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whitegod1In una Ungheria dal nazionalismo strisciante, il governo impone una nuova, onerosa tassa per i possessori di cani meticci, non riconducibili a razze autoctone. Appena scaricata dalla madre a casa del padre ispettore sanitario, Lili è costretta ad abbandonare per strada il suo amatissimo cane Hagen, perché il genitore rancoroso non vuole farsi carico della tassa.
Quella che a prima vista sembra una versione ungherese del classico film sul più fedele amico dell’uomo si rivela essere un torna a casa Lassie con vendetta. Inutile girarci attorno: il punto del film è che Hagen scatena in città l’apocalisse canina, per vendicarsi di quanti lo hanno maltrattato prima e dopo l’abbandono. Dopo la vittoria nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2014, il WTF canino sbarca nei cinema italiani.
Fun fact: ho passato buona parte della giornata in cui è stata presentato a Cannes a molestare su twitter i giornalisti italiani presenti, affinché qualcuno ci andasse. Voglio dire, non capita tutti i giorni di vedere un film in cui un cane guida un esercito di ex migliori amici dell’uomo contro il genere umano! Le reazioni sono state di muto compatimento e aperta pernacchia, almeno finché Kornél Mundruczó si è portato a casa il premio più ambito dai cinefili hardcore (quelli per cui il concorso principale è troppo commerciale) e io ho potuto esibirmi nelle mie tragiche pose da Cassandra.

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Il presupposto era che, vittoria o no, un film del genere non sarebbe mai arrivato in Italia e invece, forse per oscure pressioni di Brambilla e soci, è approdato questo fine settimana nelle nostre sale. Il sogno è durato fino a quando mi è caduto l’occhio sulla descrizione introduttiva della cartella stampa: “è un racconto ammonitorio sul rapporto tra specie superiori e i loro disgraziati subalterni“. Se non bastasse già questa perentoria frase a sancire quello che Tina Fey descriverebbe come un deal breaker, il regista continua “questo è un film fortemente morale, che pone interrogativi altamente morali, il pubblico di conseguenza deve giungere a conclusioni morali“.
Sorvolando sul fatto che stiamo pur sempre parlando di una fottuta apocalisse canina, a mio parere un film che pretende che il suo pubblico debba fare qualcosa, prescrivendogli cosa pensare e chi condannare, è un lungometraggio non riuscito. Questo moralismo esasperato, questa presentazione di storia e personaggi declinati sull’unica possibile dualità del buonissimo e del cattivissimo, a difesa di un punto di vista così smaccatamente presentato come l’unico ragionevole da risultare a tratti imbarazzante affossano un film che a livello tecnico aveva parecchie cose da dire.

Prendiamo le scene di vendetta di Hagen: tecnicamente parlando sono qualcosa d’impressionante, una troupe che si imbarca con i pochi fondi a disposizione in minuti e minuti di riprese con oltre 250 cani su schermo, da far interagire con gli attori umani mentre corrono a briglia sciolta per le strade cittadine. Una scena memorabile che nel ricordo assumerà una sfumatura irrimediabilmente ilare per come questo lodevole sforzo è stato associato a una drammatizzazione grottesca del problema del randagismo e delle violenze sugli animali.

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La sceneggiatura tenta di costruire un parallelo tra l’adolescente Lili e il cagnolone Hagen, entrambi disorientati dalla loro inesperienza ed ingenuità in un mondo di adulti unilateralmente ingannatorio, vessatorio e ingiustificatamente crudele. Mentre Lili si rivela essere la classica adolescente odiosa ignara del dolore di chi le sta attorno, incapace di essere attiva verso l’ingiustizia che subisce (tipo tentare di pagare lei la tassa o fare un patto col padre, tipo), senza un solido motivo per essere presentata come l’ideale positivo ad eccezione della sua ingenuità, Hagen incappa in una serie di sfighe micidiali: l’accalappiacani, le corse clandestine, l’accattonaggio, il canile e vari tentativi di omicidio.

Nel momento in cui il film sembra assumere una posizione poco confortevole ed estremamente interessante secondo cui il passaggio all’età matura comporta un’inevitabile approdo alla malvagità per l’essere umano, la storia si piega su se stessa fino ad annullarsi per amore di un messaggio che il creatore rivendica come un inno contro il razzismo e lo sfruttamento caucasico delle etnie diverse e dei gruppi più deboli, mentre chi vi scrive continua a nutrire più di un dubbio. A parte il riferimento al White God del titolo, dove sarebbe questa condanna al razzismo, dove l’identificazione dei cani con i gruppi discriminati?
Il film piuttosto indulge in una certa facile retorica da gli animali sono meglio degli uomini che ricorda tanto certi passaggi di Noah, con il suo inneggiare alla proteina di origine animale come veicolo di ogni male nel mondo. Fateci caso: le figure più negative sono in qualche modo associate al consumo di carne (il padre che lavora al macello, il macellaio violento, il proprietario di un ristorante di piatti di carne) mentre Lili pare sempre rifiutare il cibo preparatole dal padre, ma si scaglia con violenza contro ogni titolo di rapporto umano-cane che non preveda la totale, simbiotica uguaglianza tra i due.

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Lo vado a vedere? Sicuramente è un tipo di film che capita di vedere raramente nelle sale, purtroppo parzialmente rovinato dalla foga moralista che pervade ogni suo passaggio. Anche la memorabile chiusa ribadisce un messaggio così ostinato da preferire abbassarsi al livello del cane (finendo tra l’altro per avvalorarne una presunta inferiorità) piuttosto che innalzarlo a quello dell’essere umano, in un rapporto finalmente paritario e non vessatorio. Se però al grido di “Green Hill!” siete già pronti a scendere in piazza armati del vostro cucciolo, lo adorerete.
Ci shippo qualcuno? No, ma la vecchiaccia vicina di casa malvagissima senza alcun apparente motivo mi è un po’ rimasta nel cuore.

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