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gone girl 2Il ritorno di David Fincher nelle sale italiane per me ha il sapore dell’anniversario, dato che il suo precedente film si era guadagnato la prima immagine di testata e uno dei primi post sull’allora neonato blog.
Dopo essere entrato nella storia del cinema con The Social Network, uno dei più apprezzati e discussi registi contemporanei ha deciso di tornare a uno dei suoi generi prediletti, il poliziesco, prestando la sua regia scrupolosa e calcolatissima all’adattamento di due romanzi caposaldo della produzione contemporanea: prima Stieg Larsson, ora Gillian Flynn.
Com’era prevedibile, di Gone Girl è difficile parlare male, data la presenza di Fincher e del suo codazzo di staff tecnico notevolissimo. L’unico livello del film su cui si può effettivamente aprire una discussione è quello di eventuali lacune o errori attribuibili a Fincher e al suo cast o delle incombenti nomination agli Academy Awards.

[recensione senza spoiler]

Personalmente ho amato moltissimo il precedente film di Fincher, Millennium – uomini che odiano le donne, che invece aveva lasciato tiepida buona parte della critica. Per moltissimo intendo che ormai ho sviscerato ogni singolo extra dalle numerose ore di speciali contenute nel Bluray, dopo essermi sottoposta a parecchie rivisioni.
Gone Girl a mio parere è un paio di punti inferiore al suo predecessore, il genere di film che intacca lievemente l’altissimo livello della filmografia di Fincher. L’aspetto più interessante è che non c’è alcuna colpa attribuibile al regista per questo lieve calo fisiologico.

La regia di David Fincher è ancora una volta una costruzione perfetta, solidissima ma raffinata, nonostante lo spazio di manovra lasciato dalla particolare costruzione narrativa sia veramente esiguo. Una bella donna di nome Amy scompare in Missouri e l’opinione pubblica sospetta del marito: l’iniziale impostazione classica dei sospetti sempre più concreti che convergono sul malcapitato e il focus continuo del film sulla creazione, costruzione e manipolazione del racconto da parte dei media costringono Fincher a dover riprodurre molte scene topiche così come ci si aspetta da un film di questo tipo, per non parlare del minutaggio che viene dedicato a riprese televisive, interviste, scambi al telefono, voice over e via dicendo.
Fincher la fa sembrare una passeggiata, attenendosi a una magnifica riproposizione del canone poliziesco e cesellando brevissime scene in cui rivela, come una fiammata, il suo stile personale, la sua assoluta padronanza del mezzo espressivo. Un bicchiere che scivola, il gatto abbagliato dai flash, un detective che attacca post it sulla scena del crimine, il fiume che scorre placido, una donna che scompare lentamente dall’inquadratura; a Fincher bastano inezie per fare grande cinema.

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Non solo è un grande costruttore di sequenze e narratore per immagini: David Fincher è così amato anche perché è un fantastico regista di attori, esigentissimo ma capace di rivelarne il talento e farli brillare su schermo. Qui arriva la prima nota dolente, legata ad alcune scelte infelici di casting. Infatti la compagine maschile lascia alquanto a desiderare. Innanzitutto come noi lettori avevamo temuto dal primo annuncio, Ben Affleck non è il nome giusto per questo ruolo e buona parte della mancata riuscita del film è da attribuirsi alla sua incapacità di essere all’altezza di un personaggio tanto complesso. Se anche fisicamente si tralasciasse la sua scarsa somiglianza con il Nick letterario, la sua totale incapacità di risultare un maschio bianco 30enne americano il cui ruolo rimane in bilico tra la vittima consapevole e il perpetuatore innocente pregiudica un’importante svolta del film. Quando c’è bisogno che il suo personaggio esca dall’apatia e conquisti, diventando carismatico, il film sembra quasi incoerente perché Affleck rimane scialbo anche nella seconda parte del film. Non che Neil Patrick Harris non risulti altrettanto insulso, mentre Tyler Perry conquista ma manca di naturalezza. E voi vi lamentavate di Daniel Craig, che alle controparti di questo film fa le scarpe senza nemmeno sforzarsi.

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Il cast femminile invece è la carta vincente di Gone Girl, vera espressione del gruppo di attori tipo di cui ama circondarsi Fincher: volti poco noti ma professionalità di alto livello, che a servizio del regista raggiungono il loro picco o entrano nello star system. Rosamund Pike viene da un altro vivaio registico di attori promettenti, quello di Joe Wright, e risulta una sorpresa solo per chi non l’abbia mai vista in Orgoglio & Pregiudizio: tanto Affleck è fuori posto tanto lei è convincente, oltretutto in un ruolo borderline, quasi metaforico, tanto da rendere difficoltosa una resa naturalistica. La nomination qui dovrebbe arrivare meritatamente.
Anche tra i personaggi minori però ci sono parecchie perfomance notevoli e davvero non saprei chi scegliere tra la gemella sboccata di Carrie Coon (a cui vorrei rubare questa maglietta) o la detective acuta di Kim Dickens, che fa sembrare certe sparate di True Detective uscite da veri principianti.

Dividerei le colpe dell’imperfetta riuscita del film tra il casting altalenante e la sceneggiatura, curata dalla stessa Gillian Flynn. Da lettrice del libro (ve ne ho parlato QUI) penso che se la sia cavata comunque più che egregiamente, dato che per struttura, messaggi e colpi di scena Gone girl era una storia molto difficile da portare sullo schermo. Flynn è riuscita a trasporre il diario di Amy in maniera ritmata e accattivante e a non cadere nell’eccesso quando la storia rivela la sua vera chiave di lettura, tagliando il giusto.
Tuttavia per quanto brava la Flynn non è una sceneggiatrice e soprattutto non è Steven Zaillian, il geniale uomo che con soli 9 minuti in più riassunse il primo tomo di Larsson, lungo quasi il doppio, con una storia altrettanto complicata e un’infornata continua di dettagli informatici da portare su schermo.

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Lo vado a vedere? Gone Girl è un gran bel poliziesco, dove Fincher si “limita” a portare con una direzione magnifica su schermo una storia forte, cupa, sorprendente, che contiene tante riflessioni durissime sulla crisi contemporanea, vista attraverso un matrimonio. Certo, con uno sceneggiatore specializzato in queste imprese e un attore protagonista veramente all’altezza, potremmo essere qui a piangere di gioia, ma non c’è molto di cui lamentarsi, davvero.
Ci shippo qualcuno? No, ma adoro tantissimo tutti i personaggi femminili del film. Tutti. Alla fine sono solo il prodotto differenziato di un input costante che una metà del cielo impone all’altra.

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