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stillaliceIl 2014 è stato un anno fantastico per Julianne Moore, capace di mantenere il suo alto profilo di star hollywoodiana con due ruoli da assoluta protagonista condotti splendidamente (qui e nell’altrimenti tremendo Map to the Stars) e di partecipare a film più commerciali senza troppi danni.
C’è profumo di Oscar nell’aria (statuetta che sarebbe strameritata), proprio per la sua interpretazione da assoluta protagonista di Still Alice.

Il film è un tripudio di tematiche e angolature tipiche della notte degli Oscar: un racconto biografico tratto da una storia vera in cui un personaggio positivo e brillante si trova a fare i conti con un drammatico processo irreversibile di decadimento fisico. Alice è un brillante ricercatrice linguistica con un marito carrierista ma amorevole e tre figli belli e ben avviati nel mondo. Non solo è intelligente, acuta e spiritosa, ma è anche una bella donna attenta al suo benessere, sportiva, senza vizi o eccessi. Nella sua vita brillante ed invidiabile però cominciano ad intravedersi delle piccole crepe invisibili dall’interno, finché ad Alice crolla tutto addosso con la diagnosi: una rara forma di Alzheimer ereditario, su base genetica, che colpisce in età precoce ed evolve molto rapidamente.

La vera Alice ne ha cavato fuori un romanzo, Julianne Moore invece ne tira fuori l’ennesimo splendido ritratto femminile che distrugge le convenzioni recitative di quanto ci si aspetta da un ruolo del genere. La bravura della Moore sta nella straordinaria naturalezza in cui si cala nel crescente terrore di una donna “che deve imparare a prendere le memorie per lei importanti”, senza esagerazioni o patetismi, dando l’illusione di somigliare lei stessa al personaggio. L’atmosfera che crea attorno a sé è familiare, inclusiva, tanto da rendere quotidiano il suo nucleo familiare formato fa attori come Alec Baldwin e Kristen Stewart.

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La Stewart interpreta la figlia più giovane di Alice e l’unica fonte di conflittualità nella sua vita della donna, in quanto attrice squattrinata dalla precarietà imperante. Tra le due inizialmente permane un’atmosfera tesa di ostilità appena contenuta (la madre vorrebbe che la figlia andasse all’università come i fratelli, lei si rifiuta), salvo poi trasformarsi nel rapporto più autentico della Alice senza memoria e senza indipendenza, tradito in maniera silenziosa, quasi educata, dal resto della famiglia.
Se da una parte Kristen Stewart dà una bella prova (merito soprattutto della sua capacità di legare con attrici più mature, come accaduto in coppia con la Binoche in Sils Maria), dall’altra questa sua continua presentazione in veste di tom boy dal vestiario trasandato e dai capelli unticci comincia ad essere forzata e fuori contesto.

La regia di Richard Glatzer, coadiuvato dalla moglie Wash Westmoreland, fa la scelta giusta: pulita, e poco evidenziata, mette al centro la Moore e le lascia fare il resto all’attrice. Glatzer, che è a sua volta gravemente ammalato di SLA e può lavorare tramite l’ausilio di un applicazione che gli consente di dialogare con i suoi attori, fa una scelta misurata come la protagonista della storia che ha scelto di narrare, evitando di mettersi al centro o di calcare sul patetismo.

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Lo vado a vedere? Still Alice è un gran bel film realismo, sia nel contenuto sia nei toni, che racconta il dramma di una donna senza mani eccedere, amplificando così l’immedesimazione dello spettatore, che assiste a reazioni che potrebbe avere lui stesso, razionali e prive di eroismo o patetismo. Certo non è un film scaccia pensieri, ma non è nemmeno drammatico come si potrebbe pensare; è semplicemente il racconto di come una donna affronta una sventura che le è capitata, entro le sue capacità, dei suoi ultimi fallimenti e successi.
Ci shippo qualcuno? Non direi, però Kristen Stewart ha una bella chimica filiera con Julianne Moore.

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