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ChappiePer l’ultimo triennio si potrebbe parlare di un revival fantascientifico in campo cinematografico e sarebbe un’affermazione veritiera ma un poco superficiale. In crisi d’idee e di mezzi che permettano di sfruttare appieno le meraviglie degli effetti speciali VFX, il cinema ha attinto a tutti i livelli (dal kolossal estivo al film autoriale in cerca di metafora) ma soprattuto in tutti i filoni. Alieni, tecnologia, esplorazioni interplanetarie e androidi, tanti androidi, una marea incessante di robot, dreni ed essere umani artificiali.
Questo particolare filone dedicato all’intelligenza artificiale è però parecchio percorso anche nel versante letterario, che non gode purtroppo della stessa popolarità ma che in fatto d’idee sta almeno un paio di passi avanti al cinema. Tutti sembrano concentrati, in attesa di vedere chi per primo coglierà in maniera più verosimile, meravigliosa, o comunque davvero convincente il momento, quello in cui l’intelligenza umana verrà superata da quella artificiale, finalmente senziente.

Trascendence, Automata e il prossimo exMachina: c’è un motivo se più o meno inconsciamente c’è questo continuo tentativo di cogliere quel momento, quella nascita. La ragione è che non è più fantascienza, è scienza di domani, massimo dopodomani. Esiste già una generazione di intelligenze artificiali in grado di apprendere, di immagazzinare e rielaborare informazioni diverse dagli imput che hanno stabilito i loro creatori. La curva della crescita esponenziale delle loro abilità intellettive è già partita ed è pronta a crescere vertiginosamente; si parla di quinta rivoluzione industriale, quella che preoccupa i fondatori di Google e i legislatori più lungimiranti, quella che metterà fuori mercato gli umani in quanto lavoratori, soppiantati nelle professioni artigiane, creative e da colletto bianco da robot più economici, più efficienti e più intelligenti.
Nella Johannesburg di Humandroid ci sono le prime avvisaglie di questo cambiamento che si respira già nel nostro mondo (ricordate i droni che consegneranno presto o tardi i nostri pacchi?), ma applicato nel comparto sicurezza (idea non nuova dai tempi di Robocop): una ditta fornisce al governo un robot standard in grado di combattere il crimine, coprire le spalle ai colleghi umani in situazioni pericolose e far crollare il tasso di criminalità.

Il geniale scienziato di turno (Dev Patel) non si accontenta e impianta clandestinamente un programma sperimentale in un robot destinato a spegnersi dopo cinque giorni per via di un difetto di batteria. Nasce così Chappie, il primo essere senziente di natura artificiale e deraglia così il tentativo di Neill Blomkamp di essere il regista in grado di cogliere quel momento e replicare il successo di District 9.
Humandroid non è un brutto film e visivamente è assolutamente impressionante: se una volta era la tecnologia a non riuscire a star dietro alla fantasia sfrenata dei creatori, fortunamente ora viviamo in un’era in cui in difetti di un film possono essere parzialmente coperti dalla verosimiglianza e dal mimetismo degli elementi creati digitalmente con gli attori in carne e ossa. Anche la città natale del regista, reimmaginata come in un incubo di TokiDoki, un universo sospeso tra una violenza da baraccoli e pistole color caramella, dove troneggia su un cast davvero variegato per etnie ed intenti la bellezza di Yo-Landi Visser, una madonna da graffito urbano che ricopre il purtroppo classico ruolo materno dell’unico personaggio femminile rilevante del lungometraggio.

humanoid cane

Il problema è che narrativamente parlando, siamo di fronte a una storia da prima rivoluzione industriale, quella con protagonista il povero ragazzino dickensiano, costretto a perdere la propria innocenza nel contatto col mondo ambiguo, mentitore e violento degli adulti e del mondo meccanizzato. Nonostante il solito ottimo lavoro dell’attore feticcio Sharlto Copley, capace di rendere Chappie esilarante, tenero e pieno di vibrazioni umane, siamo di fronte al classico film di formazione che si interrompe proprio quando comincia a dire qualcosa d’interessante. Una tipologia che in sé non sarebbe un male, se non fosse davvero mal gestita, letteralmente affogata in un cocktail micidiale di troppe linee narrative, troppi, troppi personaggi da seguire e raccontare, mettendo Chappie al centro ma senza sacrificargli nulla. C’era veramente bisogno di perdere dietro tempo a Hippo o al ridicolo cattivone interpretato da Hugh Jackman (calo un pietoso velo sull’inutilità di Sigourney Weaver in questo film)? Non sarebbe stato meglio impiegare quel tempo per rendere davvero interessante un personaggio ambiguo, problematico e intrinsecamente dickensiano e dickiano come il creatore interpretato da Dev Patel? Sentivamo veramente il bisogno delle scene d’azione appesantite da continue sottolineature al rallenti, dell’inflazionatissima retorica del sacrificio, della vile scappatoia narrativa del puntare sulla carineria di Chappie quando la storia sfugge di mano? No, non dopo aver visto District 9.

Sono partecipe del dramma di Neill Blomkamp, uno con una carriera già compromessa dalla pietra miliare con cui ha esordito, capace di uccidere sul nascere ogni suo film successivo, davvero. Tuttavia aspettarsi da me che una colonna sonora ammiccante, immagini suggestive e tanti striscianti buoni sentimenti (mascherati con decise pennellate di violenza) facciano dimenticare quel regista e quel film di fantascienza è abbastanza ingenuo e persino un po’ sleale.

humanoid bo

Lo vado a vedere? Alcuni sostengono che chi non ha amato Chappie sia senza cuore, uno spettatore freddo che non permette al sentimentalismo del film di fare breccia nel proprio cuore. Come sapete sono spesso preda del sentimentalismo più sfrenato e sono tendenzialmente disposta a soprassedere su tanti, troppi problemi ragionati in nome di un film capace di toccarmi emotivamente. Non sono però disposta a farmi condizionare facendo leva sui miei sentimenti in maniera così smaccata (ohhh, un cagnolino! Ohhhh, fa in gangasta, checcarino!) per promuovere un film che non è un completo fallimento ed è sicuramente vedibile, ma rimane riuscito a metà.
Ci shippo qualcuno? No, ma la varietà etnica del cast di Neill Blomkamp, i suoi volti spigolosi, duri, consumati rendono immediatamente più artificioso e irrealistico ogni film hollywoodiano.

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