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tsios doubleEd eccoci all’appuntamento con lo young adult cinematografico del 2014 (a meno di grosse sorprese da The Maze Runner), figlio di uno dei libri del genere più popolari e meglio venduti di sempre, sostenuto da un vero e proprio movimento che ha consentito di registrare cifre sorprendenti nei primi giorni di programmazione. La voglia di svicolare non mancava, lo ammetto: difficile prendere una posizione chiara e precisa al millimetro quando hai di fronte materiale con tutte le attenuanti generiche del caso: il tema delicato (la malattia e la morte in giovane età, di nuovo), uno scrittore e un regista giovani ma incredibilmente caparbi nel creare un’opera così come se la sono immaginata, un fronte agguerrito di giovani estimatori piuttosto indispettiti dalle critiche ai loro beniamini.

Stavolta facciamo l’opposto del solito, comincio a parlarvi del film con un commento assolutamente spoilerfree, segue la mia opinione sul libro (che ho letto nell’edizione inglese) che invece qualche anticipazione importante la contiene, quindi occhio!

IL FILM

tfios2A mio modesto parere, è uno dei rari casi in cui il film supera il libro. BOOM.
Non ve l’aspettavate voi e francamente non me lo aspettavo io, nonostante avessi già notato parecchi pareri più che positivi da appassionati che sono solo adult da un pezzo.
Sbagliare un film che ruota attorno alla storia d’amore tra due giovani “cancerogeni” è un attimo, un’inerzia e cadi subito del dramma esibito, nella stucchevolezza, nella pornografia del dolore. Il giovane e quasi esordiente Josh Boone invece dimostra una notevole dimestichezza con l’intero comparto romantico, riuscendo a calibrare al millimetro ogni possibile sviolinata che conduca al becero cinemozioni5 e  sfruttando al massimo il punto di forza del libro, la dimensione quotidiana della malattia.
Durante il corteggiamento molto romantico del ragazzo d’oro Gus verso la fatalista e depressiva Hazel si capisce che il film non solo sta facendo tutte le scelte giuste, ma ha trovato quella difficilissima alchimia che lo rende emotivamente risonante. Ottima anche la decisione di non glissare sul risvolto drammatico ma di lasciare che al centro rimangano sempre Hazel e Gus, il loro amore e la loro difficilissima adolescenza da ex malati di cancro, dura ma tutto sommato normale. Così quando il momento piangerone che aspetti fin dall’inizio arriva davvero, per quanto preparato tu sia finisce per renderti molto partecipe e farti luccicare gli occhi. O, come nel caso del quintetto di giovanissime spettatrici accanto a me che a occhio e croce non avevano letto il libro, singhiozzare in maniera straziante nella seconda metà del film.

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Uno degli aspetti che mi ha più colpita è stata la scelta del cast: Shailene Woodley sembrava messa lì come obolo obbligatorio da scontare, invece funziona alla perfezione, ma la vera magia la fa Ansel Elgort, capace di dare un’anima al complicatissimo ruolo del ragazzo d’oro che ti risolve la vita (un cliché a tanto così dal cinemozioni5, che invece nella pellicola non pesa assolutamente). Notevoli anche i comprimari genitoriali, tra cui spiccano Laura Dern (!) e Sam Trammell, per non parlare di Willem Defoe, capace di farti sentire partecipe di un personaggio che, a conti fatti, dovrebbe essere odioso oltre il sostenibile.
Se dovessi trovare un limite a questo film è che è un po’ troppo figlio dell’ultimo decennio, ruotando attorno alla supposta normalità di un pugno di adolescenti che, fighetteria a parte, di normale hanno davvero pochissimo. La loro studiata normalità è un limite ereditato dal libro che viene esaltato dalla musica, dalla produzione, dalla regia, figlie dello stesso immaginario un po’ hipster in cui viviamo, in cui la spontaneità è sempre piuttosto studiata.
Il film è molto fedele alla fonte originale, ma quando si scosta lo fa in maniera piuttosto oculata (persino furba), coprendo certe svolte un po’ telefonate del romanzo e soprattutto rendendo esplicita fin dalla prima scena la situazione di Hazel, vista dall’esterno esattamente per quello che è: una giovane donna in una lieve fase depressiva, che si sente un filo superiore al gruppo di supporto che i genitori le impongono di frequentare ed è estremamente concentrata sul proprio dolore e sulla propria precarietà. Anche la paura viscerale di Hazel è esplicitata più chiaramente che nel libro, rendendo da subito evidente l’importanza delle domande che la spingono ad Amsterdam e delle mosse salvifiche che Gus compie per portarla a rimettere a fuoco la propria attenzione sulla sua vita più che sulla sua malattia.

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Lo vado a vedere? Sì, ero pronta ad uscirne tra lo scettico e l’annoiato, invece nonostante conoscessi l’intera storia mi ha molto coinvolto e in definitiva mi è molto piaciuto. Ovvio, partendo dal presupposto che sia pornografia del dolore e sbarrandogli contro un muro emotivo vi disgusterà. Sono quasi pentita di aver letto prima il libro perché sono convinta che presa alla sprovvista dalla seconda parte del film mi sarebbe piaciuto ancora di più.
Ci shippo qualcuno? No, son tutti così educati, ma i capelli di Lotte Verbeek sono stati uno dei momenti di hair porn più devastanti di questo 2014.

