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cake1Per quanto shockante possa risultare questa affermazione, sono d’accordo con l’Academy, quantomeno stavolta: Jennifer Aniston non meritava la nomination come miglior attrice protagonista per Cake. Film che approda solo ora da noi e di cui si è fatto un gran parlare principalmente perché ha consentito di ritrarre ancora una volta l’attrice come eterna beffata dal destino, ignorata per la sua grande prova ottenuta con quello che sembra essere il vero trend del 2014: attore che si cala nei panni di produttore esecutivo per la disperante mancanza di ruoli un po’ fuori dai canoni in quel di Hollywood.
Anche questa sceneggiatura era finita nella famosa, vituperata black list 2013 (la lista delle migliori sceneggiature “ferme”, in attesa che qualcuno le trasformi in un film), in attesa di ripescaggio. Come spesso ho già sottolineato in passato, se una sceneggiatura rimane in stallo, il motivo è spesso la sua riuscita solo parziale.


Prendiamo Cake, ad esempio, il classico film a basso budget che ruota completamente attorno alla protagonista che caccia i soldi in qualità di produttrice, con evidenti mire al plauso di critica e premistica varia. Nulla di nuovo in un 2014 cinematografico costellato da attori che hanno tentato questo strada con alterne fortune (ma solitamente ottime perfomance), vedi alla voce Nightcrawler e Wild.
Cake però è ben inferiore ai due cuginetti di box office e lo è principalmente per la pretesa tra il semplicistico e l’arrogante che una sceneggiatura si regga completamente sul dramma complesso e doloroso della protagonista.

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Così Jennifer Aniston mette in tavola la sua migliore prova da qualche anno a questa parte con il ritratto di Claire, una quarantenne scorbutica, maleducata e rozza ai limiti dello psicotico, costantemente in bisogno di superalcolici, sedativi e contatto umano che si procaccia in modi manipolatori e vili. Un ruolo in cui ci sono tutte le avvisaglie di una deliberata caccia al plauso: niente trucco, niente parrucco, una decina di chili in più (mossa non giustificata da alcun passaggio della trama) e soprattutto numerose e vistose cicatrici che percorrono il corpo della donna.
Dà lì alla metafora delle cicatrici nell’animo è questione di un attimo: Claire sfoga l’inestinguibile dolore fisico che prova riversandolo sugli astanti e condendo la sua vita di bizzarri incontri, su cui spicca quello col marito di Nina (Anna Kendrick), un adorabile vedovo con figlio che fatica a spiegarsi il suicidio della bella moglie. La storia della moglie e madre suicida tormenta Claire, desiderosa di altrettanto oblio ma attaccata alla propria cinica esistenza con un rancore pari e superiore a quello verso le sue sventure, tanto che la suicida le apparirà in visione in modalità via via più angoscianti e minacciose.

Sulla carta, uno spunto ottimo, il racconto di una donna che tenta colpi alla cieca per uscire dalla prigione di dolore in cui si trova, salvo poi ritrarsi di fronte agli spiragli, ma anche incapace di abbandonarsi davvero all’oblio che riproduce goffamente nella vita di tutti i giorni. Se il suo confuso affannarsi può essere caotico e sconclusionato, il film che lo ritrae non dovrebbe seguirla, bensì mantenere un piglio coerente e sicuro sulla storia. Invece Cake è altrettanto insicuro della protagonista, dubbioso riguardo quale via percorrere tra le mille a cui si affaccia (la dipendenza da farmaci? Il buffo rapporto con Silvana? La timida intesa col marito o col vedovo Sam Worthington? L’ossessione per il suicidio? La mancanza di un nucleo morale? La paura del dolore causato dall’uscita del suo bozzolo di dolore?) persino noioso nella sua titubante ricerca di un finale a una storia che risulta senza capo né coda.

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Quel che è peggio è che Cake involontariamente finisce per prendersi beffe della sua stessa protagonista, circondandola di una marea di stereotipi che la rendono l’incarnazione vivente del white people problem. Prendiamo ad esempio la governante messicana Silvana (Adriana Barraza), timorata di Dio, affezionata, protettiva, materna; il ritratto ai limiti dell’insultante della comunità messicana che si porta dietro fa risaltare il bieco egoismo di Claire, che ha la concreta possibilità di comportarsi come fa perché gode di privilegi economici e sociali che le consentono di farlo. Mostrandola come una stronza bianca danarosa che ingigantisce problemi gravosi sì, ma comuni ad altre figure del film, senza però prendere una posizione al riguardo (quasi fosse un effetto collaterale della storia stessa che ci si è dimenticati di gestire), il film finisce per abbassare brutalmente il livello di empatia con lei. L’effetto contrario a quello a cui mirava tutta l’operazione.

[Paragrafo SPOILER]
Per ironia della sorte accanto a lei fiorisce una storia appena abbozzata ma molto più intrigante, quella di Anna Kendrick. È dai tempi di Gravity che sottolineo come per me non ci sia personaggio più odioso di una donna il cui essere ingrata, meschina e stronza debba sempre essere giustificato nell’ottica della materna improvvisamente negata (e tutta la bella storia del dolore così grande che ti travolge tanto più tu eri una brava madre affezionata al tuo pargolo), quando il cinema americano pullula di uomini il cui lato stronzo del carattere viene ammirato e riverito chiaramente su schermo. Per rimarcare questo bisogno di giustificare un tratto altrimenti ingiustificabile in una donna, ecco che nel culmine drammatico del film la Aniston si affretta a precisare “Sono stata una brava madre!“. Ahhhhhhh, che nervi!
Ecco, non ho potuto fare a meno di sperare in un film che per una volta non si focalizzasse sulla perdita incolmabile di una madre, bensì sulla madre bella e amata, sposata a un marito amorevole e con un figlioletto adorabile, che decide di lasciarsi dietro questo ruolo, preferendogli la morte. [fine SPOILER]

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Lo vado a vedere? Nel caso di Cake più che in altri film è difficile non essere urtati dal tentativo di conquistare puntando sul dolore e sulla drammaticità della storia. In altri casi la riuscita del film e la bravura oggettiva dell’attore e produttore sono in grado di compiere questa magica amnesia benevola, ma stavolta no. Insomma, la maledizione della black list colpisce ancora.
Ci shippo qualcuno? No, ma mi permetto di far notare che sono rimasta piacevolmente sorpresa dal livello di adorabilità di Worthington in questo film. Tipo che recita anche. Tipo che magari lo terrò d’occhio nel prossimo futuro. Questi vedovi dei nostri giorni. 

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