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the martianApparso nel 2011 come libro auto pubblicato dall’autore, The Martian è diventato in pochi anni il simbolo di quanto di buono c’è nelle editoria fai-da-te. Il suo successo, basato su un solido passaparola e sulle segnalazioni di alcuni blogger punto di riferimento nella comunità SFF, è cresciuto tanto da interessare la Crown Publishing, che ha ripubblicato il romanzo nel 2014, mettendo l’autore sotto contratto per una cifra a sei zeri.
Il libro, già divenuto virale ai tempi dell’upload a 99 centesimi su Amazon, ha conosciuto da subito un’espansione enorme, che ha coinvolto 30 paesi e si è allargata a fasce di lettori solitamente ben lontane da quello che è in tutto e per tutto un esempio di hard science fiction.

Mettendo un attimo da parte l’adattamento filmico di Ridley Scott con Matt Damon protagonista in dirittura d’arrivo per la fine del 2015 e l’inevitabile ulteriore volume di vendite (e luoghi comuni sulla fantascienza) che il film, sia buono o tremendo, comporterà, perché proprio un questo esempio di scifi ha saputo mettersi in contatto con il resto del pubblico dei lettori, impresa titanica che nemmeno a scrittori di grande successo come John Scalzi è ancora completamente riuscita? Trovo che sia questo l’aspetto più appassionante e misterioso dell’esordio letterario di un ingegnere informatico statunitense con la passione per l’astronomia e le missioni NASA.

Andy Weir è la versione 2.0 di tanti matematici, astrofisici e scienziati che nell’epoca d’oro della fantascienza (a metà del secolo scorso) divennero amatissimi scrittori sulla base di un semplice ma efficacissimo what if (cosa succederebbe se?). Il genere hard scifi nacque più o meno così, come prova di bravura e divertimento tra scienziati, che si sfidavano per vedere chi riusciva a ottenere il risultato letterario più clamoroso sulla base di un what if prestabilito (un pianeta con altissima gravità, una spedizione di umani che possa viaggiare a una velocità simile a quella della luce, la traduzione di una lingua aliena) da cui si poteva procedere solo in maniera scientificamente rigorosa e, quando non applicabile con la tecnologia dell’epoca, quantomeno plausibile.

I need to ask myself, ‘What would an Apollo astronaut do?’ He’d drink three whiskey sours, drive his Corvette to the launchpad, then fly to the moon in a command module smaller than my Rover. Man those guys were cool .

Nel 2009 Andy Weir è partito dal suo what if – e se un austronauta si trovasse bloccato su Marte con scorte di cibo e strumentazioni limitate, incapace di comunicare con la terra? – e da lì ha sviluppato il suo romanzo, facendo lunghe ricerche sulle tecnologie attualmente utilizzate dalla NASA, affinché il suo racconto procedesse per stadi sempre plausibili e coerenti.
Il risultato però non piacque agli editori a cui lo inviò, che glielo rifiutarono in blocco. Weir alzò le spalle e cominciò a caricarlo un capitolo alla volta sul suo blog, in modalità gratuita. Alcuni gli chiesero di renderlo disponibile su Amazon per comodità, lui lo fece per il minor importo possibile e BOOM, 35000 download e la vetta della classifica degli ebook di fantascienza. Il resto è storia della SFF anno 2014.

Davvero tutto il successo di Weir è da ricondursi a un what if perfetto in partenza e ben sviluppato? No, nella storia di Mark Watney, novello McGuyver di Marte, c’è molto, molto di più. C’è innanzitutto una bravura enorme nel mantenere costante il ritmo della storia, non facendo mai calare la tensione e portando la complessità della sfida sempre un gradino più su nel corso della narrazione.
Cosa ci può essere di peggio di essere bloccati su Marte, trafitti da un’antenna durante una una tempesta di sabbia e creduti morti dai propri compagni di missione, che sono ripartiti senza di te verso la Terra? Beh, per esempio l’antenna che ti ha perforato il fianco potrebbe essere proprio quella che ti permetteva di comunicare con la missione e la NASA.
Una volta analizzato e affrontato il problema del cibo, dell’ossigenazione, dell’acqua, degli spostamenti sulla superficie marziana con complessi calcoli matematici e esperimenti azzardati, saranno gli imprevisti a movimentare la trama, i problemi apparentemente impossibili da risolvere, le complicazioni e il continuo aggiornarsi delle possibilità di sopravvivenza di Mark in vista di un possibile salvataggio.

