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under2Recentemente Hollywood è rimasta impressionata dalla capacità di Scarlett Johansson di catalizzare l’attenzione (e gli incassi) anche su progetti minori, la cui unica attrattiva per il grande pubblico è proprio la sua avvenente presenza. Tanto impressionata che i ben informati parlano di un sostanziale via libera per un film dedicato alla Vedova Nera, per dire.
Un esempio calzante di questa influenza (considerata preziosissima da quelle parti) è Under the Skin, l’adattamento di un romanzo di Michel Faber a firma Jonathan Glazer. Non è il romanzo con cui Faber ha sfondato e Glazer ha il suo attivo prove così terribili (cfr. Birth) che si è creato un certo interesse grazie alla presenza dell’attrice, in una versione inedita e forse tra le meno glamour della sua recente carriera.

Ero davvero curiosa di vedere questa pellicola, dato che le reazioni di chi me ne parlava erano del tutto discordanti, contraddittorie: chi l’aveva trovata una porcata micidiale, chi non era andato oltre la prima mezz’ora, chi l’aveva accolta come un piccolo gioiello o il film rivelazione del genere del 2013.
L’amarissima sorpresa che mi attendeva in sala è che, sì, a me Under the Skin è piaciuto parecchio, anche se con qualche riserva, ma mi sarebbe potuto piacere ancora di più se non fossi stata ignobilmente spoilerata da quelle quattro righe quattro di trama che avevo letto in giro per farmi un’idea.

Domanda: possibile che non si possa descrivere per sommi capi la trama di questo film senza rivelare la risposta al quesito centrale dell’intera pellicola? Io credo che si possa farlo senza problemi ed è come procederò da qui in avanti, dato che non trovo particolarmente gratificante rovinare la tensione e il mistero di un film a chi mi legge per il gusto di essere io a fargli lo spiegone. A chi invece si procura diletto mediante queste particolari forme di sadismo, volevo dire solo una cosa: STRONZI.

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Il film ruota tutto attorno a una seducente brunetta che guida in lungo e in largo per la Scozia, fingendosi sperduta e chiedendo informazioni ai passanti. Chi sia, da dove venga e perché si comporti così non viene esplicitato, ma pian piano, tentativo dopo tentativo, lo spettatore comincia a farsi un’idea di cosa cerchi con tanto zelo e quali caratteristiche debba possedere. Jonathan Glazer imposta il film fin dalle sue battute iniziali come un insieme artistico e autoriale, non disdegnando anche sequenze estetizzanti al limite del masturbatorio, indubbiamente bellissime ma molto compiaciute. La cinepresa è attratta dall’attrice e dal suo volto, capace di ritrarre senza quasi aprir bocca una figura femminile insolita, cacciatrice e non cacciata, ferrea nel seguire un progetto di cui solo lei è a conoscenza ma spesso sorprendente nell’ignorare alcune circostanze che si verificano durante il suo vagabondare.

La donna è interessata dagli uomini, meglio se solitari e ben piazzati. Sfruttando la sua avvenenza e la scusa delle indicazioni stradali, ne avvicina una lunga serie e anche se mostrato in chiave onirico allegorica, è chiarissimo che verso quelli che corrispondono al suo criterio di scelta non abbia buone intenzioni.
Il punto di svolta del film è la presa di coscienza della misteriosa protagonista, da parte sua e dello spettatore, una luce gettata improvvisamente sull’intera vicenda che divide gli spettatori in due gruppi: chi è affascinato dalla risoluzione ideata da Michel Faber e riscritta per lo schermo dallo stesso Glazer e chi, vuoi per certe lungaggini e giri a vuoto del film, vuoi per manifesta incompatibilità con il genere in cui il film si va ad incanalare, urla all’orrida cazzata mentre la sua sospensione d’incredulità viene bruscamente interrotta.

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Personalmente all’uscita dalla sala ero più ammirata per l’angosciante, logorante utilizzo degli archi nella colonna sonora di Mica Levi e per certe scelte di regia leccatissime ma indubbiamente appaganti di Glazer che per il film in sé, che mi aveva un po’ perso nella parte centrale, impiegando troppo girato prima di arrivare al punto. Considerando però che per me il mistero non era tale e riflettendo sul ribaltamento che avviene nella seconda parte, quando Scarlett Johansson trasforma il suo volto da quello di una cacciatrice imperturbabile a quello di una sempre più angosciata preda, mi sono riscoperta sempre più ammirata per come lo spunto geniale di Michel Faber, che sfrutta le convenzioni di genere letterario per parlare delle condizioni di genere, sia stato reso così efficacemente su schermo, privo di fronzoli eppure poetico, scarno nell’allestimento eppure così pieno di senso.

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Lo vado a vedere? “Under The Skin” è un azzardo che ruota attorno ad una domanda vaga nella formulazione ma precisissima nella risposta, una combinazione così ruvida che non può che lasciare molti insoddisfatti. Per di più, è un film che vuole essere autoriale, con tutti i silenzi e i passaggi lenti del caso. Se non conoscessi il passato di Jonathan Glazer, parlerei di “rivelazione” e regista da tenere d’occhio. Al momento invece preferisco investigare sulla fonte letteraria e, se ogni tanto vi piace rischiare, consigliarvi di puntare su questa bella prova di Scarlett Johansson.
Ci shippo qualcuno? No, ma indubbiamente il film accontenterà chi è disposto a spararsi il peggiore dei film autoreferenziali per qualche scena di nudo da cui ricavare fermoimmagine, se capite l’antifona.

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Spiegazione del finale di “Under my Skin” [indubbiamente SPOILER]
Ero ancora in sala e già immaginavo disperati interrogare i motori di ricerca per ottenere risposte, quindi riecco la nostra rubrichetta preferita!
Partendo dal presupposto che il film è volutamente ambiguo, ecco cosa ne ho dedotto io, in attesa di leggere il libro: la prima, lunga sequenza è l’attivazione della pelle johanssoniana sull’aliena nera, a cui sono state date precise istruzioni ma non piena consapevolezza della sua condizione. Totalmente estranea alle logiche e agli istinti umani (ignora il bimbo piangente, non prova disagio o ribrezzo di fronte allo sfigurato), vedendosi nello specchio intuisce quanto successo e cerca di capire che genere di creatura sia diventata (mangia la torta, allaccia un rapporto con lo scozzese gentile). Amaramente, il tentativo di interpretare le logiche umane la fa rientrare nelle stesse e, in quanto donna, la rende fatalmente debole. Probabilmente il motociclista è un suo simile, magari intenzionato ad usare la sua “skin” particolarmente avvenente per procacciare il cibo per entrambi. Consapevole di quanto stava avvenendo, ha cercato di rintracciarla ma non è arrivato in tempo per evitare che conoscesse l’istinto cacciatore della sua preda.
In merito alla scena nerastra, analizzandola oltre la deriva estetizzante, credo sia il mero cibarsi delle prede subito dopo averle attirate in trappola.

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