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lucyPer parlarvi di questo film che ha colto di sorpresa il botteghino estivo americano devo scindere l’appassionata di cinema che è in me dall’appassionata di fantascienza, perché queste due parti della sottoscritta sono giunte a conclusioni molto differenti sul nuovo action movie scritto e diretto da Luc Besson.
Nonostante il giudizio della critica sia stato ovunque solo tiepidamente positivo, Lucy è stato al centro del dibattito cinematografico dopo la sorprendente perfomance americana, dove il film francese ha superato senza troppi problemi lo scoglio dei 100 milioni di dollari al botteghino, inducendo parecchie riflessioni nelle major americane e consacrando l’anno 2014 come quello in cui Scarlett Johansson ha smesso di essere l’avvenente coprotagonista che arricchisce un cast con la sua bellezza, diventando l’affidabile attrice capace da sola di sostenere pellicole più o meno riuscite e di farle diventare profittevoli, forse l’unica caratteristica più desiderabile di una figura avvenente all’ombra delle colline losangeline.

Cinematograficamente parlando, Lucy è un onesto action movie estivo, caciarone il giusto, coloratissimo, cazzaro e fiero di esserlo, capace con un budget tutto sommato contenuto di mettere in scena inseguimenti, sparatorie ed effetti speciali al livello del grande cinema americano.
Il vero discrimine tra questa e altre decine di pellicole dove si menano le mani è che non c’è il padre di figlie rapite / marito a cui hanno ucciso la moglie / ex poliziotto in cerca di redenzione al centro di tutto, bensì una bella ragazza un po’ confusa sul suo futuro, spensierata, allegra e vivace, che commette l’errore di filirtrare con il cazzone sbagliato nella Taiwan colorata, moderna e parecchio stereotipata dove vive.

Mentre Hollywood continua a dimostrarsi titubante con la possibilità di mettere al timone una rappresentante dello stesso sesso della metà della popolazione mondiale, altrove hanno capito che basta la persona giusta valorizzata al meglio, considerando lo spettatore maschile abbastanza intelligente da non fermarsi al corredo genitale del protagonista per scegliere che film andare a vedere nel fine settimana. Non basta però questo a spiegare il successo di Lucy, perché non stiamo parlando né di un’attrice a caso né di un regista come tanti altri. Scarlett Johansson sta vivendo un anno stellare, capace di imporsi sia per performance sempre più convincenti sia per risultati al botteghino che parlano da soli. Di Luc Besson si può dire tutto e il contrario di tutto, ma non che non ami le donne, che non sappia metterle al centro della scena e valorizzarle a tutto tondo, come esseri umani. Sotto questo aspetto, trovare un equivalente di Besson nel cinema d’azione statunitense potrebbe rivelarsi un’impresa ardua.

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Il bello di Lucy è che è una giustiziera per caso, una ragazza bella e spensierata ma non superficiale, le cui reazioni alle vicende tremende in cui rimane implicata sono più che normali e intepretate e dirette in maniera da colpire lo spettatore al cuore. Lucy è una creatura riuscita grazie all’impegno di Scarlett Johansson, che già sapevamo a suo agio con personaggi femminili dalla fisicità ed abilità supereroistiche ma che fa davvero la differenza nelle piccole parentesi umane, quando implora per la sua salvezza o trattiene la commozione al telefono con la madre.
Il film intorno a lei è caciato e volutamente esageratissimo, solo flebilmente ancorato alla realtà, in cui ci si lascia trascinare volentieri solo perché la telecamera rincorre l’avvenente figura di Scarlett Johansson, che come la prima Lucy per puro caso si trova ad essere la pioniera di un nuovo tipo d’evoluzione del genere umano, mentre cerca vendetta contro il signore della droga taiwanese che le ha fatto tutto questo. Niente di eccezionale o trascendentale, ma a volte basta anche un po’ d’azione e un’ottima perfomance.

