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mommyL’arrivo della prima pellicola di Xavier Dolan in Italia è una grande, bellissima notizia: tra tre giorni anche i cinefili italiani meno smaliziati in qualità d’internauti potranno godere dell’ultima opera di uno dei più chiacchierati registi contemporanei. Da grande estimatrice di Dolan però sono un po’ dispiaciuta che il pubblico italiano entri in contatto per la prima volta con il regista, sceneggiatore e attore canadese attraverso Mommy.
Non perché non sia un bellissimo film (lo è), ma perché a chi ha seguito pellicola dopo pellicola il percorso del giovane prodigio canadese finisce per dare molte più risposte di quante non ne fornisca come lungometraggio a se stante.

Mommy costituisce un punto d’arrivo importante per Xavier Dolan e la chiusura di un ciclo aperto 5 anni fa con J’ai tué ma mère, il folgorante esordio del nostro nel mondo del cinema. Se infatti la maternità e il rapporto filiare sono temi cardine dell’intera produzione dolaniana, è innegabile che con Mommy assistiamo a un prepotente ritorno alla centralità di queste tematiche.
Pur essendo film diversissimi, per chi ha visto J’ai tué ma mère è impossibile durante la visione non giustapporlo idealmente a quest’ultimo film, vincitore del Gran premio della Giuria di Cannes 2014. Se cinque anni fa il motivo della discordia tra una madre poco responsabile e un figlio volitivo e testardo era la di lui omosessualità (con ampi stralci autobiografici dell’adolescenza di Dolan, che finiva per interpretare se stesso), qui a creare tensione nel medesimo rapporto tra una vedova grintosa e volgare e un figlio iperattivo sono proprio le numerose patologie mentali di quest’ultimo, che rendono difficile alla madre gestire la propria vita e il proprio lavoro e trasformano l’adolescente in un costante pericolo per sé e per il genitore.

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Diane “Die” però è una figura diametralmente opposta alla madre del Dolan fittizio: è una sopravvissuta, una combattente nata e nonostante una certa volgarità dei suoi atteggiamenti e del suo vestiario, è un genitore amorevole e deciso a prendersi cura del figlio nonostante i pericoli insiti nei suoi gravi problemi caratteriali.
Steve invece è l’esasperazione di quel giovane testardo dell’esordio, l’estremo di quello spettro, il cui problema principale è l’eccessivo attaccamento alla madre, per cui sarebbe disposto a fare qualsiasi cosa. Non si tratta di un’espressione figurata, anzi: i momenti drammatici principali della pellicola nascono proprio da quel tentare qualunque strada pur di proteggere la madre e renderla felice.

La piccola, grande rivoluzione del film della maturità dolaniana è il livello di coinvolgimento emotivo dello sceneggiatore e regista: un quinquennio fa eravamo di fronte a un adolescente arrabbiatissimo che quasi puniva la madre con la propria pellicola, qui invece abbiamo un giovane adulto che tratteggia la storia dallo straziante punto di vista materno, interessato e persino affascinato dalla capacità di una donna vedova e senza lavoro di superare le difficoltà apparentemente insormontabili del suo essere madre. C’è un’enorme simpatia (nel senso etimologico del termine), una grandissima partecipazione emotiva al dramma di Die, che corona nel drammatico finale quasi in un aperto sostegno alla figura.

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Questo non significa che Dolan abbandoni o condanni Steve, anzi: buona parte delle peculiari scelte artistiche del film sono una manifestazione visiva, un plauso concreto al suo spirito libero e senza freni. Semplicemente Dolan pone una distanza tra se e il protagonista (e non a caso, per una volta non lo interpreta direttamente, lasciando spazio a un bravissimo Antoine-Olivier Pilon), scegliendo di calarsi nel punto di vista femminile, moltiplicandolo. Se da un lato infatti la forte madre caduta in disgrazia viene affidata alla sua musa di sempre Anne Dorval, stavolta crea un personaggio che media tra il punto di vista materno e il disagio mentale, affidandolo a un’altra favorita, Suzanne Clément. La vicina maestra delle medie trasferitasi dalla città e costretta a prendersi un anno sabbatico per una balbuzie improvvisa derivata da un trauma non meglio precisato è il personaggio che mancava nella filmografia dolianiana: borghese, colta, molto smussata rispetto ai personaggi nettissimi e sempre sugli estremi dello spettro emozionale, eppure sullo stesso grado d’intensità espressiva, capace di fornire un’alternativa e una visione critica all’agire di Die. Il mistero che il film non scioglie riguardo a molti lati del suo personaggio (il rapporto con il marito e la figlia, il trasferimento dalla città) non fanno che aumentarne il fascino.

Due parole su uno delle scelte estetiche più sorprendenti della pellicola: il film è girato con un rapporto 1:1 del girato, il che significa che per gran parte della durata l’immagine ha la forma di un quadrato perfetto con due ampie bande nere ai lati. Inizialmente non nego che l’effetto vimeo fosse un filo fastidioso, ma non si tratta di una scelta autocompiaciuta, anzi, le finalità espressive di questo formato verranno palesate durante la pellicola e daranno vita a un paio di sequenze autoriali davvero memorabili.
Similarmente anche il lavoro sulla colonna sonora è quantomeno spiazzante: Mommy infatti come “I guardiani della Galassia” ripercorre brano dopo brano una mixlist presente all’interno della storia e costituita quasi esclusivamente da grandissime hit degli anni ’90. All’inizio il risultato è spiazzante, ma la genialità di Dolan vi stupirà: non è da tutti utilizzare gli Eiffel 65 e Bocelli con finalità drammatiche simili e risultati tanto convincenti.

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Lo vado a vedere? Assolutamente sì, è stato molto emozionante in qualità di coetanea di Dolan e sua estimatrice della prima ora assistere a questa dolorosa riconciliazione con la figura materna. Non posso assicurarvi che vi piacerà, ma sicuramente non vi lascerà indifferenti, perché vi troverete davanti a due ore e venti di cinema nel senso più artistico del termine e al massimo delle sue potenzialità espressive.
Ci shippo qualcuno? Dato il soggetto in esame, sono abbastanza stupita dal dirvi che il livello camp sta praticamente a zero.
C’è anche un po’ d’Italia – la scena al karaoke con “Vivo per Lei” è fantastica, assolutamente memorabile e non solo perché il povero Antoine-Olivier Pilon è costretto a cantare in italiano. Il dramma in modalità sanremese. Gli Eiffel 65 sono quel tocco di anni ’90 che segretamente tutti apprezziamo. Fantastico!

Se siete a completo digiuno di Xavier Dolan, niente paura: ho ripercorso in breve la sua intera carriera in un apposito Listone. Lo trovate [qui].

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