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theory1Tra le tante tendenze del 2014 cinematografico inglese, non si può non annoverare il momento positivo delle pene amorose dei geni matematici, soprattutto quando ben sfruttate in chiave Oscar. Dopo The Imitation Game, arriva anche nei cinema italiani The Theory of Everything.
Già lanciatissimo nella stagione dei premi, è un classico biopic in chiave contemporanea. Un film biografico sulla vita più o meno interessante di un famoso, con al centro non (solo) il celebre fisico Stephen Hawking -conosciuto mondialmente per il suo lavoro di fisico, di scrittore e la sua malattia fortemente invalidante – bensì il rapporto con la moglie, così come Jane lo ha narrato nella sua biografia di coppia.

Si è fatto un gran parlare dell’interpretazione di Eddie Redmayne in questo film, e a ragione. É davvero sbalorditivo come il pischello di LesMis sia lo stesso attore che è riuscito a modellare questo impressionante ritratto del fisico e del paralitico, fondendo una grande carica emotiva nel personaggio a quei tratti che tutti associamo istintivamente a Hawking, dall’ironia pungente alla testa un po’ ciondolante. Non avrei mai sospettato che Redmayne fosse un attore tanto capace e sono rimasta impressionata nel vedere come la sua carineria imbranata si trasformi con il progredire della malattia in un ritratto sempre più vivido e somigliante del fisico. Purtroppo con il doppiaggio si perderà l’impressionante lavoro tonale, con Redmayne che non solo strascica le parole con la stessa precisione con cui dispone disordinatamente il suo corpo in ogni ogni scena, ma azzecca persino il medesimo tono di voce.
Anche il resto del cast si muove con bravura e Felicity Jones riesce a far uscire dalla maledizione della donna dietro il grande uomo la sua Jane Hawking, personaggio paritario al fianco del marito, ma è inutile negare che si tratti di un one man show di quelli che fanno impazzire d’amore l’Academy e sono ben consapevoli di farlo.

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Un altro nome però andrebbe citato e ringraziato, nome che aveva attirato da subito la mia attenzione per i suoi notevoli precedenti. James Marsh è un regista tanto bravo quanto mimetico, la cui costante non è un tocco di stile ma l’alta qualità del risultato. Dopo lo splendido Man on Wire e il duro, scarno, autorialissimo Doppio Gioco, ancora una volta il regista dimostra di poter alterare il suo stile a piacimento, regalando a una pellicola biografica popolare, lontanissima dai suoi precedenti autoriale, circondanta dalla giusta allure. Difficile indovinare la mano di Marsh dietro questa regia, che si fa notare sin dai primi fotogrammi per l’approccio controllatissimo, l’estrema eleganza dell’immagine e della fotografia, la gamma cromatica sempre palesemente controllata per essere armonica e gradevole. L’approccio è comunque simile a quello di tanti biopic (persino un po’ stucchevole, con i vari movimenti circolari che introducono le geniali intuizioni di Hawking) ma in un goccio di latte nel caffè o in una luce fluorescente Marsh è stato capace di quel tocco da maestro la cui bellezza “disconnette” il fruitore dall’opera, rendendolo improvvisamente consapevole della bellezza della forma.

Nella forma però è insito anche il grosso limite del film, curiosamente contro corrente rispetto al trend dei più recenti biopic. Solitamente ci si lamenta per l’estrema drammatizzazione delle vicende, col dolore dei protagonisti più che mostrato esibito, con storie che si crogiolano nei loro momenti più violenti e disturbanti. La teoria del tutto fa l’esatto opposto, proponendo un crescendo drammatico nel descrivere la malattia di Hawking che non è mai percepito come tale. Quando arriva la svolta drammatica, il film e i suoi personaggi, anche considerando la loro intriseca inglesità, appaiono distaccati dal dolore, lontani dall’atrocità del dubbio, guidati nella giusta decisione quasi dalla consapevolezza di quanto avverrà dopo. Alla fine l’impressione è quella di aver assistito a un montaggio dei momenti belli della coppia Hawking, in cui i pochi istanti drammatici concessi sono filtrati dall’immediata soluzione e dall’impressione che i coniugi non vivano come propria la tragedia che stanno affrontando, come se si trattasse delle vite di altri di cui sono cortesi ospiti. Questo aspetto rende più difficile l’immedesimazione e aumenta la percezione di “freddezza” di una pellicola già elegantemente distaccata e distinta nei suoi elementi visivi.

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Lo vado a vedere? Un buon film e un gran bel biopic, figlio delle recenti evoluzioni di questo filone: biografia limitata negli anni e ritratta da un punto di vista inusuale.
Reymayne e Marsh hanno fatto davvero un ottimo lavoro e visivamente il film è notevole. Se la storia vi intriga e vi piacciono le produzioni inglesi, dateci un’occhiata; è sicuramente più riuscito di The Imitation Game.
Ci shippo qualcuno? Direi di no, ma so che tra Brian e Jonathan come amiconi di Stephen qualche fangirl in vena potrebbe benissimo vederci qualcosa.

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