In qualità di appassionata di fantascienza invece Lucy mi ha fatto letteralmente infuriare, essendo l’esempio più di successo di questo 2014 di quel tremendo filone che non condannerò mai abbastanza di pseudo-fantascienza di contorno. Che se solo ci penso, ROAAAAAAAARRRRR, sputo fuoco e fiamme e distruggo edifici.
Il dettaglio che finora ho omesso: Luc Besson ha anche scritto la sceneggiatura del film, da solo, di un film che arruola l’annoiatissimo Morgan Freeman per spiegarci tutto il background scientifico della sua premessa. Fattore che ridefinisce il concetto stesso di farla fuori dal vasino, dato che lo spunto ha lo stesso fondamento scientifico delle scie chimiche: noi umani usiamo solo il 10% delle capacità del nostro cervello. Nonostante si tratti di “un’ipotesi” (ahahah) come più volte ribadito da Freeman stesso, lo scienziato è stato in grado di ipotizzare sulla base del nulla cosmico cosa accadrebbe se il male si formerebbe dentro di te….ehm, cosa accadrebbe all’acquisizione di un 10% in più, formulando ipotesi di una precisione impressionante per ogni singolo stadio dell’esperimento. Poi arriva la giustificazione paracula: eh, ma anche a Darwin diedero del pazzo! Sì, peccato che il pazzo Darwin aveva degli elementi per validare la sua ipotesi, cosa che Morgan Freeman e Luc Besson, che non é certo né uno scienziato né uno con un background scientifico tale da scrivere un film su queste premesse, hanno.

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Come se ciò non bastasse per giustificare una serie di sequenze molto allegoriche nel finale del film Luc Besson si allontana ancora di più dal vasino calciandolo via, portando Lucy ad essere sostanzialmente la prima intelligenza umana dopata fino ad acquisire una crescita esponenziale (termine che, chiariamo, tiro in ballo io, perché la pellicola non si sogna nemmeno per un istante di utilizzare qualche parola con una vaga attinenza al mondo della scienza), trend molto in voga al momento ma solitamente riferito alle intelligenze artificiali. La chiusa del film è tremenda quasi quanto il pressapochismo con cui tratta qualsiasi personaggio non sia Lucy, perché il film abbandona l’approccio divertito ed esagerato e tenta di essere concettuale. Vi lascio immaginare lo strazio.
Il punto è che sarebbe bastato assumere un cosceneggiatore in grado di dare una vaga parvenza scientifica a quello che è un film di pura e semplice fantasia, che spazia in territori lontani popolati da unicorni. Morgan Freeman infatti non è uno scienziato, no, è l’incarnazione di uno spiegone che per tutta la durata del film cerca di convincerci a prendere sul serio un divertimento estivo. Se è vero che le coincidenze non esistono, allora si capisce perché in questo ruolo ci sia finito proprio Morgan Freeman, già arruolato in una parte simile quest’anno in Transcendence, un film fallimentare ma enormemente interessante proprio perché basato su premesse scientificamente precissime, puntuali e davvero inquietanti, proprio perché palpabilmente lì lì per accadere. Al solo pensare un confronto, Lucy scompare in una nuvola di submateria.

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Lo vado a vedere? A questo punto avrete già capito di che genere di film si tratta, specialmente se avete già visto qualcosa del passato repertorio di Besson. Se è un genere che non vi urta e Scarlett Johansson che mena le mani non vi dispiace potrebbe essere gradevole, ma non vi aspettate di essere sorpresi.
Ci shippo qualcuno? Impossibile, dato che Lucy esclusa gli altri personaggi hanno lo spessore di un foglio di carta velina.
C’è anche un po’ d’Italia? Finalmente comparse italiane che parlano italiano in maniera decente! Notiamo che l’unica polizia che fa pasticci ed è costretta ad inseguire il fuggitivo in aeroporto è la nostra.

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