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due giorniTutti amano i Dardenne, i fratelli sceneggiatori e registi beniamini del Festival di Cannes da un paio di decenni, della critica e del pubblico più incline ai grandi temi sociali su grande schermo.
Io invece sto dall’altra parte della barricata, nel gruppo di quelli che non sono stati sempre convinti fino in fondo dalla prolifica attività del duo belga e Due giorni, una notte riassume per l’ennesima volta il mio approccio tiepido ai Dardenne, pur essendo uno dei loro film che mi è piaciuto di più e vantando il carico da novanta della presenza da assoluta protagonista di Marion Cotillard, un’attrice che è sempre una garanzia, che si trovi in grandi produzioni hollywoodiane o in film più intimi in giro per l’Europa.

Stavolta ho veramente pochissimo da dire, perché il film è tutto racchiuso nella sinossi della trama: Sandra, giovane moglie e madre che si è appena ripresa con difficoltà da un periodo di depressione, scopre che il suo capo ha deciso di licenziarla e ha posto i suoi colleghi di fronte a una scelta: o rinunciano al bonus e tornano ad intengrarla, o ottengono il denaro ma votano per la sua fuoriuscita. Abbattuta e sull’orlo di una ricaduta, la donna viene convinta da un’amica (uno dei due soli voti a favore del suo ritorno su un totale di sedici) e dal marito a chiedere al capo una nuova votazione. Segue un fine settimana in cui Sandra s’incontrerà con i colleghi, tentando di fargli cambiare idea: due giorni e una notte per tentare di salvare il proprio lavoro e di evitare il baratro della depressione.

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I Dardenne scrivono l’ennesimo grande affresco umano, facendolo ruotare attorno alla loro eroina di assoluta quotidianità: Sandra è una donna forte ma indebolita dalla malattia, ancora dipendente dai farmaci, inizialmente incapace di lottare per il suo futuro perché in fondo convinta lei stessa dall’apparente coerenza dell’ingiustizia che sta subendo. Marion Cotillard con poco più di un paio di canotte, un filo di trucco e un jeans scolorito ci ricama sopra l’ennesima grande interpretazione, misurando postura e volume della voce per rendere credibile un personaggio che scena dopo scena trova la forza di lottare, ma in un percorso costellato da mille ricadute e momenti bui. Mi spiace molto che la stella sempre più luminosa della Cotillard abbia oscurato l’apporto fondamentale e generoso di Fabrizio Rongione, che ne interpreta il marito. “Due giorni, una notte” è una storia di rinascita personale sì, ma assistita dall’amoroso sostegno di un marito capace di dare alla compagna un aiuto del tutto scevro da pietismo, di essere propositivo e presente anche quando il buco nero di negatività che ha inghiottito la donna cerca di gettare ombre cupe sul loro rapporto.

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Il film però è tutto qui, una gigantesca, quotidiana, drammatica guerra tra poveri, in cui ognuno espone all’altro le proprie difficoltà economiche e umane: a volte il contatto empatico si crea e Sandra ottiene un sì, a volte le due posizioni finiscono per diventare un muro contro muro. C’è molto da riflettere a fine film, però è materiale su cui abbiamo già riflettuto con titoli precedenti, che vantavano un approccio più spiccatamente cinematografico di questo titolo. “Due giorni, una notte” sceglie invece uno stile minimalista, tutto realismo e camera a spalla, senza mai una concessione dedicata al medium che ha scelto. Soprattutto, manca anche a livello di sceneggiatura un momento che prenda lo spettatore alla sprovvista. Il film si rifiuta di sorprendere con una svolta più cinematografica, però i Dardenne rigettano anche un approccio di tipo determinista, che sottolinei l’inevitabilità nel percorso di Sandra.
Per salvare un messaggio positivo e possibilista, i Dardenne finiscono per presentare un film che si perde nel mare magnum della prima serata di Rai3. D’altronde, come ci hanno insegnato con la storia di Sandra, mantenere una cerca coerenza interna può avere dei costi enormi quando i nodi vengono al pettine.

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Lo vado a vedere? Regolatevi sul vostro metro di gradimento dell’opera omnia dei Dardenne, che non si spingono certo fuori dal loro seminato. Per chi fosse curioso circa un film di questo tipo che invece ritengo riuscitissimo proprio per la spiccata componente cinematografica affiancata al grande tema umano e sociale, propongo un lungometraggio prodotto dai Dardenne e, guarda un po’, con Marion Cotillard protagonista, il bellissimo “Un sapore di ruggine e di ossa”. Attenzione che è super piangerone.
Ci shippo qualcuno? Macché!

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