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Schermata 2015-04-27 a 19.07.12Data la vastità di generi e autori che stuzzicano il mio interesse, raramente riesco a leggere più di due o tre titoli partoriti dalla stessa penna. Da quando i social network si occupano di tener traccia delle mie letture, ho letto sei titoli di Ian McEwan; un po’ perché adoro il suo stile di scrittura, un po’ per il suo piglio polemico contro le credenze mistico religiose, un po’ perché il suo ritmo di scrittura di un romanzo di qualche centinaio di pagine ogni due, tre anni si adatta alla perfezione al mio ritmo di lettura.
Fu così per Miele, stesso copione per The Children Act: annuncio in pompa magna dell’uscita, ospitata da Fazio, vago appunto mentale di recuperarlo in qualche modo. La prima volta che metti piede in biblioteca te lo trovi davanti, fresco di stampa, appena poggiato sullo scaffale dei nuovi arrivi. E così si ricomincia.
Quello che mi irrita un pochino è che questo incontro occasionale con McEwan mi permette di essere sempre preparata sulla sua altalenante produzione recente, mentre sarebbe mio grande desiderio (ri)leggere il resto della sua bibliografia e in particolare i primi, cupissimi romanzi.
Sul tardo McEwan si possono fare molte affermazioni, ma non certo che abbia perso la voglia di tentare nuove strade, punti di vista e filoni tematici differenti (il mondo della scienza egoriferito e fallace, il freddo e maschilista universo del controspionaggio inglese), pur rimanendo ancorato ai grandi nuclei morali della sua produzione. The Children Act in questo senso è quasi un ritorno a casa dopo due prove di compiaciuta bravura stilistica, Solar e Miele. Stavolta il cuore della storia torna ad essere il conflitto tra ragione di stato e ragioni personali, tra credenze religiose e moralità laica; forse è questo il motivo per cui la critica ha salutato il ritorno di McEwan (o meglio, del McEwan più immediatamente riconoscibile) con un plauso tanto positivo.

Religions, moral systems, her own included, were like peaks in a dense mountain range seen from a great distance, none obviously higher, more important, truer than another.

Personalmente però The Children Act è un pelo inferiore a Solar e una spanna lontano dal raffinato gioco stilistico di Sweet Tooth, in cui invece avevo ritrovato la verve e la furbizia sorniona delle pagine migliori dello scrittore inglese. E dire che c’erano tutti gli ingredienti che amo di più del nostro: il solido ancorarsi alla realtà, la sua rielaborazione attraverso una prosa letteraria quasi senza pari, il conflitto etico e morale in cui nessuno esce davvero vincitore, il punto di vista femminile sofferto e sentimenti amorosi sempre pronti a mutare in dolore o tragedia.
Sulla carta è il McEwan perfetto: tratto dal dettagliato racconto che un magistrato di un’altra corte inglese fece allo scrittore del suo lavoro e rielaborato dagli appunti che lo stesso prese su uno dei suoi famigerati taccuini (da cui sono usciti tanti libri stupendi quante accuse di plagio) ma ingentilito dal punto di vista femminile della protagonista Fiona Maye, giudice specializzato in spinosi casi di diritto familiare dal delicato profilo etico e dal coefficiente mediatico esplosivo, a cui è appena esploso in faccia, quietamente, anche il proprio matrimonio.

child1Fiona è lo stereotipo vivente della donna immersasi nel suo lavoro fino a raggiungere il successo, salvo poi riemerge a prendere aria per trovare il marito che le chiede risentito il suo plauso per scoparsi la giovane amante, segni di decadenza sul suo corpo e l’orrore di sentire montare dentro di sé il rimpianto di aver rinunciato alla maternità. Sentimento che sembra parimenti alimentato e mitigato dal suo ruolo di giudice finale dell’altrui funzione genitoriale, che la vede arbitro tra quanto lo stato chiede di fare e quanto i genitori vorrebbero ottemperare. Mentre si trova alle prese con un delicato, drammatico caso di due gemelle siamesi la cui unica possibilità di salvezza è la morte di una in favore dell’altra e nell’orrendo divorzio di una coppia ebraica, sul suo tavolo arriva un’altra urgenza a distrarla dalle rovine del suo matrimonio. Sperando di riuscire a mettere da parte il senso incombente di fallimento con alcol e lavoro, Fiona finisce per non rendersi conto dell’impatto che porterà nella vita del suo giovane imputato.

Adam Henry è un giovane diciassette in disperato bisogno di una trasfusione di sangue. Approfittando del fatto che mancano ancora alcune settimane al compimento della maggiore età del paziente, l’ospedale ha chiesto alla Corte l’autorizzazione a procedere nonostante il parere avverso dei genitori, testimoni di Geova contrari a una procedura medica che considerano impura, anche a costo di perdere il proprio figlio. Fiona si aspetta di rimbalzare contro un muro di bigottismo, invece trova una coppia straziata ma innamorata e un giovane figlio preda dell’esuberanza e del fatalismo romantico tipico dell’adolescenza, ma anche intelligente, riflessivo, sveglio, convinto appassionatamente dell’importanza del credo di famiglia. Aiutati da una passione comune per la musica, Fiona e Henry si confrontano per qualche minuto, prima che lei prenda la decisione che cambierà irrevocabilmente il destino del ragazzo. Il resto del libro esplora appunto la profondità del potere giudiziario che Fiona ha esercitato sulla vita di Adam, quanto quei pochi minuti di conversazione e la sua sentenza ben formulata e precisa abbiano condizionato l’adolescente, andando ben oltre il semplice risvolto sanitario.

