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exodusSenza alcuna ironia, uno dei momenti più forti e toccanti di Exodus – Dei e Re, è la dedica finale a Tony Scott, fratello del regista recentemente suicidatosi. L’ultimo lavoro di Ridley Scott è, tra le altre cose, una storia intensa di amore e scontro fraterno, con Ramses che esce da quella parte eternamente penalizzante del Faraone cattivo contro un Mosè saggio e riflessivo. Le parti e i torti sono sfumati, condivisi, ma in entrambi il legame riaffiora continuamente, nonostante le rivalità e gli attriti.
Date le recenti, imbarazzanti performance registiche di Ridley, il cinefilo farebbe bene a temere più la scarsa riuscita della pellicola che l’alone di controversia che si è cercato di creare a tutti i costi attorno a un lungometraggio che, di eversivo, ha solo il livello di confusione e noia che riesce a coniugare.

Sulla carta (o meglio, sulla sceneggiatura scritta e corretta da tante, troppe mani, tra cui spiccano quelle di Steven Zaillian) Exodus di potenziale sovversivo ne ha parecchio. Se il Gesù de “L’ultima tentazione di Cristo” suscitò grande sensazione per il suo essere tanto, troppo umano, qui abbiamo un Mosè il cui contatto con Dio è costantemente oggetto di un’ambiguità intensa e il sospetto laico che sia una commozione celebrale, una nevrosi o una manifestazione del subconscio del protagonista a guida il popolo ebraico fuori dall’Egitto.
Mosè è un militare, un generale che ingaggia una sorta di guerriglia contro il fratello Ramses dopo un lungo percorso di rifiuto, riconoscimento, esilio e una breve parentesi di felicità coniugale. Certo, da subito spicca per saggezza, sobrietà nel vestire e mancanza di eyeliner, ma a renderlo un condottiero della fede è un episodio controverso, un incidente in cui un Mosé ferito e colpito alla testa vede un Dio bambino che gli ordina perentoriamente di liberare il suo popolo.

La divinità del film mantiene il carattere “da Taglione”, autoritaria, assoluta e talvolta capricciosa e vendicativa proprio come il Dio dell’Antico testamento, ma al contempo la sua presenza discontinua, la prospettiva di Aronne e una serie di dialoghi che suggeriscono una manifestazione subconscia di Mosè stesso la inscrivono in un contesto laico di un profeta postmoderno, attraversato da nevrosi e lampi di martirio, con il sospetto crescente che il popolo ebraico sia guidato da un uomo assalito dal dubbio e non da un Dio concreto e autoevidente, autorevole ma affidabile come nel mitologico film del 1956.

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Charlton Heston era un santino dalla chioma plastica, un uomo saggio ma con le cui prevedibili debolezze era semplice empatizzare, opposto a un impero egiziano in pieno stile peplum, guidato da un Ramses pronto a incarnare i necessari aspetti negativi dell’invidia e della debolezza nei confronti del protagonista.
Con l’interpretazione di Joel Edgerton si tenta di superare questa visione semplicistica, ritraendo l’Egitto come un impero militarmente forte, economicamente consapevole della necessità di utilizzare gli ebrei come schiavi, capace di spiegare scientificamente la gran parte delle piaghe che Mosè rivendica come l’azione del suo Dio.

Se il film fosse riuscito, sarebbe un gran bell’adattamento biblico, l’ennesimo esempio di quell’approccio laico ma intriso di spiritualità di tanti capolavori di Ridley Scott. Peccato che ricordi più la lunga noia de Le Crociate che qualche pellicola biblica attaccata per il suo taglio eterodosso.
Il film è affossato da una produzione gigantica ma dalla mano sempre calcata, con scenografie e costumi spesso pacchiani, una colonna sonora tra il ridondante e il razzista, un 3D della peggior specie, che si sfasa continuamente.
Anche senza sottolineare la caucasicità di Christian Bale, Sigourney Weaver e buona parte del cast posizionato nei ruoli chiave, il film fallisce miseramente il suo obiettivo ripiegando su una resa visiva dell’antico Egitto che fa rivalutare certi peplum degli anni ’50, tutta statue dorate, parrucconi ed eyeliner a profusione, serpenti domestici e il povero Joel Edgerton strizzato in costumi che oltre che ad apparire storicamente inaccurati sembrano terribilmente scomodi.

Oltre alle accuse di un sionismo spinto e qualche foreshadow di troppo dell’Olocausto, il film è perennemente sbilanciato tra una ricostruzione storica tarocca, un continuo spiegone scientifico ed eventi soprannaturali la cui spiegazione viene sorvolata. Così tra immagini di tsunami e agnelli che salvano i primogeniti ebrei, il film diventa un pasticcio inestricabile, troppo calcato per mantenere la sua promessa d’ambiguità, così marcato nelle sue prese di posizione da perdere in ragionevolezza e soggettività.

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Lo vado a vedere?
Il pericolo di tirarne fuori una tamarrata allucinante e un film oggettivamente inguardabile c’era, invece Exodus è un filo più dignitoso, peccando in noia ma senza scadere troppo nell’imbarazzante. Certo, quando la noia è un traguardo quasi invidiabile, forse sarebbe meglio limitarsi a produrre perle come The Good Wife.
Ci shippo qualcuno? Mosé e Ramses sono una delle ship bibliche più canoniche, ma qui Edgerton è costretto da trucco, parrucco e vestiario così ridicoli che è troppo concentrato a non farsi riconoscere per dare un vero quid su quel versante.

Ridley Scott sta girando l’adattamento cinematografico dell’esordio SF di Andy Weir “The Martian”, uno dei libri rivelazione del genere dell’anno scorso. Che scorra il terrore.

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