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dolan4In occasione del suo sbarco in Italia, Xavier Dolan si è ritagliato una parentesi tutta nostrana per incontrare la stampa in due distinti appuntamenti, a Roma e a Milano. Il pubblico è quello delle occasioni importanti, nonostante l’avvento sia un periodo ricchissimo di eventi per chi gravita attorno al mondo cinematografico. L’attesa e l’aspettativa sono palpabili: nell’aria c’è la sensazione che questa sarà l’ultima possibilità di avere un contatto a tu per tu con quello che si avvia a diventare un grande regista internazionale, pronto ad esplodere al di fuori dei circuiti autoriali da un momento all’altro e con una concreta possibilità di portarsi a casa un Oscar a 26 anni.
Xavier Dolan arriva in anticipo, vestito con uno stile personalissimo e ricercato: giacca scura, pantaloni con piccoli fiori ricamati, stivaletti con punta d’acciaio. Si siede al fianco dell’interprete e sorride, un po’ nervoso. Appena fioccano le domande però risponde con garbo, trasporto e grande sensibilità ai tanti dubbi e a qualche provocazione. Le influenze passate, le possibilità del presente, e il futuro sempre più hollywoodiano: ecco le parole dell’enfant terrible del Canada.

Complimenti per essere stato selezionato ancora una volta come rappresentate del Canada nella corsa agli Oscar! Come hai reagito alla questa seconda investitura? Te lo aspettavi?
Grazie. Sono molto contento di essere stato selezionato, ma non stupito.
“Mommy” era uno dei film canadesi dell’anno che aveva viaggiato maggiormente nel circuito festivaliero internazionale e questo è un fattore molto importante nella scelta di ogni singola nazionale.
Ho già conosciuto Cannes, sono contento di potermi confrontare con un’altra grande realtà cinematografica come Hollywood.

Parlando di “Mommy”, è un film che torna a mettere al centro quello che è per te un tema cardine, il rapporto tra madre e figlio. Pensi di aver analizzato fino in fondo questo argomento o ci tornerai su in futuro?
La famiglia e la figura materna per me sono un pozzo senza fondo d’ispirazione. La madre, il figlio, la figlia; sono degli stereotipi, ma gli individui che rientrano in questa descrizione sono sempre unici, quindi potrei realizzare due film all’anno su questa tematica senza mai rischiare di ripetermi. Il punto è che tengo molto a rinnovarmi come regista e sceneggiatore dopo ogni film, per me è una necessità. La famiglia è simile alle storie d’amore: sono aspetti della nostra esistenza che si rinnovano continuamente, di cui non si può fare a meno, perciò per me è una fonte d’ispirazione che non si prosciuga mai.

Agli spettatori italiani digiuni dei tuoi precedenti lavori, forse “Mommy” sembrerà un film molto duro con la madre protagonista, mentre tu lo hai descritto più volte come una sorta di riconciliazione con la figura materna duramente attaccata al tuo esordio. Questo ultimo lavoro l’hai vissuto come un tornare ad accanirti su una madre o è cambiato qualcosa rispetto al passato?
Ma io non mi accanisco mai sulla madre! In tutti i miei film le madri hanno problemi e debolezze, ma sono sempre loro alla fine a uscirne vincitrici. In “J’ai tué ma mere” era la madre a raddrizzare il direttore della scuola che voleva insegnarle come crescere il figlio, in “Laurence Anyways” è proprio la madre, pur tra mille difficoltà, ad accettare in maniera più autentica il cambiamento del figlio, in “Tom à la ferme” la madre è isolata ma non manca di una certa tenerezza. “Mommy” è il ritratto di un grande sacrificio di una madre coraggio. Io non mi accanisco sulle madre, mi accanisco con loro.

Quindi come dobbiamo interpretare la svolta tanto drammatica di “Mommy”?
Il messaggio del film è che ad essere crudele è la vita, non la protagonista. Non posso certo fare film dove le madri saltellano in un campo fiorito, preferisco piuttosto mettere in risalto il coraggio dei personaggi in una situazione drammatica. Dopo la visione alcune madri mi hanno parlato della luce, dei colori, delle scene di danza, sono rimaste più colpite dalla speranza di Diane che dal mondo senza speranza in cui vive.

