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miamadre01Il lutto e la riflessione sulla morte non sono elementi nuovi nel racconto cinematografico di Nanni Moretti, anzi: con l’avanzare del tempo il suo cinema sembra essere diventato uno specchio ancora più fedele delle sue riflessioni di uomo e artista maturo. Dopo essere stato identificato per anni e con un certo fastidio con il simbolo di una generazione, con Mia Madre Moretti torna a parlare di sé in maniera esplicita, trasfigurando però attraverso i suoi personaggi un momento terribile ma necessario della vita di ogni adulto: la perdita della madre.
Se il tema intenso, emotivamente carico ed esistenziale è di per sé inattaccabile e capace di parlare a un’ampia fetta di pubblico che quel momento l’ha vissuto, la forma e le modalità narrative scelte dal regista sono meno forti, soprattutto se rilette mettendo per un attimo da parte l’emozione.
Un primo mito che vorrei sfatare diffuso da quelli orripilati da noi mostri che non abbiamo gradito particolarmente quest’ultimo Moretti è che al cinema non si parli spesso di lutto, anzianità e morte. Una parola sola: Haneke, senza nemmeno scomodare tutto il filone geriatrico super drammatico che ci ha fatto venire puntalmente magone e lacrimoni ogni anno nell’ultimo quinquennio (tipo: Nebraska? Amour? Still Alice? Il recentissimo Wild?)
Nanni Moretti attinge al suo rapporto personale con la madre, come nella finzione anch’essa professoressa con un legame profondo con i suoi studenti, e lo porta su schermo con grande coraggio e quieta drammaticità. Non è un passo facile, specie quando ti fai da parte e ti limiti a interpretare un comprimario, dando all’ormai immancabile Margherita Buy il compito di ritrarti nella tua veste professionale di regista e in quella esistenziale di umano dalle piccole e grandi nevrosi.

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Il problema sorge nel passaggio successivo, nella resa cinematografica di sentimenti tanto potenti. Il film non porta quietamente grandi emozioni su schermo, non usa il linguaggio del cinema per narrarle, bensì pian piano trasforma la sua mitezza in debolezza, con interi spezzoni blandi, sbiaditi, una storia che scorre a bassa frequenza interrotta qua e là da sporadici momenti brillanti e riusciti.

E qui il confronto con Amour di Haneke, sorvolando su camere fisse e sonnolenza che queste comportano, è davvero impietoso. Là dove il cinema aveva sublimato un momento umanissimo e bassissimo in altissimi momenti di vera arte, qui la camera gira a vuoto, la sobrietà diventa sciatteria, tanto che ci si chiede come sia stato possibile spendere 7 milioni di euro per un film di questo tipo.
Per fare un raffronto diretto basta pensare all’enorme scena iniziale di Amour, ai suoi spezzoni onirici, raffontandoli alla quotidianità monocorde di “Mia madre”, dove il lodevole tentativo di rendere confuso il passaggio tra eventi reali, incubi e ricordi del rapporto con la madre non ha un briciolo della forza espressiva degli incubi del protagonista di Amour, delle sue immagini altamente simboliche. Non a caso anche lì c’erano pavimenti allagati e volatili, ma c’era un’aura completamente diversa e decisamente più efficace. Qui c’è una figlia che accarezza con affetto le vestigia della madre, degli scatoloni pieni e una casa vuota, ma sembrano più colpi bassi per commuovere che immagini che arrivano dritte al cuore dello spettatore.

Prendiamo il personaggio di Margherita, per certi versi palesemente non femminile, o quanto meno poco consueto in una tradizione rassicurante e materna del cinema nostrano. Nel suo essere persa in sé stessa, poco concentrata, a volte crudele nelle parole o nelle dimenticanze, così ripiegata sul proprio dolore e sul negazionismo riguardo alla morte della madre da non comprendere i turbamenti del fratello Giovanni o della figlia adolescente, Margherita potrebbe essere un grande personaggio. Questa possibilità però si scontra da una parte con la pretesa di inserire anche il discorso cinematografico biografico e il film fittizio che la protagonista sta girando (dove brilla un istrionico e sopra le righe John Turturro, ormai ospite fisso delle produzioni italiane) dall’altra con l’incapacità di portare davvero il personaggio da qualche parte, in positivo o in negativo o di ancorarlo per bene al suo ruolo di negazionista dei finerali. Margherita gira a vuoto e così “Mia Madre”, salvo rari momenti ben orchestrati. Quello che posso perdonare a Margherita personaggio in quanto alter-ego di Moretti essere umano – il suo essere disordinata emotivamente e cronicamente incapace di dare una direzione alla sua vita e di prendere una posizione precisa verso figure che a malapena considera come Vittorio, Giovanni o la figlia – non è un peccato altrettanto trascurabile se visto dalla prospettiva di Moretti sceneggiatore e regista.

A uscirne bene è soprattutto e solamente Giulia Lazzarini, una splendida attrice teatrale prestata al cinema che da una parte si avvale di un copione in cui chi abbia mai avuto un parente anziano in ospedale potrà sentire parecchi eco tristemente famigliari, dall’altra della felice combinazione tra il suo talento recitativo e la sua innata innocenza, capace di conquistare tutti in conferenza stampa.

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Lo vado a vedere? Mia madre è innanzitutto un film trattenuto ma estremamente emotivo, capace di parlare di un momento tragico della vita di ogni adulto e di suggerire saggiamente quanto questo si innesti sui propri insuccessi e sulle precoci avvisaglie della vecchiaia. Se però volete farvi del male con dei drammi geriatrici di varia natura, é bene che sappiate che Moretti non è in forma perfetta e che i film stranieri sopra citati sono ancora nettamente migliori, almeno dal mero punto di vista cinematografico, per chi si sentisse in vena di drammi geriatrici.
Ci shippo qualcuno? No, ma se avete un cuore e nessun fazzoletto a portata di mano, occhio all’effetto piangerone.

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