino un nuovo standard qualitativo nell’arena, dando finalmente al lettore una vera scelta e magari scuoteno i grandi vecchi dalle loro pratiche più odiose.

Annunci