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nightcrawlerIn attesa che un produttore italiano regali al mondo il film definitivo sulle bassezze del telegiornalismo contemporaneo girando un film cupo e sordido intitolato “Studio Aperto”, ci pensa Jake Gyllenhaal a riempire questo vuoto nel nostro cuore, producendo e recitando nel ruolo di protagonista assoluto ne Lo Sciacallo (adattamento italiano su cui mi trovo abbastanza d’accordo dello splendido titolo originale “Nightcrawler”).
Il film segna anche il debutto alla regia di Dan Gilroy, uno che come sceneggiatore si è già distinto parecchio nell’ambito drammatico/action: suoi gli script di The Bourne Legacy, Real Steel e dell’indimenticato The Fall.

Nightcrawler è iinnanzitutto un’impresa di famiglia, dato che Dan Gilroy si è portato appresso due fratelli e la moglie Rene Russo rispettivamente come produttore, montatore e protagonista femminile (e che protagonista, se mi posso permettere di sottolineare quanto sia MILF in questo ruolo). Il punto di svolta è stato sicuramente l’interessamento di Gyllenhaal, capace di rendere vendibile a livello internazionale un film tutto sommato piccolo, grazie alla sua allure hollywoodiana di divo.

In effetti, assieme a Tom Hardy, Jack Gyllenhaal è uno degli attori nati nel 1980 e affini la cui carriera recente è popolata quasi esclusivamente da progetti di dimensioni non mastodontiche ma nelle mani di quelli che se tutto va bene saranno i grandi registi di domani. Nonostante le scelte spesso infelici della distribuzione italiana, Gyllenhaal lo abbiamo potuto vedere al servizio di alcuni dei nomi emergenti più amati dai cinefili: Duncan Jones, Dennis Villeneuve (di cui in Italia è delittuosamente inedito “Enemy” con protagonista proprio Gyllenhaal) e David Ayer, senza contare il sigillo di garanzia della collaborazione con David Fincher (Zodiac).
Entrare in film di registi così amati ma spesso prodotti con budget ridicoli dal punto di vista della cinematografia americana è esercizio complesso e rischioso, ma sta di fatto che Gyllenhaal non sbaglia un ruolo dal mai troppo dimenticato “Prince of Persia”*, anzi, inanella interpretazioni potenzialmente interessanti in chiave nomination per gli Oscar.

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Prendiamo il protagonista de Lo Sciacallo, Lou Bloom. Gyllenhaal cala subito l’asso con un dimagrimento vistoso, volto a renderne più spigolosi i lineamenti e meno salutare l’aspetto generale. La scrittura del ruolo poi, oltre ad essere deliziosamente cinematografica, è quanto di più amato dall’Academy: Lou è un individuo bordeline per mancanza d’empatia con i suoi simili, tanto che di fondo il suo ritratto è molto simile a certi documentari naturalistici, con Los Angeles come moderna savana. Lo seguiamo dapprima mentre lotta per la sopravvivenza e poi, garantitasi una certa sicurezza, mentre va a caccia di nuove carcasse, mette in sicurezza il territorio dai suoi simili e si trova una compagna appartenente alla stessa specie. Il parallelo è reso possibile in maniera non grottesca grazie all’enorme lavoro di Gyllenhaal sulla fisicità del suo personaggio, sull’espressione tagliente e priva di umanità, senza mai essere vacua o distratta. La fotografia e la regia si limitano ad esaltare questa splendida performance, indugiando sulle partite di caccia di Lou nella sua professione di moderno sciacallo notturno e sottolineando la sua incapacità ad adattarsi al mondo ordinato e sociale alla luce del giorno.

Se a livello registico il film convince senza brillare, scegliendo un approccio da YouReporter più volte di quanto ci si aspetterebbe da un film indie e ambizioso, a livello di scrittura è perfetto e genuinamente cinematografico. Con questo voglio dire che, pur partendo da una problema tangibile e dolorosamente reale (Lou come tanti giovani losangelini è senza un soldo e senza lavoro, costretto a superare i limiti del legale per sbarcare il lunario) il discorso che ne viene ricavato è da inserirsi nel contesto di una narrazione cinematografica che punta su un umorismo cinico, sulle risate a denti stretti e sulla comunicazione di messaggio attraverso avvenimenti grotteschi che richiedono un minimo di sospensione d’incredulità.

Se riuscirete ad accordare questa concessione al film, potrete godervi una perfomance strepitosa di Gyllenhaal, re di una parabola da sogno americano declinata sui toni del grottesco. Lou Bloom è il classico nullatenente pieno di volontà e abilità, ma quello che riesce a costruire come freelancer a caccia di cronaca nera per le tv locali è una creatura economica nuova e prospera sì, ma la cui crescita avviene in maniera spietata e disumana. Il contrasto affascinante del film è fornito dal continuo scontro tra Lou, una persona capace di azioni terribili ma diretta, mossa da genuina passione, e il mondo delle TV locali a cui vende i suoi film come freelancer, pronto a scandalizzarsi per il materiale fornito dall’uomo dopo avergli detto di pensare il proprio notiziario come una donna sgozzata che corre per strada urlando. Ora capite il parallelo con Studio Aperto, vero?

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Lo vado a vedere? Un esperimento cinematografico riuscitissimo ed interessante almeno quanto “Locke” con Tom Hardy, Lo sciacallo è un film duro, pieno di humour cinico, poco interessato a dare risposte che non funzionino su grande schermo. Il divieto ai minori di 14 anni fa è legato ad alcune immagini disturbanti presenti nel film, anche se alla fine cosa fa più impressione: il cadavere di una donna immortalato per il tg della notte o la rassomiglianza tra alcune delle riprese che realizza Lou nel film e quello che vediamo la sera quando accendiamo la tv?
Ci shippo qualcuno? In questo caso mi è piaciuta moltissimo l’evoluzione del rapporto interdipendente tra Gyllenhaal e Russo. Temevo si arenasse sulla posizione di forza del primo sulla seconda, invece fa una scelta interessante nel concentrarsi sulle affinità che li avvicinano.

*Gyllenhaal da lì non ha fatto che interpretare ruoli che facessero dimenticare quel vistoso scivolone, Gemma Artenton invece si è infila in cose così imbarazzanti da far rivalutare quel film tremendo in prospettiva.

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