Yes, her childlessness was a fugue in itself, a flight- this was the habitual theme she was trying now to resist- a flight from her proper destiny. Her failure to become a woman, as her mother understood the term

Nonostante l’ennesimo j’accuse di Christopher Priest* (da anni inviperito col collega che ritiene poco più di uno scribacchino) The Children Act non è un plagio, bensì nei suoi momenti migliori una cronaca romanzata ma puntualissima di cosa significhi concretamente avere potere di vita e di morte sulle persone sottoposte all’autorità giudiziaria. Con la sua prosa insuperabile, raffinata ma fluentissima anche in traduzione, McEwan ha rielaborato con la solita precisione chirurgica ma letterariamente “alta” quanto raccontatogli da un giudice dell’Alta Corte inglese, attingendo a svariati casi di cronaca (tutti molto influenzati dalla componente religiosa nelle vite degli imputati) e rielaborandoli nei tre episodi raccontati da Fiona. Si tratta un plagio? Non direi, e nemmeno cenare con un giudice sembra un indizio di malafede, non per uno come McEwan, che non è certo difficile immagine a cena con gli esponenti più affermati dell’upper class inglese. Che la sua estrazione sociale e il suo ambito culturale si rifacciano a quelli dei borghesi più abbienti è immediatamente chiaro anche in questo libro, dalla consumata esperienza con cui dipinge una vita senza preoccupazioni economiche di sorta, con piccoli lussi quotidiani, case bellissime e un approccio musicale e culturale davvero alto. Si sente che è uno che in quell’ambiente ha respirato parecchio, ma non è certo il problema centrale del libro.

Blind luck, to arrive in the world with your properly formed parts in the right place, to be born to parents who were loving, not cruel, or to escape, by geographical or social accident, war or poverty. And therefore to find it so much easier to be virtuous..

Se come amante dei legal drama ho molto apprezzato l’approccio analitico al mondo della giustizia dentro e fuori le aule di tribunale, con tanto di scartoffie e dubbi sulla stesura delle sentenze (che da studentessa di legal english posso assicurarvi avere una lingua e una letterarietà a parte che richiedono un grande studio, quasi fossero un genere letterario con i propri campioni), da adoratrice del McEwan caratterista sono rimasta delusa. Pur perdonandogli il marito così trascurato da essere unicamente ritratto nella sua meschinità, anche Fiona esce solo raramente dallo stereotipo della donna che dovrebbe essere, quella lavoratrice carrierista vicina alla mezza età che sente improvvisamente lo scricchiolio della sua vita affettiva che considerava una solida sicurezza.

Avendo letto Sabato, che invece sa conciliare con grande efficacia l’analisi del mondo della chirurgia a una caratterizzazione a tutto tondo e a un colpo di scena drammatico e riuscitissimo, so che si poteva fare di meglio. In Adam Henry rivive in parte la scintilla dei personaggi più riusciti dello scrittore, perché in alcuni passaggi è davvero difficile non sentir rievocare in lui le iperboli esuberanti e le perenni contraddizioni che vivono una accanto all’altra nella mente di un adolescente, sveglio e intelligente sì, ma ancora non adulto. Forse anzi è ritratto talmente bene che il suo percorso finisce per non essere mai veramente sorprendente, perché dice o fa quello che ci aspetteremmo da un ragazzo della sua età che prova in poco tempo l’ebrezza della libertà ma anche la distruzione della solidità del suo mondo di bambino. Quindi o Fiona è ingenua al limite della stupidità o McEwan stavolta si è lasciato un po’ troppo prendere dall’aspetto giudiziario, perdendo per strada i personaggi.

Ian McEwan

Lo leggo? Resta il fatto che, complice la lunghezza irrisoria, si legge in un’unica, scorrevolissima seduta, forse mai veramente sorprendente ma sempre ricca di passaggi di tagliente riflessione personale. La verità è che quando scrivi così, difficilmente ti esce qualcosa di irrilevante dalla penna. Per i miei gusti personali di lettrice però Miele è decisamente più accattivante e la prima produzione (su tutti il grandissimo Espiazione) rimane il punto di partenza obbligato. Se invece vi intrigano questi viaggi analitici nei mestieri dell’agiatissima upper class inglese, vi consiglio Sabato, più riuscito e incisivo, forse anche perché più vicino al sentito dell’autore per ragioni che costituiscono uno spoiler imperdonabile.

ian mcewanL’edizione italiana è come sempre a cura di Einaudi, con traduzione al solito piacevole di S. Basso, il traduttore storico dello scrittore inglese nel nostro Paese, che si è occupato di tutti i suoi titoli più noti e di tanti altri scrittori di prima fascia anglosassoni.
Tuttavia lasciatemi dire una cosa: quel titolo proprio non si può sentire. Tipo che ogni volta che cito il libro o lo faccio con il titolo inglese o rimango venti minuti a ripetere “massì dai, la sonata, la canzone, la ballata di tizio!”, per dire quanto sia incisivo e memorabile.
Ok la rilevanza della musica nella vicenda, ma al centro rimane il children act, il corpus inglese riguardante la tutela dei minori, non la ballata di sto’ piffero. Capisco la necessità di scostarsi da un titolo inglese potenzialmente intraducibile ma…che piattezza.

*dato che andiamo a parare sempre in ambito SFF, forse saprete già che Priest è un noto autore di fantascienza e fantasy inglese. Per darvi un’idea: dal suo romanzo omonimo, i Nolan ci hanno tirato fuori The Prestige. La cosa che mi ha sorpreso è scoprire che McEwan, uno non proprio di primo pelo, è persino più giovane di Christopher Priest di 5 anni, che evidentemente non facevo così venerando, ecco.

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