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Parlando della colonna sonora di “Mommy”, è evidente come sia composta quasi esclusivamente da canzoni pop, hit molto famose degli scorsi decenni. Come le hai selezionate?
La musica arriva molto presto nel mio processo di scrittura di un film. Anzi, spesso sento una canzone alla radio e magari ci scrivo attorno un intero film; è successo di recente, si tratta di un progetto che però non ho ancora realizzato.
Tornando a “Mommy”, “Experience” di Ludovico Einaudi mi ha ispirato la scena di una madre che immagina le tappe fondamentali della vita condivisa col figlio che non potrà mai vivere. Attorno a questa immagine è nato e si è sviluppato “Mommy”.
In questo film volevo che fossero i personaggi stessi ad avere il controllo della musica, a far suonare le loro canzoni del cuore, come nel caso della compilation di Die e Steve.
Infine trovo che sia stato importante scegliere canzoni molto conosciute, che piacciono alla gente. Questo tipo di pezzi sono quelli con cui anche io sono cresciuti negli anni ’90, sono canzoni che fanno riemergere nel pubblico ricordi personali legati a quel periodo.

“Mommy” è molto personale anche sul lato prettamente visivo. Come è nata l’idea di usare il formato quadrato e di sfruttarlo come cassa di risonanza dei sentimenti dei personaggi?
Oh, mi piace la tua interpretazione! Il 6:6 è il formato classico della fotografia, è il formato della prima Kodak, della 120 mm, fino a risalire all’arte pittorica del ritratto, anche se oggi è associato a Instagram. L’ho scelto per poter seguire da vicino gli occhi dei personaggi, per ritrarli come veri e propri esseri umani, senza le distrazioni di ciò che sta sullo sfondo o ai lati. Una scelta perfetta per il close-up, ma che rende i piani larghi sgraziati e davvero difficili da realizzare.

In “Mommy” mi ha molto colpito il personaggio della vicina di casa, interpretato da Suzanne Clément. Apparentemente è molto lontana dai tuoi protagonisti tipo, con il suo atteggiamento sfumato, dimesso e i tanti misteri attorno alla sua vita che rimangono inesplorati a fine pellicola. Perché hai deciso di posizionarla nel binomio Die-Steve?
Ad essere sinceri non potevo sopportare i paragoni con il mio primo film, che di fatto è una crisi adolescenziale in un mondo borghese un po’ scialbo. Sentivo il bisogno di variare, quindi ho inserito un terzo personaggio per rompere gli equilibri. Uno dei motivi che mi ha portato a questa scelta è che volevo tornare a lavorare con Suzanne Clément. Dopo averle fatto interpretare una donna vivacissima, colorata, strabordante ed eccessiva in “Laurence Anyway” volevo farle creare un personaggio diametralmente opposto.

dolan2Parliamo un po’ del futuro. Presto lavorerai con Jessica Chastain, un’attrice ormai entrata nel gotha hollywoodiano. Puoi dirci perché l’hai scelta?
Ah, Jessica non interpreta il ruolo principale del mio prossimo film, ma sarà comunque un ruolo eccitante (ride). Il film s’intitolerà “The death and life of Jonathan F. Donovan” e attenzione, l’inversione iniziale è voluta!
Descriverà la vita di una star cinematografica arrivata ai vertici da 5, 6 anni e considerata da stampa, addetti ai lavori e fan come il nuovo James Dean o Marlon Brando lungamente atteso. Della sua vita privata si saprà pochissimo, almeno finché diverrà di dominio pubblico il suo scambio epistolare con un ragazzino di 11 anni. Il contenuto delle lettere rimane privato, ma un’ondata di turpitudini si abbatterà sul protagonista, attraverso i media e i social network, affossandone la carriera.
Non vuole essere una satira sul mondo diHollywood, quanto più un nuovo mito di Icaro, per mostrare come la vita privata delle star e la qualità del cinema e dell’arte vengano influenzate e manovrate dai media, che spesso hanno l’ultima parola sulle decisioni artistiche e private.
Il tono sarà divertente e dissacrante, l’impianto narrativo quello tipico dei film di supereroi, con un buono e un cattivo: Jessica Chastain sarà la cattiva senza sfumature, 100% bitch. Anzi no, bastarda! Dicevano così in “Titanic”, bastardo, in italiano. (ride)
Jessica Chastain l’ho conosciuta sulla Croisette: lei ha twittato un complimento su “Mommy” dopo averlo visto, io le ho chiesto se le andava di bere un bicchiere di vino assieme. Da cosa nasce cosa…penso di poter dire che adesso siamo amici.

