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the oceanDando un’occhiata ai miei scaffali anobiani o su GoodReads, si potrebbe ricavare l’erronea impressione che io sia una dei tanti appassionati estimatori dell’autore di Sandman e Stardust. Neil Gaiman infatti è uno degli autori più presenti tra le mie letture degli ultimi anni e anche nell’era pre-anobiana ho letto parecchi suoi titoli, tanto da poter dire di conoscere buona parte della sua bibliografia. La mia opinione riguardo le opere di un nome tanto popolare e amato in campo fantasy rischia di deludervi, perché personalmente Neil Gaiman mi lascia abbastanza indifferente.
Alcuni titoli li apprezzo più di altri (American Gods, le storie brevi primo periodo, Coraline), che trovo ampiamente sopravvalutati (Neverwhere e il suo finale patacca), ma solo un titolo è riuscito a scaldarmi il cuore e conquistarmi; A Study in Emerald. Allora perché ho letto tanti suoi libri? Semplice: sono mediamente brevi, facilmente reperibili in biblioteca (e in genere con buone traduzioni ed edizioni), molto chiacchierati e premiati. In quei momenti in cui non si hanno le idee chiare e si cerca qualcosa d’immediatamente disponibile e “sicuro”, Gaiman ha pochi concorrenti.
Quando poi comincia a circolare insistente la voce che l’ultimo titolo dell’autore diventerà un film per mano di Joe Wright, beh, preferisco arrivare preparata.

recensione completamente spoiler free

Personalmente ritengo che il grado di gradimento di The Ocean at the End of the Lane sia inversamente proporzionale alla conoscenza dell’autore e alla quantità di suoi libri già letti.
I retroscena lo descrivono come un libro privato, nato per esaudire un desiderio della moglie Amanda Palmer, poi portato a termine contro ogni aspettativa e pubblicato senza una precisa pianificazione. Non male per quello che poi è stato uno dei titoli più ricorrenti nella stagione dei premi di genere, consentendo a Gaiman di fare la figura del galantuomo che invita i suoi lettori a votare scrittori meno noti agli Hugo Awards.

Se il consenso generale è innegabile, scavando più attentamente si nota come a rimanere più delusi siano stati proprio i fan più accaniti dello scrittore, scontenti per un libro che anche per gli osservatori esterni come la sottoscritta appare come una riproposizione appena modificata di molte sue opere recenti, priva di quel guizzo di geniale inventiva fantastica che dovrebbe essere il punto forte dell’autore. The Ocean at the End of the Lane non è un brutto libro, pur presentando tanti dei limiti che mi fanno rimanere tiepida verso Gaiman, ma lascia un retrogusto troppo simile a quello di una minestra riscaldata.

Analizzando la trama si notano subito somiglianze molto profonde con uno dei libri più amanti di Gaiman, Coraline. Entrambe le storie vedono per protagonisti due bambini sui generis, dalla vivace immaginazione, amanti dei piccoli gatti neri morbidosi e della lettura, poco inclini a legare con i propri coetanei. Entrambi hanno problemi a rapportarsi con il genitore dello stesso sesso, entrambi pensano di aver trovato un’alternativa in un mondo altro, al di fuori delle logiche pure del realtà, salvo poi scoprire che spesso ciò che non è spiegabile assume i tratti concretissimi del macabro o terrorizzante.
La differenza principale sta nel tono e nell’atmosfera del racconto: The Ocean non è un libro dal target prettamente infantile, perciò assume a più riprese sfumature più oscure e violente, tratto che per un amante di letture forti e disperanti come la sottoscritta non può che essere un punto a favore.
Il problema principale è che Coraline era una vera scintilla dell’ingegno gaimaniano, The Ocean si limita a sfruttare quell’universo (i rimandi al grande mondo primordiale hanno echi in moltissimi altri libri dell’autore e vengono descritti qui con gli stessi termini) per costruire una storia con dei grandi momenti narrativi centrali ma un inizio e un finale deludenti, poco più che abbozzati. Non c’è nulla di sbagliato a utilizzare una cosmogonia ricorrente, se c’è alla base di ogni nuova incursione una nuova idea. Qui le idee nuove sono davvero poche.

un dettaglio dalla copertina della prima edizione

un dettaglio dalla copertina della prima edizione

Inoltre io contesto da sempre a Gaiman il fatto di scrivere meravigliose bozze di quelli che potrebbero essere piccoli capolavori, salvo poi non raffinarli abbastanza, o peggio rovinarli con finali incoerenti con le premesse fantastiche iniziali e buonisti in maniera stomachevole. Perché costruire personaggi e contesti splendidamente ambigui se poi quando si tirano le somme ci si limita a tirare una riga nettissima tra i buoni (che ne escono vincitori) e i cattivi (eterni sconfitti)? No, per me Neil Gaiman ha un oggettivo problema a chiudere le sue storie con la stessa coerenza con cui le comincia.
Il finale di questa risulta più coraggioso e coerente dei precedenti, ma ancora troppo fiacco rispetto alla parte centrale e troppo tardivo rispetto a un incipit che manca completamente di ritmo e tensione. A fronte di una scena potentissima e genuinamente spaventosa come quella che coinvolge il piccolo protagonista senza nome, il padre e Ursula, il resto non genera molta tensione e quello che vorrebbe essere un colpo di tensione e disperazione in chiusura riguardo alla piccola Lettie sembra un compromesso di comodo. Coraline è un libriccino per bambini, eppure è decisamente più inquietante e pregno di una tensione e inquietudine continue, soprattutto per il pubblico adulto.