themartianQuesta gestione del racconto rende il libro una lettura da una sessione singola, sebbene le 380 pagine dell’edizione italiana la rendano una immersione totale comunque lunga e concitata. È innegabile come L’uomo di Marte sia un racconto da cui è davvero difficile staccarsi nelle fasi avanzate, anche se il fattore fondamentale nell’attrarre anche il pubblico giovane e generalista è giocato anche dal protagonista. Qui però torniamo a parlare di John Scalzi, perché se la trama e la sua gestione si rifanno rispettivamente al hard scifi classica e a un certo tipo di letteratura popolare contemporanea, i personaggi hanno una gestione innegabilmente scalziana.
Parliamoci chiaro: Mark Watney è il classico adorabile cazzone dalla battuta pronta che popola da protagonista tutti i romanzi dello scrittore statunitense. Il suo stile diaristico è irresistibile, irriverente, leggero nonostante la gravità della situazione, fino a renderlo un po’ irrealistico: essere bloccati su Marte con una scorta ridotta di patate e un’infinità di disco music e telefilm anni ’70 dovrebbe fiaccare l’animo di chiunque, invece i momenti di smarrimento del botanico e portentoso aggiusta-tutto spaziale Mark si esauriscono nell’arco di qualche riga, anche quando rischia la morte per qualche leggerezza nell’attuare uno dei suoi folli piani, lasciandoci le strizzatine d’occhio alla cultura pop a compensare una caratterizzazione un po’ di comodo.
Altro punto di collegamento con Scalzi è la gestione totalmente funzionale alla trama e al protagonista del resto dei personaggi, uno stuolo di astronauti e tecnici della NASA così caratterizzati da somigliare ai personaggi della playmobil, sempre sorridenti e assolutamente intercambiabili tra loro. Tutti, in qualche modo, prima o poi sono divertenti e un po’ cazzoni (come ci aspettiamo siano tutti i tecnici della NASA, quando non sono impegnati a scatenare qualche involontaria apocalisse sul nostro pianeta, ovvio).

A stupire quindi è come Andy Weir abbia saputo coniugare la sua conoscenza scientifica di alto livello in un racconto divertente, in cui è facile per i non avvezzi scorrere cogli occhi le lunghe ma sempre comprensibili spiegazioni di come ti faccio cosa (come recupero un centinaio di litri di acqua su Marte? Come avvio una coltivazione di patate? Come percorro 4300 km tra crateri e tempeste di sabbia per arrivare alla zona del cratere Schiapparelli?), che sono invece le parti che fanno bagnare le mutande a quanti amano questo tipo di sfida.

Yes, of course duct tape works in a near-vacuum. Duct tape works anywhere. Duct tape is magic and should be worshiped.

Andy Weir è un grande scrittore, è l’erede di Arthur C.Clarke come qualcuno sostiene? La mia reazione è più o meno uno sdegnatissimo “mapperfavore”. Il fatto curioso e affascinante è che “The Martian” è sì un libro davvero divertente da leggere, assolutamente cinematografico nella sua composizione, che sta aiutando tanti lettori a fare a meno di un po’ dei loro pregiudizi verso il genere SFF. Il che è merito dell’idea iniziale di Weir e della sua capacità di non mollare un’istante il lettore, reclamandone sempre l’attenzione.
D’altro canto però Andy Weir come scrittore ha parecchie pecche che rendono il confronto con Clarke giusto un po’ sacrilego. La sua completa incapacità di costruire un personaggio con un carattere definito, una psiche complessa, o in generale un solo tratto che non sia funzionale all’economia del romanzo per acchiappare il lettore, per esempio, o il semplicismo con cui butta lì il suo messaggio nella chiusa del romanzo, che non sostituisce di certo l’afflato malinconico che il miglior Clarke sapeva dare sempre, quella fiducia nelle possibilità dell’uomo (o al contrario, la consapevolezza dei suoi limiti invalicabili) che fluivano in maniera malinconica attraverso il romanzo, senza bisogno di esplicitarle a fine storia, vedi alla voce Incontro con Rama. Weir poi è lontanissimo dall’atmosfera spirituale, quasi mistica di uno dei padri della SF.

