Tag

, , ,

vite cheEsattamente dieci anni fa, il mondo è stato scosso durante le festività natalizie da uno dei disastri naturali più terribili della storia umana; un’onda gigantesca si è abbattuta sulle coste dell’Indonesia, portandosi via in pochi minuti oltre duecentotrentamila vite, tra cui quelle di quarantaquattro italiani.
A dieci anni da quell’evento, è impossibile dimenticare le immagini che scorrevano, ipnotizzanti, sui nostri teleschermi, mentre il pranzo di Santo Stefano lasciava spazio a una sequenza infinita in presa diretta dell’onda mortale. Lo è per i testimoni, che ancora fanno i conti con le ferite al paesaggio e con insopprimibile paura che possa succedere di nuovo, all’improvviso, lo è per il mondo, che porterà a lungo nella propria memoria collettiva il ricordo dell’evento.

A dieci anni da quel tragico evento, la mia memoria corre a un libro che mi è capitato di leggere negli ultimi mesi e che è ormai legato indissolubilmente ai ricordi da spettatrice distante dello tsunami: si tratta del bellissimo Vite che non sono la mia, scritto dal francese Emmanuel Carrère, che l’anno scorso ha raggiunto un’invidiabile notorietà globale con il romanzo semibiografico “Limonov”.
Il libro non sarebbe normalmente rientrato neppure nel mio radar di letture possibili, ma complice una copia che girava per casa, il numero esiguo di pagine e un momento di scarsa ispirazione (senza contare l’orda di lettori e critici adoranti che investe il mondo letterario ad ogni nuovo titolo dello scrittore francese), ho deciso di darci un’occhiata.

Si tratta di un libro concentrato solo parzialmente sullo tsunami. Sarebbe più esatto dire che è un reportage di due lutti vissuti per interposta persona dal protagonista, perché chi viene a mancare ha un profondo rapporto con persone a lui vicine. Emmanuel come marito e amico si trova ad essere testimone di due dei dolori più strazianti per un essere umano, quello di un genitore che perde il proprio figlio e quello di un nucleo famigliare che perde la moglie e la madre, ma è investito solo marginalmente dal dolore per via dei legami tenui che lo legano a chi viene a mancare.

Il primo lutto vede lo scrittore trascorrere una vacanza in un’incantevole località balneare indonesiana su cui si sta per abbattere lo tsunami. Anche se il libro finirà per focalizzarsi su altri temi, è comunque una testimonianza preziosissima quella di Emmanuel Carrère, che restituisce attimo dopo attimo la progressiva presa di consapevolezza di occidentali e nativi a cui l’onda è passata accanto inosservata, è passata sopra senza conseguenze, oppure ha portato via la vita.
L’autore si trovava con la famiglia in vacanza in un momento complicato del suo rapporto matrimoniale, in bilico tra una crisi nell’aria e un secondo inizio. L’onda passa senza che i Carrère, a pochi metri dal disastro, si accorgano di nulla, alla pari di chi dall’altra parte del mondo stava festeggiando a tavola. Non tutti però sono così fortunati: una coppia di conoscenti dell’autore, pochi metri più in là, perde la figlia in età prescolare.
Quello di Carrère è sì un resoconto di quanto successo alla coppia (la ricerca della bimba, il ritrovamento del corpo, lo shock della madre, l’insensata burocrazia, il contraccolpo sul padre e il marito di lei, le conseguenze a lungo termine) ma è anche un’impietosa analisi del caso o del destino che ha voluto che lui tornasse a casa coi figli mentre i due amici perdessero l’adorata bambina.

Il secondo lutto è più vicino all’autore, ma comunque periferico: la sorella di sua moglie, già rimasta invalida dopo un primo cancro, scopre di portarne dentro di sé un secondo e di avere pochi mesi di vita. Un marito amorevole ma poco pragmatico, tre figliolette e una situazione economica non ideale: la donna, assieme alla sorella, ai genitori, a un collega del tribunale, al marito e all’autore stesso, fa i conti con la consapevolezza di dover programmare il proprio addio al mondo e con l’approssimarsi della lenta, inevitabile, dolorosa fine.

Detta così sembra un attentato alla voglia di vivere, mi rendo conto, ma a ribaltare gli equilibri dell’equazione c’è lo stile unico dello scrittore. Se mi aveste chiesto come avevo trovato il libro appena concluso lo avrei demolito. Ci ho messo un po’ a capire che non ce l’avevo con Emmanuel Carrère scrittore, ma con Emmanuel Carrère persona, uno a cui probabilmente, di persona, finire dopo pochi minuti per mollare un cazzotto.
I due lutti infatti sono ricostruiti a posteriori dallo scrittore, tornando più volte sulla morte delle due donne con i principali testimoni, sottoponendo i loro cari a un fuoco di fila di domande sempre più intime e personali e condensando il tutto in un resoconto intimo, personale e sincero fino ad essere disturbante del prima e del dopo la loro morte.
A urtarmi era la forma mentis dell’autore, che lascia ovunque traccia di sé, senza nascondere nulla, anzi, sottoponendo se stesso all’esame più duro, non omettendo veramente nulla dello spettro emotivo che ha vissuto durante quel periodo, con una sincerità a una sfrontatezza sbalorditive, considerando che ben sapeva che i protagonisti avrebbero letto le sue riflessioni, i suoi giudizi impietosi.
Emmanuel Carrère ammette e rivendica pensieri così meschini (ma così autentici) che viene quasi da arrabbiarsi con lui per aver dato loro forma concreta sulla pagina, per averci fatto riconoscere nelle sue stesse bassezze.
Oltre a un’innegabile scrittura travolgente, ricchissima, emotivamente e narrativamente intensa come pochi altri, ricercatissima ma sempre diretta, il talento straordinario dell’autore sta tutto nella brutalità dell’approccio, nel metodo snervante con cui esplora ciò che si è prefisso di mettere su carta, spogliandosi di tutte le cautele e di tutto il buon senso possibili, incurante delle conseguenze sulle persone protagoniste del libro assieme a lui, dei suoi giudizi caustici sulle stesse. Sarebbe insopportabile (e un pochino lo è, data la consapevolezza che non manca mai di esibire del proprio talento) se non fosse che è più inflessibile nei giudizi proprio verso se stesso.

emmanuel 2

Lo leggo? Non è certo un libro facile o piacevole da leggere, ma tra i tanti scritti da testimoni e narratori su quei terribili giorni, questo coniuga un valore letterario altissimo a un testimonianza diretta di quanto avvenuto. Senza contare quanto può essere intensa e catartica l’esperienza di lettura. Insomma, un buon punto di partenza per conoscere uno degli autori più quotati sulla scena internazionale della narrativa di fascia alta.

Advertisements