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SOVRACCOPERTA GOLEM.inddA Golem ci sono arrivata per vie laterali, quasi per caso, così come sono arrivata al suo autore, Lorenzo Ceccotti, scoperto grazie alle copertine italiane della trilogia Southern Reach di Jeff VanderMeer. Mentre si parlava di quest’ultima qualcuno menzionò il più recente lavoro di Ceccotti, Golem, appena pubblicato da Bao Publishing. Unendo la qualità media delle produzioni Bao all’aura fantascientifica che sembrava emanare la storia, senza trascurare una certa voglia di vedere un illustratore tanto capace alla prese con una storia di più di 300 pagine, mi sono data da fare e ho recuperato una copia del volume in biblioteca. Il primo impatto, al solito, fantastico: 25 euro per 300 pagine a colori, stampa meravigliosa, sovracoperta accattivante e fighetta il giusto, che lascia intravedere il design azzurro cielo della copertina del volume, con tanto di piccolo extra, tanto inutile quanto grazioso, per cellulari abilitati NFC. La cosa curiosa e un po’ spiazzante è che questo è esattamente il sentimento rimasto a fine volume: una confezione meravigliosa dal design strepitoso, dentro cui però è difficile trovare qualcosa di valido oltre l’estetica.
Stavolta parto dalla fine, a mo’ di risposta alla postfazione di Adriano Ercolani, impegnato a riassumere in una paginetta l’enorme sforzo dell’amico illustratore LRZN nel condensare una storia nata e cresciuta in lui fin dagli anni del liceo in un volume concreto. Ercolani sostiene che Golem sia un lavoro densissimo, complesso, fruibile su più livelli, dove tutto parla al lettore, dalle etimologie dei nomi dei protagonisti al cromatismo delle tavole, sino a riferimenti esoterici nascosti che partirebbero da Caravaggio giù giù fino a Naoki Urusawa. Si parla di complessità concettuale ben oltre l’elemento decorativo della tavola e degli innumerevoli easter egg disseminati qua e là. Ora, tendenzialmente non sono una lettrice magnanima, ma il dubbio è sorto potente in me e ho dato al volume e alla storia il beneficio di una seconda lettura. Il risultato, come tanti altri lettori hanno sottolineato, è che per me questa complessità concettuale è praticamente inesistente.

golem8Se l’impresa di LRZN illustratore è notevole, è altrettanto vero che la sua fatica non è sorretta da una storia all’altezza delle aspirazioni cosmopolite e internazionali che il volume vorrebbe avere. Chiariamo: per gli amanti del genere, la cura del disegno, delle tavole a tutta pagina volutamente pittoriche, dello stile cool e con palesi riferimenti sia al mondo del manga più stiloso sia alle pin up perfettamente inchiostrate e colorate dei comics americani valgono da soli il prezzo di copertina. Sì, Golem è una produzione il cui aspetto grafico è così personale eppure così cosmopolita da essere appetibile ovunque, tanto sono tenui i suoi legami con la nazione, l’Italia, in cui questa ipotetica distopia si scatena e si risolve. La nazione putativa è la nostra, ma non c’è nessun aspetto specifico che rende incoerente il volume se si sostituisce il setting con quello di qualsiasi altro Paese occidentale.
Questo di per sé non è nemmeno un difetto, mentre magari alcune fisionomie troppo rassomiglianti tra loro dei comprimari e una generale e opprimente fighetteria di tutti i combattenti in scena non sono così assolvibili. Sin da quando ho visto il volto del presidente della repubblica italiana (quello qui sopra) ho capito che in questa storia qualcosa era andato decisamente storto. Con tutto il rispetto per Mattarella, ma chi non farebbe cambio prima di subito con la versione giovane del presidente Snow di Hunger Games, con tanto di rose rosse e barbetta curata? Golem è un mondo in cui la situazione particolare e la riflessione sul dettaglio sono state fagocitate nell’impero dell’estetica, processo che curiosamente l’autore si dà tanto da fare per condannare all’interno della sua storia.

Oltre a fare seriamente un pensierino per un presidente della repubblica che scatenasse tanta gerontofilia, il dubbio che mi assillava durante la lettura era di aver frainteso il target di riferimento dell’opera e di stare leggendo un volume per ragazzi, un prodotto similare a tanta letteratura young adult odierna. Invece no, Golem si prefigge di parlare a un pubblico maturo di temi complessi, come “il rapporto tra Uomo e Stato, tra Tecnologia e Natura, tra libero arbitrio e responsabilità sociale” [cit.]: tutti temi sì toccati dal volume, ma con una superficialità e una velocità tali da far dubitare che il punto sia appena più lontano del semplicistico messaggio con cui si chiude l’opera “soltanto i bambini, col potere dei loro sogni, possono cambiare il mondo“. Seriamente? Questa è la risposta a tre delle dicotomie più laceranti della storia dell’umanità, il potere dei sogni dei bambini? Mapperfavore.

