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gran1Quando stai volando sopra l’Oceano Indiano e un neonato al tuo fianco ha deciso di battere il record di ore consecutive di vagiti e urla strazianti, improvvisamente il tuo range d’accettazione cinematografica si amplia a dismisura e include pellicole che altrimenti non avresti visto nemmeno sotto tortura.
In realtà ero moderatamente curiosa di recuperare Grand Piano, di cui ho sentito parlare in termini tiepidamente opposti (“è abbastanza carino, dai!” “fa abbastanza pena, su!“) senza però raggiungere livelli che implicassero l’avvicinarsi a una sala cinematografica. Invece se l’infante è ancora vivo è anche merito di Eugenio Mira.

Il problema principale di Eugenio Mira, uno che zitto zitto ha radunato un cast internazionale per questo thriller concertistico, è quello di trovare una sceneggiatura degna di questo nome. Non che lo script di “Grand Piano” sia tutto da buttare, ma viene da chiedersi cosa potrebbe sfornare un regista così a suo agio nel creare la tensione su pellicola se avesse materiale di prim’ordine per le mani.
La premessa è quella classica del thriller, in puro stile prima serata di Rete4: Tom Selznick è un pianista prodigio incappato in una terribile perfomance la cui fidanzata, attrice hollywoodiana, organizza un ritorno sulle scene in pompa magna. Già sotto pressione per la perfomance e l’onere di suonare sul bellissimo pianoforte appartenuto al suo defunto maestro, Tom vive una serata da incubo quando scopre di essere stato preso di mira da un cecchino. Attraverso messaggi sullo spartito e istruzioni tramite auricolare, il pianista viene minacciato di morte se non eseguirà correttamente l’intero repertorio della serata e in aggiunta il complicatissimo pezzo che segnò la sua caduta.

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Su questa premessa Eugenio Mira costruisce una regia sorprendentemente moderna, poco interessata a soffermarsi sull’esibizione di Tom, quanto a usare il piano e la sua musica per inquadrature e stacchi artistici e velocissimi, il tutto mentre la trama si infittisce. Si sente l’influenza di una certa corrente horror spagnola, che ultimamente con più di un nome è riuscita a portare alla ribalta internazionale e nel circuito italiano parecchi film. Il problema è che per quanto Mira si sforzi di mantenere un’atmosfera dinamica e pieno di suspance attorno alla terribile notte di Elijah Wood, qui protagonista senza infamia né lode, la scarsa plausibilità della sceneggiatura rende possibile godersi il film solo se affrontato con uno spirito spensierato e poco analitico.

A voler essere più precisi non è nemmeno la plausibilità il vero problema. Ci sono pellicole – esempio lampo: “The Prestige” – che sono molto meno realistiche nelle loro risoluzioni finali di “Grand Piano”, le cui battute finali sono almeno vagamente plausibili. Il problema è come ci viene fornita la spiegazione alla domanda attorno a cui viene costruito l’intero film – perché il cecchino ha preso di mira proprio Tom? – la scarsa grazia con cui si susseguono rivelazioni via via sempre più arzigogolate e un filo cazzare. Non aiuta poi l’introduzione della cafonissima amica americana della fidanzata e l’impacciato tentativo della sceneggiatura di rendere l’incubo vissuto dal protagonista una sorta di viaggio interiore alla riscoperta di quello che veramente vuole e può fare.

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Lo recupero? Nessuna impellenza e nessuna vera necessità, ma quantomeno la visione si è rivelata gradevole, soprattutto se non si parte con l’intento di voler fare le pulci a tutta la storia.
Ci shippo qualcuno? Ehhhh, sapete com’è, quando una voce sexy all’auricolare dice che sa tutto di te e tirerà fuori il tuo vero potenziale e l’orecchio in questione appartiene ad Elijah Wood…

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