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hr_Mad_Max-_Fury_Road_9Mad Max: Fury Road è facilmente il miglior film d’azione dell’anno, il miglior film fantascientifico distopico dell’anno. Di più: se passiamo all’unità di misura decennale, sia nella prima che nella seconda categoria ha pochissimi rivali.
George Miller lo avevamo perso per strada (o meglio, dietro la cinepresa di due Happy Feet), mentre il cinema correva a folle velocità in un’era tecnologica in cui ogni più assurda, folle fantasia action diventa non solo realizzabile, ma anche visivamente appagante. Ci ha messo vent’anni, ma la sua sgasata l’ha portato in territori inesplorati, quelli del cinema che rimarrà: è quella la sensazione durante la proiezione, quella consapevolezza crescente di stare guardando un film che, tra qualche decennio, ricorderai orgogliosamente con un “ah, l’ho visto al cinema“.

Voi stasera correte al cinema; io in cambio vi ho sfornato una recensione priva di spoiler.

Ho sempre amato il ciclo dei Mad Max perché si basa su poche, semplici elementi essenziali che regolano un mondo distopico che diventa via via allegoria del momento storico in cui è realizzato. Non c’è nemmeno un ordine cronologico o tematico da seguire, perciò non è necessario aver visto i capitoli precedenti. C’è sempre Max, che è sempre perseguitato dal ricordo di quanti non ha salvato ed è ossessivo e allucinato ai limiti del mad, si aggira sempre in un mondo desertico e dominato da bande, fino ad incappare nel posto e nell’inseguimento sbagliato: stavolta finisce nella cittadella di Immortan Joe (interpretato dall’inossidabile Hugh Keays-Byrne, il cattivo del primo film), che governa con pugno di ferro un avamposto dotato di una fabbrica d’armi, una riserva di benzina e una fonte d’acqua, che viene tirannicamente utilizzata per mantenere il dominio sui disperati che gravitano nella zona, marchiati a fuoco come proprietà del capo.

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Max diventa una sacca di sangue, un donatore universale che serve a mantenere in vita quanti, dopo incroci su incroci tra Joe e consanguinei, sono emofiliaci e variamente deformati: una traslitterazione carnale del ruolo che ha sempre ricoperto volontariamente, quello del cinico che si trasforma in altruista disinteressato di fronte al sogno folle di uno sconosciuto di fuggire dalla disperazione del mondo desertico in cui abita.
Nonostante lo spaventoso esercito di figli guerrieri, c’è chi non si è ancora rassegnato ad essere proprietà di Joe: l’imperatrice Furiosa (Charlize Theron) finisce per incrociare la propria disperata strada con quella di Max che, come il canone vuole, finisce per aiutarla con grande generosità disinteressata.

George Miller è riuscito dove praticamente tutti le grandi saghe hanno fallito. Mad Max è il ritorno di un franchise degli anni ’70/’80 che si spinge dove prima neppure la fervida fantasia dello sceneggiatore e regista poteva inoltrarsi senza perdere la propria essenza e la propria qualità. Le possibilità degli effetti speciali sono finalmente in grado di portare in vita ogni più più piccolo, folle dettaglio che abbia programmato, ma Miller è anche in grado (e si può dire davvero di pochissimi) di mantenere una concretezza, un realismo nelle sue immagini e nei suoi inseguimenti degni dei primi film: non viene inghiottito dalla tecnologia, la usa per portare il suo film a ritmo serratissimo dall’inizio alla fine, dominando magistralmente lunghissime scene barocche e visionarie di esplosioni, azione e inseguimenti, popolate di personaggi marginali, villain e uccisioni che ti si marchiano come assoluti cult sulla retina (parola chiave: chitarra elettrica).

