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xavierIn occasione dell’arrivo in Italia con Mommy, film vincitore del Gran Premio della Giuria a Cannes, ho deciso di presentarvi Xavier Dolan, enfant prodige & enfant terrible del cinema canadese, talento incubato dal Festival di Cannes che quest’anno tornerà a rappresentare il Canada nella corsa all’Oscar per il miglior film in lingua straniera.
Originario del Quebec, a soli venticinque anni vanta l’impressionante numero di cinque film scritti e diretti di suo pugno, quattro dei quali lo vedono tra gli interpreti principali, oltre a svariate comparsate in altri film canadesi. Dolan negli anni ha curato anche il montaggio, il mixaggio, i costumi e la OST dei suoi film, dimostrando una padronanza pressoché assoluta del mezzo e uno stile inconfondibile, già maturo ma ancora positivamente influenzato dalla sua crescita personale. Se non siete già impressionati da questi dati, adesso arriva il bello: i suoi primi quattro film sono tutti dei gioielli, arte visiva al servizio di storie potenti e mai banali.

Descrivere il cinema di Xavier Dolan a chi ne è completamente a digiuno è pressoché impossibile perché fin dagli esordi il regista canadese è riuscito ad esprimersi con uno stile che sfugge a precedenti e paragoni, personalissimo e immediatamente riconoscibile in ogni singola sequenza. Se dovessi proprio descrivervelo, vi parlerei di un Truffaut che incontra un Wong Kar Wai prima maniera alle soglie del 2010; entrambi vengono investi da un’ondata di hipsteria e colori saturi, mentre i confini di genere vengono ridotti a brandelli, close up dopo close up. E giusto un pizzico di Tumblr, che non guasta mai.
In attesa di vedere Mommy, vi presento i suoi primi quattro lavori.

xav1J’ai tué ma mère (I killed my mother) – 2009
L’esordio di Dolan ha già sconfinato nei territori della leggenda: la sceneggiatura la scrisse a 16 anni, un racconto semi autobiografico sul difficile rapporto con la madre prima e dopo la scoperta della sua omosessualità. Fresco 19enne sbarca a Cannes con il suo primo film scritto, diretto, prodotto e interpretato con il carisma di un uomo navigato e non del ragazzino qual è. La Croisette assiste attonita alla proiezione e gli tributa una vera e propria ovazione, il Canada lo sceglie come proprio candidato alla corsa dell’Oscar come miglior film in lingua straniera, dove non otterrà la nomination tra i malumori dei cinefili, già rapiti dal suo talento.
J’ai tué ma mère in effetti è un filmone autoriale a tutti gli effetti, anche senza chiamare in causa le straordinarie vicende biografiche del suo ideatore. Lo stile di Dolan è già personale, spregiudicato e colpisce duro, soprattutto perché inaspettato nella disarmante confessione degli familiari e adolescenziali che ritrae. Se dovessi consigliare un Dolan per un primo approccio alla sua filmografia, credo che sceglierei questo. Non è il miglior film della sua carriera e nemmeno il mio preferito, ma il suo difetto è anche la qualità che credo posso riassumere al meglio la sua arte; Dolan, ancora giovanissimo e forse ancora coinvolto in ciò che sta raccontando, finisce per realizzare un film fin troppo personale, in cui spesso sfuggono fiotti di angst adolescenziale. Il racconto però è così sincero, l’urgenza di Dolan di mostrarci il suo mondo adolescenziale è così pressante da rendere a tratti l’esposizione convulsa, ma è impossibile rimanere emotivamente neutri di fronte al tormentato ed impossibile Hubert Minel e all’odissea della sua madre imperfetta, Anne Dorval, attrice feticcio del regista, ritratta anche con pennellate di autentica cattiveria distintiva dell’adolescenza e colta alla perfezione su schermo.
Un film potente, struggente, un filo angst, ma che vi convincerà del talento prodigioso di Dolan e del fatto che averlo come figlio debba essere stata un’esperienza abbastanza terrificante. [trailer]