Se proprio dovessi confrontarlo a qualcuno, tornerei immediatamente a una delle teste di serie contemporanee, John Scalzi. Come genere, i due sono molti distanti, perché le narrazioni di Scalzi sono ancorate abbastanza debolmente a una coerenza scientifica di sorta. I loro punti deboli però sono simili, perché Scalzi nel bene e nel male è ormai il più forte punto di riferimento letterario per una larga fascia di giovani scrittori di fantascienza. Per esempio ho riscontrato che la foga con cui si leggono i loro libri è spesso direttamente proporzionale alla velocità con cui si dimenticano. Sono esperienze di lettura assolutamente divertenti e anche ricche di contenuti di buona qualità, ma dietro di sé lasciano poco, lontane anni luce da una certa fantascienza umanistica di stampo letterario ben superiore. Negli ultimi tre anni ho letto l’esordio di Weir e quattro libri di Scalzi e nel complesso i miei ricordi, a distanza di pochi mesi, sono vaghi e sempre più sbiaditi.

Una nota che poi richiede la lettura in qualità di appassionata moderata di hard scifi è che il libro di Andy Weir era coerente nel 2009. Nonostante sia così preciso e puntiglioso, o forse proprio per questo, il suo approccio all’intera epica dell’approdo umano su Marte è già datato. Per esempio l’efficienza solare dei pannelli utilizzati nelle missioni ora è molto maggiore, per non parlare degli impatti di tecnologie allora agli albori e totalmente assenti nel libro come le stampanti 3D, già ritenute indispensabili per la missione che la NASA sta progettando di compiere sul pianeta rosso.

andy wier

Lo leggo? The Martian è un gran bel libro, capace di combinare scienza, esplorazione spaziale, ironia e sentimento di solidarietà tra esseri umani. Il dettaglio scientifico è rigoroso ma assolutamente abbordabile (o saltabile dando una scorsa veloce alla pagina) e la tensione per Mark tiene il lettore sulle spine fino all’ultima pagina. Non mancano però qualche pecca da scrittore poco pratico, certe esagerazioni roboanti nella parte finale e un approccio molto calcolato e piacione che può infastidire alcuni lettori. Sicuramente per l’appassionato di genere è una lettura imprenscindibile ed è caldamente consigliata a chi vuole provare qualcosa di fantascientifico ma teme una delusione: “L’uomo di Marte” può essere una buona soluzione. Tendenzialmente se vi piace lo spunto iniziale del libro, potrebbe valere la pena di leggerlo prima che Ridley Scott ci metta mano.
Ci shippo qualcuno? Quando sei l’unico essere umano su Marte, beh, può essere problematico.

l'uomo di marteL’edizione italiana finalmente mi dà modo di fare i complimenti a una casa editrice italiana. Il lavoro di Newton Compton è semplicemente fantastico: copertina con illustrazione originale e font simile a quello impiegato negli Stati Uniti, titolo più possibile aderente all’inglese, traduzione di Tullio Dobner molto ben fatta, anche se segnalo qualche regionalismo, alcuni passaggi non scientifici non propriamente aderenti (almeno a giudicare dalle citazioni del testo che ho letto un po’ in giro) e un numero crescente di sviste stile typo verso la fine. Inoltre il volume riporta l’illustrazione della sovracopertina anche sulla copertina in cartoncino, dettaglio assolutamente delizioso! Ho gradito un po’ meno lo strillo riguardante Gravity (il cui paragone regge fino a un certo punto) e la mega scritta in quarta di copertina sul film di Ridley Scott, ma sono veramente dettagli, specie a 9,90 euro. Un’ottima proposta, bravi!

Sull’adattamento cinematografico non so se trattenere il fiato o darmi direttamente allo sconforto. Se Ridley Scott seguisse pedissequamente una sceneggiatura capace di ridurre la miriade di dettagli tecnici a un racconto palpitante potrei quasi sperare in bene, ma Matt Damon non è esattamente un attorone di suo, non ce lo vedo nella parte dell’astronauta (e in Interstellar non è che abbia fatto un figurone), non ha l’aria dell’adorabile cazzone ed è un filo troppo vecchio, no? Voi lettori che dite?

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