IL LIBRO

tfiosJohn Green è un buon scrittore, uno scrittore sopra la media nel comparto young adult, ma l’aspettativa e l’ossessione che genera attorno a sé rendono i suoi ultimi libri vittime della loro stessa fama.
Aspettativa della cui creazione è maestro, con il lancio di questo libro sapientemente dosato sul suo canale youtube, con l’annuncio della scrittura, gli aggiornamenti, il contest per la copertina e l’incredibile impresa di autografare tutte le copie della prima tiratura. Questo per dirvi che ben prima che il libro fosse disponibile, se ne era parlato tantissimo, l’aspettativa era enorme e, una volta uscito, il responso dagli appassionati e della piccola ma agguerritissima comunità di booktubers è stato commisurato a quella aspettativa, mettendo Green nell’invidiabile posizione di aver voce in capitolo anche nella realizzazione dell’adattamento filmico, a sua volta sponsorizzato fase dopo fase come il libro e con medesimo successo.

Il problema è che The fault in our stars è solo un buon libro, assolutamente non all’altezza di quanto venuto prima, di quanto vi ho appena descritto. Approccia una storia piuttosto convenzionale (alla fine è il plot speculare del bistrattatissimo “Love Story”, per citarne uno) in maniera personale, ma senza quella spinta innovativa o quella svolta incredibile che un tale roboante consenso farebbe supporre. C’è di più: sebbene John Green non sia nuovo al tema del lutto e della malattia in età adolescenziale e sia noto per il suo approccio rispettoso ma mai scontato, qui risulta un po’ problematica proprio la tematica dei ragazzini col cancro.

I’m like. Like. I’m like a grenade. I’m a grenade and at some point I’m going to blow up and I would like to minimize the casualties, okay?

Nemmeno problematico, diciamo piuttosto calcolato: il difetto principale di Colpa delle stelle è che è un libro del tutto privo di spontaneità e trasporto, calcolatissimo nei messaggi e nelle immagini che vuole trasmettere, tra le cui scene traspare spesso la personalità dell’autore, piuttosto perentoria nel dire al lettore come deve interpretare cosa e non sempre gradevole. Un autore che inizia il suo libro vietandomi di vedere tra le righe qualche accenno alla sua esperienza (peraltro nota al pubblico) non solo vuole suggerirmi come leggere cosa (il che é seccante) ma finisce per stuzzicarmi a fare esattamente ciò che mi è stato proibito.

Venendo alla spinosa questione della malattia, non c’è nemmeno tutto questo coraggio, non mettendo al centro della storia una ragazza in cui l’ego del lettore finirà facilmente per identificarsi: bella, molto intelligente, estremamente matura per la sua età, piena di tormento interiore ma comprensiva con i suoi genitori, esponente di quel carattere introverso che negli anni non solo da ingiustamente negativo è diventato un tratto sproporzionatamente positivo, ma anche sinonimo di superiore sensibilità ed intelletto.
Hazel si porta dietro una bomba d’ossigeno, veste semplice e si trucca pochissimo, ma è bella, ha buon gusto nel suo vestire con studiata semplicità e l’oculatezza nel porsi di una donna adulta parecchio scafata. Lei non ha gusti adolescenziali un po’ pacchiani, no, lei guarda America’s Next Top Model alla stregua di un guilty pleasure. Lei è la ragazza naturalmente e inconsapevolmente supercool che alcune giovani finiscono per prendere a modello ed insieme un’adulta in cui i post adolescenti non hanno problemi a rispecchiarsi. Anche il suo difetto di prospettiva è legato alla preoccupazione per il futuro dei genitori, una preoccupazione generalmente lontanissima dal mondo centripeto dei giovani.
Il libro straborda di sue uscite altezzose tipo:

I”I take quite pride in not knowing what’s cool,” I answered.

Per non parlare di Gus, questo povero ragazzo bellissimo, cortese, atletico, spiritoso, galante, pieno di amici e con una protesi ad una gamba. Il deux ex machina col sorriso più bello del mondo, arrivato giusto in tempo per ricordarci quanto è meravigliosa Hazel e spezzarle il cuore, questo sì, ma risolvendole quasi tutti i dubbi esistenziali (persino quelli da fangirl).
Gus raggiunge a fatica lo status di personaggio perché raramente esce da quello di fidanzatino fighetto (la storia della sigaretta è adorabile eh, però anche un po’ rolleyes) e bisogna quasi ammazzarlo per farci dare un’occhiata nel suo tormento interiore, nella sua dimensione personale. Altro particolare francamente imbarazzante: quei vaghi accenni ai doloretti di Gus, una telefonatissima anticipazione della ricaduta che invece, zac!, ci viene propinata come megacolpo di scena finale. Una gestione dall’ingenuità mostruosa che fortunatamente il film ha rigettato.

Precisiamo: non è che il libro mi abbia fatto schifo, anzi, mi è piaciuto abbastanza e avrei moderatamente voglia di rileggere alcuni passaggi. L’aspetto migliore è stato tutto quel corredo di piccoli dettagli (che un film non potrà mai allestire) e di piccole sfumature che rendono possibile per il lettore tendere l’immaginazione e vivere la realtà di Hazel e Gus oltre i confini del non detto della storia.

I want to live a mark. But the marks humans leave are too often scars.

Lo leggo? Non è un brutto libro, anzi, ma è bene non calibrare le proprie aspettative sull’incredibile ondata di hype che circonda ogni cosa che fa o dice John Green. Personalmente preferisco consigliarvi il suo primo lavoro, Looking for Alaska. Condivide tante somiglianze con questo, ma è molto più ruvido, meno limato e calcolato, decisamente più sentito ed autentico, sia nella storia che nei personaggi, a tutto tondo anche nei loro aspetti negativi.

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