Il film è rutilante, adrenalico, ritmatissimo, ma non è mai troppo veloce, convulso, anzi: sa prendersi lunghi momenti di respiro e introdurre una narrativa semplice, ma così profonda ed evocativa da rendere pregno di senso anche il combattimento più spettacolare. Anche il mondo desertico in perenne mutamento più che spiegato è narrato con piccoli tocchi, con dettagli che percorrono scenografie, costumi, trucco e che, unite agli accenni alla religiosità e credenze che serpeggiano tra questi disperati, creano un grande affresco che si regge sul non detto di sempre: come ci è finita l’umanità in questo deserto, come ci è finita Furiosa insieme a Joe, cosa è successo al suo corpo?

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Chi può dire di mantenuto la media di idee, trovate e colpi di genio che Miller mette in mostra anche qui, inalterata dagli anni ’80? Il timore di molti (io inclusa) era che alle nuove possibilità tecnologiche ed economiche non si affiancasse la storia ricca di idee e di messaggi a cui eravamo abituati, che è il vero discrimine che ha reso Mad Max un’icona cinematografica. Ancora una volta invece Mad Max è uno specchio del suo tempo: dove le crisi petrolifere avevano reso la benzina la nuova linfa vitale, ora si affianca la cronica domande d’acqua e di nutrimento.

Insomma, qui non solo le idee ci sono, finalmente c’è un protagonista che raggiunge una profondità caratteriale mai vista in Mel Gibson (sorry not sorry): Tom Hardy ha la fisicità giusta e in tutto dirà una cinquantina di parole, ma con i suoi modi bruschi, con i suoi cenni di capo, con le sue virate di volante e d’intenzioni restituisce in maniera sublime il tormentoso conflitto tra istinto di sopravvivenza e il disinteresse verso la propria salvezza che gli si agita dentro. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, c’è un’intero mondo dietro le iridi azzurre di Charlize Theron, che le solite fregnacce sulla donna forte ma con un’emotività dentro non potranno mai restituirvi. Il film ve la farà conoscere, dettaglio dopo dettaglio e per nulla al mondo vi anticiperò le fasi dell’incontro.

Oltre ai soliti guerrieri senza nome ma dalle manie e dalle tecniche di combattimento memorabili, ci sono due gruppi di personaggi femminili che hanno scatenato i peana di quanti hanno bollato il film come propaganda femminista. LOL. Posto che in una Hollywood come quella di oggi di film femministi ce ne sarebbe un gran bisogno, lascio a voi la riflessione su cosa significhi tutto questo clamore generato da un film che semplicemente mette personaggi maschili e femminili fianco a fianco, impegnati alla pari nella lotta per rivendicare il possesso del loro corpo e della loro umanità. Personaggi femminili assolutamente memorabili e meravigliosamente ambigui non sono certo nuovi per Miller (quello di Tina Turner rimane ancora un unicum nel cinema da 20 anni a questa parte): qui Miller sfrutta uno stereotipo estetico, rendendo letterale quanto il cinema perpetua metaforicamente sui corpi mozzafiato delle attrici d’oggi. Un concetto semplice, radicalizzato in un mondo distopico e capace di tirar fuori la speranza dalla violenza più feroce. Così diretto, così semplice nella comunicazione ma dotato di profondità di contenuto, che ho cambiato la testata del blog.

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Lo vado a vedere? Premesso che stiamo sempre parlando di un’epica tamarreide incentrata su folli inseguimenti, Mad Max: Fury Road è clamorosamente vicino all’essere un capolavoro del suo genere e una grandissima prova di cinema, qualcosa in grado di ricordarci la pochezza e aridità narrativa del cinema d’azione occidentale del nuovo millennio. Andate a vederlo, a meno che proprio i vostri gusti siano diametralmente opposti. Io sto già programmando una seconda visione. Primo, fortissimo momento esaltazione del 2015. Voglio il bluray.
Ci shippo qualcuno? No (o forse ero troppo commossa io dal fatto che il film fosse pazzesco), ma comunque andate. Parole chiave cult: chitarra, cesoie, Vodafone.

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