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thesefinalSe c’è una cosa che una cosa che il cinema e la letteratura australiana ci hanno insegnato – quelle poche volte in cui sono riusciti a raggiungerci – è che gli australiani sono dei veri duri. Non solo fisicamente, temprati dalla vita in un assolato continente in cui ogni animale o pianta cercano costantemente di ucciderti, ma soprattutto mentalmente, come a confermare lo stereotipo tutt’ora esistente degli ex galeotti e avventurieri che vennero abbandonati sull’immensa isola secoli addietro.
In campo cinematografico l’Australia ha un timbro unico e pur avendo sfornato registi molto diversi tra loro, sembrano tutti accomunati dalla capacità di mettere in chiaro con poche sequenze che dalle loro parti il lieto fine, se c’è, te lo devi guadagnare col sudore e coi denti.
La notizia dell’arrivo di un piccolo film apocalittico scritto, diretto e prodotto in Australia perciò non mi aveva sorpreso, perché se c’è qualcuno con la tempra fisica e morale adatta ad affrontare la fine del mondo, beh, è probabile che si trovi proprio laggiù.

L’aspetto migliore della pellicola è proprio l’approccio che il regista e sceneggiatore Zak Hilditch ha deciso di mantenere verso il genere apocalittico. Qui sarebbe più corretto parlare di un film pre-apocalittico, dato che l’intero lungometraggio scorre nell’attesa di una non meglio indentificata calamità che si sta letteralmente mangiando via, ora dopo ora, l’intera superficie terrestre, lasciando dietro di sé solo la devastazione e la desolazione più completa.
Lo spunto dello sceneggiatore e regista australiano risulta innovatore non tanto per le premesse (ampiamente esplorate dal cinema catastrofico o festaiolo americano) ma quanto dalla linea morale che porta avanti: basta assistere all’incipit per capire che la pellicola non lascerà spazio a redenzioni dell’ultimo minuto o salvataggi in extremis. Il film si ferma più volte a ribadire, tramite la voce di un anonimo radioamatore, che il mondo sta già finendo ed è solo questione di ore prima che anche l’Australia e i suoi abitanti scompaiano.

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Solo una volta chiarito che la sentenza è irrevocabile, Hilditch si focalizza sul racconto delle ultime ore di un giovane ragazzone palestrato di nome James. Il punto di partenza è una delle risposte più gettonate alla domanda implicita del cosa faresti se sapessi che ti rimangono solo una decina di ore da vivere?; James si rotola tra le lenzuola con la bellissima Zoe fino a raggiungere la spossatezza. Peccato che Zoe non sia la sua ragazza ufficiale, nonostante il legame tra i due sia evidentemente profondo. E James non è disposto a morire tra le sue braccia, troppo spaventato dal dolore fisico e dalla consapevolezza che dovrà affrontare negli ultimi istanti. Così se ne va, prende la macchina e si avventura verso una mega festa in cui sa che troverà la sua ragazza, alcolici e droghe in abbondanza, tre cose che spera lo confondano tanto da non soffrire.

Andarsene in giro però non è la scelta più sicura, con fanatici religiosi, criminali e schizzati liberati dalle costrizioni di una società distrutta nel suo funzionamento ancor prima di esserlo fisicamente. Tanto che una ragazzina di nome Rose viene rapita in pieno giorno da un paio di uomini che hanno intenzione di abusare di lei, proprio mente James viene inseguito da un pazzo armato di machete. La decisione di James di soccorrere la bambina seguendo le sue urla strazianti gli cambierà le ultime ore della sua vita, aiutandola a ricongiungersi con il padre scomparso chissà dove e a ritrovare per se stesso la consapevolezza necessaria a coronare l’unico possibile lieto fine di queste premesse tanto devastanti.

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Sembra strano, ma al centro di These Final Hours non c’è tanto un devastante decalogo della bestialità umana spinta dall’urgenza di una fine ormai imminente, quanto il percorso di crescita umana di James, che si assume instintivamente il compito di proteggere l’unica traccia d’innocenza rimasta nei dintorni ma commette errori e sbagli in un percorso genitoriale accelerato e compresso in poche ore, che comprende non a caso anche le tappe più dure per la vita di un adulto e le riconciliazioni talvolta difficili nell’adolescenza. In quella decina di ore decisive, grazie alla guida inconsapevole della piccola Rose, James diventa adulto in maniera completa e finita, supera i lutti e gli screzi del passato e solo dopo aver affrontato a viso aperto ciò che era stato fino a poche ore prima, è pronto a compiere la scelta più importante, più giusta, a poche ore dalla fine.

Dirvi di più sarebbe un delitto, ma ci tengo ad avvertirvi che la violenza e le scene di sesso non sono nemmeno lontanamente la parte più forte del film, impregnato in una cappa di disperazione che non è del tutto derivata dall’Apocalisse, quanto dall’approccio autentico e duro con cui il regista sottopone il protagonista alle prove più dure che un uomo può affrontare nella propria vita, guardando dentro a se stesso. Se in un certo senso una nota positiva non manca, andate al cinema consapevoli che per arrivarci dovrete affogare nella tristezza a palate.

Beautiful angel woman in theatre

Lo vado a vedere? Se l’argomento e il genere non vi spaventano io vi consiglio comunque l’esperienza, perché ne vale davvero la pena. Un film piccolo e cosciente dei suoi mezzi, scritto in maniera ineccepibile e con una certa eleganza nella messa in scena e nella risoluzione finale, che è un po’ il punto dove pellicole di questo genere falliscono o trionfano. In questo caso, decisamente la seconda.
Ci shippo qualcuno? La terra dei bovari è un forte schermo anti shipping, quindi impiego queste poche righe a segnalarvi che nel film Zoe è intepretata dalla bellissima Jessica De Gouw, una versione australiana e molto aggraziata di Kristen Stewart (che ricorda molto in certi primi piani) che viene data come nuova promessa del cinema locale.

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