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if I stay locandinaSe c’è un film che partiva con le aspettative raso terra, era proprio questo Resta anche domani, l’ennesima tappa nel viaggio da incubo che si rivela quasi sempre essere l’adattamento cinematografico dei titoli più noti del filone young adult.
Un po’ per sopraggiunto limiti di sopportazione (e da qui a fine anno ne arriveranno almeno un altro paio, di film YA!), un po’ per l’argomento non proprio allegro, un po’ perché il tomo di Gayle Forman da cui è tratto mi è stato descritto come un’autentica zozzeria o comunque qualcosa di davvero penoso, sicuramente per il massacro inferto dalla stampa estera, insomma, non è che morissi dalla voglia (pun intended) di tuffarmi nell’ennesimo film giovanile che affronta la tematica del lutto. E sono a tanto così dal chiedermi cos’hanno di sbagliato i giovani d’oggi, vi avverto.

Se sul giudizio al libro mi affido a chi ha avuto il coraggio di leggerlo, su quello del film confermo quanto si è sentito in giro: un’autentica zozzeria da cui è meglio stare lontani. Chloë Grace Moretz invece ultimamente non fa che cacciarsi in questi ruoli discutibili di pellicole tremende, mettendo a seria prova la nostra fiducia in lei, saldissima ai tempi di “Kick Ass”. Qui in particolare è molto impostata e monocorde, un prova sottotono che non rende giustizia al suo talento.

Se incontrassi la Moretz oggi le direi: Figlia mia, ma cosa pensavi di fare cacciandoti in un film basato sull’esperienza extracorporea di una giovane musicista coinvolta in un incidente stradale con la famiglia, che per nessun motivo in particolare deve decidere se lasciarsi andare o lottare per una vita che le riserverà lutto e prove difficili in un crescendo di piangerone deliberato e impostatissimo? Capisco che finché è giovane cerchi anche lei di infilarsi in qualche pellicola young adult di successo, ma il sentore di Nicholas Sparks qui è indiscutibile, così come l’antefatto della trama, gestita dalla sceneggiatura in maniera banalotta, stereotipata e senza saltare nemmeno un cliché terribile delle esperienze paranormal-religiose.

La luce bianca in fondo al tunnel? C’è.
I parenti che ti confessano eventi rivelatori tenendoti la mano mentre sei in coma? Ci sono.
Il ragazzo che ti fa sentire la tua musica preferita? C’è.
Il tentativo di entrare in un paesaggio paradisiaco, di passare oltre, fermato da un gesto d’ammmmore vero? C’è!!
Insomma, non solo la gestione di un plot classico è così priva di mordente da non lasciare una vera propria scelta alla protagonista, ma risulta anche oltremodo stucchevole, col suo susseguirsi di eventi piangeroni mai troppo sentiti a livello emotivo (l’esatto contrario di “Colpa delle stelle”).

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La prova della Moretz è complicata anche dal personaggio protagonista, una ragazza giudiziosa, adulta e seria al limite del tedio, col capello sempre in ordine, i vestiti sobri di chi vive nell’Uptown newyorkese (pur essendo teoricamente figlia di una coppia di spiantati ex musicisti di Portland) e un conflitto interiore che sfocia….rullo di tamburi…nel cinemozioni5 più bieco! Lei vorrebbe andare alla Juilliard ma il suo ragazzo Adam (Jamie Blackley), leader di una band di Portland in ascesa che la molla a casa ripetutamente per far carriera, non vuole che lei si allontani dalla città perché desidera vivere con lei. Al che lei non è che lo manda a quel paese e gli dà dello stronzo (o meglio, gli replica blandamente un paio di volte), no, si strugge. Argh. Quello che mi ha davvero colpito è che l’incidente e le sue conseguenze si trasformano in una sorta di ricatto emotivo, di una punizione per il personaggio di Adam, come se Mia abbia l’unica possibilità d’imporsi solo da comatosa. E tutta quella storia di sacrificio per i figli che impermea un film per adolescenti (brivido!) che mi ha fatto temere il peggio in più di un frangente, sfocia nel nulla, annullata da un twist così insulso che pone dei seri interrogativi sul messaggio che il film (il libro?) vuole lanciare ai giovani destinatari.

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Lo vado a vedere? Che roba penosa. Se proprio avete voglia di piangerone, è molto, molto, molto meglio “Colpa delle stelle”. Qui si salvano giusto i due genitori rock (Mireille Enos e Joshua Leonard) e una cover al violoncello di Halo di Beyoncé.
Ci shippo qualcuno? Oddio, quella concessione impartita dalla protagonista al mondo delle lesbiche faceva così “io ho tanti amici gay ma…”. Lasciamo stare.
Tumblr Social Justice – L’unico personaggio di colore della pellicola è l’infermiera nera che, al limite dello sciamanico, sussurra alla comotosa Moretz “dipende tutto da te bellissima ragazza, devi lottare, se lotti ce la farai sicuramente, dipende da te“. Mica dalla gravità delle tue ferite no, da te. Sigh.

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