Riguardo ai personaggi, pollici in su per tutte le figure femminili, in primis le tre donne Hempstock: Lettie, la madre e la nonna sono le classiche figure gaimaniane magiche, la cui conoscenza del mondo è così profonda e veritiera da farle apparire un po’ sapute. Lettie è adorabile, ma non è poi così diversa dalla protagonista di Neverwhere, tanto che il personaggio più sorprendente risulta essere Ursula Monkton, la babysitter pericolosa che da personaggio secondario finisce per rubare la scena ai protagonisti in più di un’occasione. In Ursula sento scorrere la vena più pessimista e cupa di Gaiman, che ho sempre l’impressione che l’autore cerchi di trattenere in nome di un ordine più rassicurante ma anche meno spontaneo.

oceano1Quello che invece non posso sopportare e che pregiudica fortemente il piacere della lettura è il piccolo protagonista. Bastano poche pagine per identificarlo come un alter ego palese dello scrittore, un Gaimanino che si muove nelle sue stesse storie in maniera irreprensibile o comunque sempre scusabile, portatore di una sensibilità infantile urlata e rivendicata a suon di diversità.
Uno dei grandi cavalli di battaglia dello scrittore è una supposta superiorità dei bimbi (o di chi lo rimane nell’animo) rispetto a chi ha abbracciato le logiche e le responsabilità della vita adulta. I bambini colgono il mondo altro e ne accettano le logiche, e da lì guardano gli adulti ancorati in una realtà squallida, incapaci di comprendere, instupiditi, aridi quando abbracciano un apparente normalità. Se personalmente ho trovato questa filosofia di fondo sempre un filo irritante, questo libro è l’apoteosi di una visione ristretta e miope, che assolve tutti in quanto nessuno diventa mai un vero adulto, tutti hanno un bimbo spaventato dentro di sé. Che magari anche sì, ma dove è finito l’eroismo di quanti, proprio per difendere i fanciulli, affrontano queste paure e si assumono le proprie gravose responsabilità? Anche questo significa essere adulti ed è ciò che rende gli adulti in grado di badare a se stessi e agli altri; nelle storie di Gaiman però questa realtà è declinata sempre in chiave negativa, come dimostra la vicenda del padre del protagonista.
Qui però si raggiunge il culmine: persino la sorellina della voce narrante è vanesia, vuota, sciocca, perché a differenza sua non reclama una diversità sospinta, non è a disagio nel mondo degli adulti e in quello dei bambini.

Anche se dall’incipit capiamo che la voce narrante bambinesca viene rivista con gli occhi dello stesso protagonista ormai quasi anziano, si tratta comunque di uno dei bambini meno credibili di sempre, proprio per il fatto che ci vive dentro Gaiman. Un Gaiman che probabilmente si percepisce da sempre come molto sensibile, incredibilmente intelligente e cosciente di sé, mai convenzionale, profondo, concentrato, volutamente distante dalla quotidianità. Nel guardarsi indietro probabilmente rivede se stesso come il raffinato esteta del gotico strambo che è oggi, non concedendo alla sua infanzia e al suo protagonista la possibilità di essere davvero infantili, se non in rarissimi sprazzi. Avete presente l’incredibile ritratto vivido che Pullman dà del sottilissimo passaggio tra essere bambini ed essere adolescenti con la sua Lyra di Queste Oscure Materie? Ecco, nemmeno per un singolo rigo.

neil gaiman

Lo leggo? Non è così tremendo e forse sarebbe la partenza ideale per chi vuole provare Gaiman o leggere altri suoi libri, ma ne vale veramente la pena? I suoi libri migliori sono altri, perché negarsi il piacere di partire dal boccone più prelibato? Questo è un di più, un extra, nemmeno troppo avvincente. Se dovete cominciare, partite con altri titoli, se siete indecisi se provarlo o no, non abbiate troppa fretta.
Ci shippo qualcuno? Ovviamente no.
L’edizione italiana è al solito pubblicata da Mondadori, stavolta nella collana strade blu, con una copertina che è – incredibile!- di gran lunga più evocativa e gradevole della scialba cover originale. Le illustrazioni sono sempre meglio delle foto con gradiente azzurro triste, sempre! La traduzione è a cura di C. Prosperi.

Come accennavo all’inizio, i diritti di questo romanzo sono stati acquistati dalla FOCUS per la realizzazione di un film. In questo periodo un gran numero di titoli gaimaniani sono stati opzionati per la TV o il cinema. Pare che oltre a Tom Hanks e Gary Goetzman, tra i produttori figuri anche la Shoebox film di Joe Wright e Paul Webster, perciò è un rumors abbastanza credibile, dato che il regista sta ultimando la post produzione di Pan, in uscita la prossima estate. Sinceramente preferirei ben altri titoli nelle mani di un grande adattatore di fonti lettarie come Joe Wright, ma la storia ha un indubbio lato cinematografico e se c’è qualcuno che può tirarne fuori il potenziale su grande schermo, beh, quello è proprio Wright.  

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