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wild1Giusto ieri vi linkavo su ogni social esistente questo bellissimo articolo di Scott Mendelson, impegnato ad analizzare come l’esaurirsi nel nuovo Millennio del filone romantico (a.k.a. cinemozioni5) e il continuo ridursi del numero di produzioni che puntano su protagoniste femminili o che prevedano la presenza di donne nei ruoli chiave abbia impoverito l’offerta di ruoli diversi dalla fidanzata/moglie/madre/donna di una gruppo tutto maschile anche per attrici di prima fascia.
La soluzione praticabile per le poche fortunate che sono riuscite a mettersi su una piccola casa di produzione è quella di prodursi da sé le pellicole che mettono al centro finalmente donne. Folgorata dalla lettura dell’omonimo libro, Reese Witherspoon ha fatto sostanzialmente questo, ricavando con Wild la sua miglior intepretazione dai tempi di Walk the Line.

Oggi stimata giornalista a livello nazionale, moglie e madre residente a Portland, Cheryl Strayed ha avuto in passato una vita randagia quanto suggerisce il suo cognome. Ora che le difficoltà se le è lasciate alle spalle ha deciso di raccontare come un lunghissimo percorso di trekking lungo la cresca del Pacifico (sostanzialmente sulla costa ovest degli Stati Uniti, dal Messico al Canada) l’abbia aiutata a ritrovare se stessa. Non si tratta di un viaggio pianificato e preparato con dovuti allenamenti e informazioni, bensì della mossa disperata di una ventiseienne in piena crisi esistenziale, avviluppata in una spirale autodistruttiva di cui fatica già a vedere l’uscita. Così con incoscienza e una buona dose d’ingenuità, Cheryl si carica un enorme zaino in spalla e parte, pentendosi amaramente della sua scelta dopo poche ore di cammino. Eppure continua e, passo dopo passo, difficoltà dopo difficoltà, ricostruisce lentamente i pezzi in cui si sono disgregati la sua vita e il suo matrimonio dopo un lutto importante.

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Il racconto di Cheryl Strayed è diventato ben presto un best seller, ma prima ancora che venisse pubblicato è capitato per le mani a Reese Whiterspoon, che ha deciso di opzionarlo immediatamente. Al progetto si è poi aggiunto un altro fan del libro, lo scrittore Nick Hornby (qui in veste di sceneggiatore) e il regista Jean-Marc Vallée, già piuttosto rodato su storie emozionali e solipsistiche (Young Victoria, Dallas Buyers Club). Il risultato è un film veramente sorprendente, di cui si è giustamente molto parlato negli Stati Uniti ai tempi dell’uscita, mentre qui viene proposto quasi in contemporanea con l’uscita del romanzo, ripubblicato con la copertina “filmica” da PIEMME.
I richiami a quel filone di viaggio fisico affrontato con iniziale leggerezza che rispecchia e ricalca un percorso spirituale irto di ostacoli e traumi ci sono tutti, a partire da Into The Wild fino al 127 Ore, anche se personalmente per voce femminile e forza del messaggio lo accomunerei più volentieri al sottovalutato Tracks, a sua volta basato su un notevole diario di viaggio.

Nonostante i tanti punti in comune della storia principale (bianco giovane in crisi spirituale si prende una pausa del mondo e dalla sua vita per fare il punto della situazione) Wild però ha una sua identità specifica, che riesce a ritagliarsi grande all’attenzione di Jean Marc Vallée. Il regista innanzitutto evita il patetismo nel racconto visivo della svolte più drammatiche della sua protagonista, rifuggendo ogni tipo di moralismo o sostegno partigiano sulle sue scelte più controverse. Inoltre si impegna a costruire il film in maniera originale e complessa, aprendolo in media res e proponendo un continuo sfarfallio di ricordi e continue contrapposizioni visive tra passato e presente, rendendo il montaggio qualcosa di più complesso e affascinante di una lunga carrellata di paesaggi mozzafiato e soprattutto aprendo a poco a poco il dolore del personaggio alla comprensione dello spettatore, che possiede tutti i frammenti della vita spezzata di Cheryl solo quando è già più che partecipe della sua esperienza, rimanendo partecipe per tutto il film della sottile tensione che la accompagna. Di più: da sconosciuto, il pubblico diventa via via più intimo con la protagonista, partecipando anche al suo sentimento finale di catarsi.

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Impossibile poi non citare la grande prova di Reese Witherspoon, assoluta protagonista della pellicola, purtroppo spesso citata per la scelta di non indossare trucco in nome dell’autenticità del film (e piantiamola una buona volta con quella cornicetta stucchevolissima del “e non è mai stata così bella!“, come se fosse quello il punto!). Whiterspoon dà profondità e e tridimensionalità al personaggio, colto con notevole pragmatismo nei versanti meno limpidi della sua prova.
Questi momenti critici spesso coincidono con l’incontro con altri esseri umani, dagli abitanti delle zone remote attraversate dal sentiero agli altri escursionisti. Ci sono persone che sottolineano la fortuna di Cheryl di poter decidere di mollare tutto e andarsene o la sua somiglianza a un senzatetto per la sua scarsa igiene personale (critica che film autocelebrativi della libertà del singolo come Into the Wild saltano a piè pari), ci sono aiuti insperati da uomini sospetti e velate minacce di stupro da tipi apparentemente rassicuranti. La Witherspoon (e il film in generale) è portentosa nel far trasparire sotto traccia, ma ma con invidiabile chiarezza, il campanello d’allarme che inevitabilmente suona nella testa di una donna quando si trova sola alla presenza di uno sconosciuto.
Difficile non menzionare l’ennesima ottima prova di contorno di Laura Dern, tornata a lavorare a pieno ritmo dopo un periodo di stasi. Peccato che sia incastrata da un anno nel ruolo dell’amorevole madre della protagonista con minime variazioni sul tema, anche se in questo caso gode di un ruolo che la nobilita come essere umano ben oltre la sua maternità.

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Lo vado a vedere? Una delle uscite migliori della settimana, il rimedio perfetto per chi non ama il clamore del blockbuster americani e per chi cerca una certa dose di spiritualità senza cadere nel bigotto o nell’eccessivamente autoriale.
Ci shippo qualcuno? No.
FCM – qui l’animale metaforico guida è una volpe, ma dopo un po’ di latitanza finalmente riappare il nostro amato fottuto cervo metaforico!

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