Parliamo un po’ di cinema: cosa ti piace della settima arte, cosa ti influenza di più come artista e persona?
In realtà non guardo molti film, mi sento piuttosto in imbarazzo perché non ho una grande cultura cinematografica. I film della mia infanzia come “Mamma ho perso l’aereo”, “Titanic” e “Batman Returns” li porto dentro di me, mentre non guardo mai nuovi film mentre sto girando qualcosa di mio.
In compenso compro tante riviste di moda e libri di pittori classici e moderni come Caravaggio, Popper, Chagall, Matisse, Harper. Tutto mi ispira, ma rimango sempre colpito dalla fotografia, artistica o di moda; forse per me è la fonte d’ispirazione più importante.
Non credo molto nell’influenza di altri film e nella loro imitazione, quanto piuttosto nell’ispirazione del momento, suggerita da immagini o musiche. Per esempio per “Mommy” è stato fonte di grande ispirazione il lavoro della fotografa Nan Goldin, la sua luce, calda, amorosa, poco calibrata.
Credo che l’ispirazione sia come un telefono senza fili: ti potrei mostrare cosa ha ispirato una certa scena di “Mommy” e tu non coglieresti il nesso logico tra le due immagini.
Beh, con il mio primo film però ho detto al mondo che ho visto e amato “In the mood for love” di Wong Kar Wai, però ora basta, no? (ride)

In “Mommy” però c’è un chiaro omaggio a “Mamma ho perso l’aereo”.
Sì, la scena della borsa della spesa. In realtà è più un occhiolino, anche se poi sulla Croisette in molti ne parlavano facendo paragoni con registi russi senza cogliere la citazione! (ride)

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Quanto c’è di Steve nel ragazzo che sei è stato, c’è qualcosa di autobiografico come nel tuo primo film?
Il personaggio più ancorato nella mia realtà adolescenziale di “Mommy” è proprio Steve, per la violenza che ha dentro di sé. Da piccolo ero molto violento senza che nessuno capisse perché, poi mi sono calmato con l’età e grazie al cinema, dove faccio sfociare la mia rabbia contro la società e i gruppi di persone che ostracizzano gli altri per quello che provano e dicono. I miei personaggi sono ribelli, sempre contro allo sguardo delle persone normali. Per questo sì, assomiglio a Steve, però lui soffre di una malattia mentale, quindi…no, direi di no. (ride) Io ho una ancora una grande violenza dentro di me e a volte la esprimo verso gli oggetti, come quando mi accanisco contro il mio Iphone. (ride)

dolan1E il cinema è stato per te curativo contro questa violenza, questa rabbia continua?
Il cinema è tutta la mia vita, il medium che ho trovato per esprimere la mia rabbia, le mie preoccupazioni, le mie paure. Quando non giro è come stessi aspettando il mio prossimo film. Voglio dire, ho una famiglia, la mia vita, ora viaggio tanto con “Mommy” in giro per il mondo, ma è come se una parte di me stesse dormendo…anche se è ironico, dato che sto dormendo pochissimo in questo periodo!
Lavorare nel cinema ti cambia la vita: ascolto musica e vedo luoghi che non fanno parte di ciò che sono ma che esploro nell’ottica di un nuovo film. I costumi invece no, li vorrei sempre comprare, anche per me stesso! (ride)
Per me un modo di apprezzare ciò che vedo e di cui faccio esperienza nella vita è metterlo in un mio film. Non ci devo pensare troppo a questo aspetto, perché è quasi come vivere la propria vita per procura. Adoro vedere i film degli altri proprio per questo motivo, per vedere un pezzetto della loro vita, per quanto rielaborata.

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