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xav6Les amours imaginaires (Heartbeats) – 2010
É passato solo un anno, eppure è cambiato tutto nella vita e nella cinematografia di Xavier Dolan, ora definitivamente uscito dall’adolescenza ma ancora invischiato in sentimenti d’amicizia e d’amore contrastanti e ambigui, con cui sbarca al Sundance Film Festival. Se l’amore è sempre al centro delle sceneggiature di Dolan, qui è interpretato in chiave raffinata, elegante, lievemente ironica, quasi a prendere le distanze dall’irruenza della pellicola precedente. Con il suo stile chic fuori dal tempo e le scelte scenografiche e costumistiche che guardano chiaramente verso la Francia, Les amours imaginaires è il film che più si avvicina alle atmosfere di Truffaut, sebbene filtrate in un tripudio di colori saturi e tocchi hipster. Al centro della vicenda c’è una coppia di amici, Francis e Marie, che diventa un trio, accogliendo nel rapporto l’affascinante e malizioso Nicolas (un Niels Schneider di cherubiniana memoria che dà le palpitazioni). L’amicizia tra il personaggio di Dolan e quello interpretato da Monia Chokri è profonda e vagamente simbiotica, ma costantemente minata da due caratteri tanto simili che finisco per innamorarsi sempre della stessa persona. Il film è tutto giocato sulla sottile tensione tra i tre, con Nicolas non si sa quanto inconsapevole dei sentimenti di Monia e Francis, a loro volta refrattari ad ammettere di aver ceduto al suo fascino ma decisi a battere l’amico sul tempo. Inframezzate alla trama principale ci sono microstorie in forma di monologo degli amici dei protagonisti, che raccontano con brevi pennellate le difficoltà delle loro relazioni. Uno spaccato bellissimo dell’amore negli anni ’10, vanitoso e leccato il giusto. La scrittura e le inquadrature dedicate a Marie sono la connessione più evidente a Truffaut, perché, impossibilitate ad essere amanti, siano madri o amiche, le donne del cinema di Dolan sono sempre intense, struggenti almeno quanto i personaggi amati dal protagonista. [trailer]

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avLaurence Anyways -2012
Forse il film più almodovariano del quartetto e a mio parere la prova più alta di Dolan come sceneggiatore, anche se è il titolo che rivedo con meno frequenza nella sua produzione.
Laurence Anyways ricorda il regista spagnolo sia per tematiche che per cronologia; al centro della vicenda infatti ci sono gli anni ’90 e il difficile cammino di un uomo che decide di rivelare a familiari e compagna il bisogno di vedersi anche all’esterno come la donna che sente di essere, rendendo ancora più precari e burrascosi i rapporti con la madre e la compagna Fred. Se i film precedenti di Dolan sono tra i più riusciti ritratti cinematografici del liquefarsi dei confini tradizionali nelle relazioni sentimentali odierne, qui la struttura di stereotipi contro cui si scontra Laurence è più canonica, tanto da rendere l’esperienza di visione più familiare e rassicurante, con lo stile graffiante del giovane regista che scorre quasi sotto pelle, per poi esplodere solo in un paio di occasioni.
La durata è notevole (e forse un po’ eccessiva), il formato dell’immagine quasi quadrato, persino la storia è tradizionale con un’ottima interpretazione di Melvil Poupaud, indistinguibile dai tanti protagonisti almodovariani. A fare la differenza è proprio la sceneggiatura, il mimetismo perfetto di Dolan, capace di scrivere una storia spalmata lungo tutto quel decennio la cui atmosfera risulti dolorosamente autentica, pur essendo stato bambino mentre tante storie simili a quelle del suo protagonista si stavano consumando.
Rischio però di mandarvi fuori strada, perché la priorità di Dolan non è tanto parlare del percorso di maturazione di Laurence, quanto di usarlo come elemento critico per riposizionare il centro della pellicola, la sua storia d’amore con la compagna Fred. Nel personaggio spumeggiante e tumultuoso di Suzanne Clément riecheggia ancora una volta Truffaut, con questa donna carnale, sensuale, quotidiana, contraddittoria, ideale filmico e umano a rapire e sostenere lo spettatore e Laurence. L’elemento che però mi ha più colpito è stata la scelta di tratteggiare un protagonista che sente la vecchiaia sempre più vicina e lo scadere del tempo concessogli per trovare se stesso. La scrittura di Dolan è stupefacente in questo senso, soprattutto nelle melanconiche fasi finali, dove il protagonista passa esplicitamente il testimone alle generazioni protagoniste degli altri film di Dolan. Essere bravi a scrivere dell’adolescenza quando si è poco più che maggiorenni è notevole, ma saper descrivere così le emozioni di qualcuno che ha il doppio dei tuoi anni è davvero impressionante. [trailer]