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Golem potrebbe essere anche un ottimo spunto, quello sì, soprattutto in campo visivo, su una possibile riflessione del nostro futuro: è evidente che LRNZ ha un talento naturale per il design pubblicitario e gli uomini giusti del marketing ucciderebbero per uno che con tanta apparente facilità tira fuori dal cilindro quattro corporazioni (in pratica dei veri e propri zaibatsu) che dominano il mercato globale. Anzi, le corporazioni, i loro loghi, i messaggi pubblicitari accattivanti e i loro prodotti dominano la prima parte del volume, di gran lunga la più riuscita. Alla fine le quattro industrie piene di cupidigia e malignità sembrano infinitamente più accattivanti dei personaggi che popolano la storia.

Senza andare molto lontano, Steno, il protagonista che non vuole smettere di sognare: quali sarebbero i suoi sogni, le sue aspirazioni? Cosa piace davvero a Steno, di cosa ha paura? Impossibile dirlo, dato che viene sballottato qua e là ai fini della storia, senza mai esprimere un pensiero proprio, peggio, senza mai incarnare o vivere un conflitto. Molta parte della sua storia ricorda quella del giovane Shinji Ikari (e nel finale per i fan di Evangelion e impossibile non pensare a un chiaro parallelo con quella storia), ma la complessità di baka Shinji, nel suo essere un personaggio altrettanto passivo, sta ad anni luce da questo ragazzino pulito e per bene, mai un capello fuori posto, mai un pensiero forte e chiaro in testa.

Quello che mi stupisce è che ci sia chi urla al capolavoro, nel bel mezzo di un responso critico che non lesina di certo batoste e mezze stellette. Chi lo giudica un’opera profonda e davvero capace di descrivere il futuro che la ospita ha mai letto qualcosa di vagamente distopico? Nel suo stesso essere una discreta schiacciasassi delle ambiguità latenti, Suzanne Collins (l’autrice di Hunger Games) si mangia in un boccone un mondo come quello di Ceccotti, dove per esempio la tecnologia fornisce una via d’uscita salvifica senza la benché minima problematizzazione della stessa.
Dimostrando già di essere generosissima lascerò perdere l’evidente disprezzo delle più basilari norme della chimica e della biologia nel presentare come possibile la trasformazione di inorganico in organico e biologicamente vivo – praticamente magia nera da alchimisti con la pietra filosofale – ma rimangono comunque un paio di problemucci: come può una tecnologia del genere non creare problemi? Chi la controllerebbe? Come regolarne l’utilizzo per smaltire davvero rifiuti ed inquinamento? Come è possibile non immaginarsi che da subito qualcuno la userebbe contro altri? O che l’ingordigia degli uomini finirebbe inevitabilmente per distruggere l’equilibrio naturale del pianeta? Ed esattamente quale mostruosa fonte d’energia alimenta la scissione di atomi e la loro ricomposizione in molecole totalmente differenti? Ma ancora più banalmente: se tutto il pianeta è una gigantesca discarica, come è possibile che dalle città non se ne accorgano e che sia possibile ancora un tale ritmo consumistico? E questo è giusto per buttare lì le prime domande che mi vengono in mente sulla banalità mal gestita che mi ha più infastidito, ovvero quella tecnologica.

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Lo leggo? Solo nel caso sia possibile, come per me, darci un’occhiata gratuitamente. Per quanto la confezione sia ottima, Golem non è assolutamente un prodotto all’altezza delle aspettative. Qui la colpa però va data principalmente a Bao stessa: è bello e lodevole sostenere artisti che sognano la pubblicazione fino al raggiungimento della stessa, però è anche giusto intervenire e assisterli, quando è così evidente che in qualità di scrittori non sono così smaliziati. Purtroppo non è il primo errore in questo senso. Che senso ha arrivare alla pubblicazione se il volume è così carente dal punto di vista dei contenuti?
Con giusto una sistemata qua e là e un aiuto a bilanciare il ritmo, Golem avrebbe potuto raccontare molto di più e molto meglio. Rimane invece un buono spunto, da studente liceale con una grande idea in testa, ma poco curato, superficiale, frettoloso, sempre in bilico tra un idealismo esasperato e una condanna a un gruppo di corporazioni che sembrano essere l’unica struttura davvero solida e funzionante del mondo che ritrae.
Fottuto cervo metaforico – pam! Avvistato in tutta la sua metaforica bellezza a poche pagine dall’inizio del volume.
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