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tot1È difficile dare un giudizio a caldo sul nuovo film di Matteo Garrone in concorso a Cannes 2015: non è un’apertura paracula, quanto piuttosto un avvertimento. Nell’affollatissima proiezione stampa di Milano di oggi all’ultima transizione su nero di chiusura ci sono stati parecchi secondi di silenzio, mentre più o meno tutti facevamo i conti con una pellicola che innanzitutto spiazza e ancor di più considerando i precedenti del regista di Gomorra e Reality, decisosi improvvisamente a fare un tuffo nel fantastico più fiabesco con un adattamento di tre novelle tratte da Lo Cunto de li Cunti, opera fondativa del genere di Giambattista Basile, un corpus di una cinquantina di fiabe a cui tutti i grandi nomi europei che associate alla parola hanno attinto a piene mani, fino ad arrivare a questa interpretazione garroniana.

Dato il senso spiazzante del post visione, partiamo dai dati certi: Il Racconto dei Racconti è un film tecnicamente ineccepibile, una produzione mastodontica e grandiosa, un traguardo epocale per il cinema italiano, anche dopo i fasti di produzioni come La Grande Bellezza. Stavolta non basta dire quanto non sembri una produzione italiana, perché il film si spinge oltre, nella sua atmosfera senza tempo, principesca e barocca. Scenari spettacolari, scenografie maestose anche se assolutamente essenziali, una colonna sonora del neo premio Oscar Alexandre Deplat che ti si pianta in testa, ricorrente e cantalinenante come il racconto serale della buona notte. Su tutto però meritano un gigantesco plauso i costumi di Massimo Cantini Parrini: lo dico? Lo dico: da premio Oscar. Opulenti, ricchissimi, sorprendenti su principici come su saltimbanchi e popolani, ma sempre elegantissimi, capaci di rievocare i dipinti delle grandi corti europee nell’epoca del Barocco. Anche le creature fantastiche sono gestite con grande mimetismo nella pellicola, con la produzione di grandi modelli semoventi, che hanno la concretezza e il realismo mimetico che gli effetti speciali digitali non riescono ad eguagliare. Risultato: la pulce gigante, il drago marino, il “coso” della grotta sembrano tanto veri quanto gli attori e in grado di interagire con essi, aiutati anche dalla sempre ottima fotografia di Peter Suschitzky.

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Sugli attori non c’è nessuno di così eccellente che si faccia notare, però è un ottima amalgama che ben si adatta alle ossessioni che fanno da nucleo pulsante di ognuna delle tre storie: Salma Hayek incarna l’ossessione per il figlio tanto desiderato, Vincent Cassel quella inarrestabile per la passione carnale, le due sorelle tindore Dora e Imma quella per la giovinezza. In generale tutti i personaggi più che di una psicologia, vivono di un loro tratto distintivo, sono  allegorie viventi, come nel caso di Toby Jones, che incarna la leggerezza malcurante di chi si sente al di sopra degli altri. Bebe Cave, la giovane attrice che interpreta Violet, pur sempre vestita, buca lo schermo molto più di altre comprimarie desnude. Sul fatto di realizzare il tutto in lingua inglese, credo fortemente che la distribuzione di un film davvero forte non necessiti per forza della lingua più internazionale e comprensibile (Francia, anyone?), ma il Cunto è stato così saccheggiato e rielaborato nei secoli che ormai si presta bene anche a questa internazionalizzazione.

Sulla sceneggiatura, Garrone e il suo team di sceneggiatori vanno elogiati per molteplici ragioni. La prima è la scelta coraggiosa delle tre novelle protagoniste, lontano alle più blasonate Cenerentola e Gatto con gli Stivali (eh sì, vengono dal Cunto!): tre storie con una forte connotazione fantastica, a tratti horror, ma anche profondamente antropologiche, dove il fantastico serve a fare un salto di qualità nel racconto di quanto c’è di inevitabile della vita, che la costituisce e la trasforma. Anche la scelta di tre novelle con protagoniste tre donne in tre fasi topiche della vita (la fanciulla in fiore, la madre, l’anziana) rendono il film più circolare e compiuto di quanto già non sia con l’intrecciarsi delle stesse.

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Personalmente però l’aspetto per cui ho amato di più il film è la sua assoluta fedeltà al genere fiabesco,  in maniera carnale e inevitabilmente divisiva. Qualcuno citerà Guillermo del Toro,a torto: Del Toro usa il fantastico per raccontare la sua fascinazione verso lo stesso, Garrone rimane piantatissimo nella realtà, lasciando che sia la casualità straziante delle morti e la crudeltà macabra di incantesimi e sposalizi a suggerire l’immediato corrispettivo nel reale. In questo senso è un film intrinsecamente garroniano, dove non c’è mai una morale bensì un osservare i personaggi con obiettività, fino alle estreme conseguenze. Consenguenze fiabesche che per una volta non sono mai addolicite o trasformate, con una regia che ci mostra davvero perché l’Orco è tanto spaventoso, perché l’agonia per la giovinezza perduta possa diventare dolorosa a livello fisico, perché una corona possa nascondere il peggiore degli esseri umani, a cui il potere consente di rimanere sempre nel giusto. Una fiaba permette a chi non ha ancora conosciuto la vita nelle sue declinazioni più importanti e drammatiche di farne esperienza attraverso una rielaborazione fantastica e simbolica: il questo senso il film di Garrone è tra i più fedeli mai visti al genere narrativo.  Una scelta così radicale e senza compromessi crea anche una certa radicalità della regia e del ritmo, lento, talvolta snervante, sempre e comunque sospeso fuori dal tempo, senza la fretta di aggiungere informazioni ad ogni inquadratura, ma anche di ripetere e rivisitare, come una fiaba molto amata recitata ogni sera, ogni volta un po’ diversa ma uguale a se stessa.

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Lo vado a vedere?  Non che ci fosse bisogno di ribadirlo, ma Garrone si conferma tra i migliori registi italiani in attività, e sostenere che sia il migliore non è nemmeno troppo difficile. Con i suoi personaggi accetta il pericolo, rischia e cambia pelle, e si rialza ammantato di un film così forte e maestoso nella sua identità da essere per sua natura divisivo, ma assolutamente imperidibile. Non posso assicurarvi che piacerà a voi e alla giuria di Cannes, ma quello che posso dirvi è che ha una regia perfetta, una produzione magnifica e un’identità fortissima e innovativa. Il suo non scendere mai a compromessi non ne fa una palma facile, ma si merita un vostro tentativo e il suo posto in concorso. Ah, se amate le fiabe, non state manco a leggere il pistolotto, andate a vederlo. Nei suoi echi mitologici ed eroistici a tratti mi ha ricordato i momenti migliori di Excalibur, e detto da me è un gran complimento.
Ci shippo qualcuno? No, ma mi preme dire una cosa fortissimo: #TeamViola. Fiabesca senza tradimenti e costantemente da applausi. Strong female character who?

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