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xav 8Tom à la ferme (Tom at the Farm) -2013
Il mio Dolan preferito in assoluto, il primo che mi ha fatto venire l’ondata di commozione per la troppa arte, lo adoro, ero già innamorata della splendida locandina e adesso voglio solo un’edizione criterion collection prima di subito. Ho reso l’idea.
Presentato in competizione alla settantesima edizione del festival del cinema di Venezia, è il primo film in cui Dolan riesce a sfruttare un budget più sostanzioso del passato e i risultati sono tutti lì, nell’imponente ripresa d’apertura che ci trasporta in una campagna agricola solitaria, semi disabitata, industriale e priva di lirismo.
Tom à la ferme è stato criticato per aver lasciato per strada l’approccio distintivo e autobiografico a storia e personaggi, ma lo fa a vantaggio di una prima incursione nel thriller che dà il capogiro. La tensione psicologica e sessuale percorre il film incessantemente, lasciando lo spettatore in uno stato d’ansia perenne fino all’ultimo fotogramma. La trama è scarna almeno quanto lo scenario agricolo in cui è ambientato il film: Tom è un copywriter di Montreal che si reca nell’entroterra per il funerale del suo amato, senza sapere che la famiglia di lui non era a conoscenza della sua omosessualità. Costretto dal violento e manipolatore fratello maggiore del morto a mentire e raccontare di una fantomatica fidanzata all’anziana e dolente madre dell’amato…
ecco, qui il film smette di seguire il tracciato che leggendo queste righe vi siete immaginati e diventa un ritratto imponente di oppressione e desiderio, passione e distruzione. Tom infatti, nonostante sia terrorizzato dalle minacce fisiche di Francis (un Pierre-Yves Cardinal in versione rude bovaro straordinario e, ammettiamolo, da esplosione d’ovaie) ne diventa succube, complice la forte rassomiglianza con il fratello morto, inserendosi nel rapporto di violenza e protezione che intercorre tra lui e sua madre Agatha (forse la figura più ambigua del film), incapace di capire se è lui a scavarsi un posto nella famiglia o se si sta semplicemente avviluppando in una trappola dall’esito mortale. Dal canto suo Francis non perde occasione di umiliare Tom per la sua omosessualità, salvo poi interpretare a tratti il suo fratello maggiore, a tratti il mentore professionale, a tratti l’amante dominatore, a tratti l’ombra del fratello, a tratti l’assassino. Se la presenza di Xavier Dolan in qualità d’attore mi ha sempre convinto ma mai entusiasmato, qui mi sono ricreduta, perché l’intensità della sua interpretazione è spettacolare. Bello, bello, bellissimo, comprende un paio di scene cinematograficamente perfette: difficile tornare a considerare innocuo un campo di mais o trovare un tango più sensuale e rivelatore al cinema. [trailer]
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