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Schermata 2015-05-20 a 02.21.38Ultimo italiano in gara nella sessantottesima edizione del festival di Cannes, Paolo Sorrentino conferma con la sua nuova pellicola due grandi verità che avevamo già intuito: la corazzata made in Italy quest’anno è fortissima ma probabilmente rimarrà con un pugno di mosche per le mani e il regista del terzo italiano in gara non vive più nello stesso mondo di noi comuni mortali.
Non è il primo film di Sorrentino ambientato in un esclusivo hotel svizzero, ma il distacco dal sublime Le conseguenze dell’amore non potrebbe essere più abissale: è finito per Sorrentino il periodo in cui poteva identificarsi con i perdenti che tentano inutilmente di prendersi una rivincita sul mondo, ora la sua mente condivide le preoccupazioni e le nevrosi di quanti si confrontano con il successo e il riconoscimento del loro eccezionale talento.

Youth, sin dal suo emblematico titolo, vuole condividere molto con il suo illustre predecessore: un grandeur narrativo carnale e felliniano accostato a una messa in scena così elaborata da risultare una continua giustapposizione di inquadrature precostituite, una riflessione sulla vita dell’artista tra il disincanto e la continua capacità di sorprendersi per ciò che lo circonda anche a fronte di una notevole esperienza di vita, ironia in punta di penna e grandi verità contenute in piccole battute memorabili.
Il mio timore era perciò grande, perché spesso La Grande Bellezza sparava nel mucchio, risultando talvolta bizzarro, in alcune svolte francamente ridicolo e raramente a fuoco. Nonostante l’incredibile palmares del film, Youth ci mette un quarto d’ora scarso a umiliarlo, dimostrandosi da subito una storia che ha una sua logica interna, che tenta di andare da qualche parte (oltre il ma quanto è bella e strana Roma) e che distilla il suo estetismo in una concreta azione cinematografica più che in una meraviglia contemplativa, a partire dalla ragionatissima sequenza con il titolo d’apertura.

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Youth è sì l’opera di uno degli esteti di questa epoca, ma quanto meno è radicata su un nucleo narrativo solido e che non si fa nemmeno fatica a raccontare: Fred e Mick, uno compositore l’altro regista, sono due amici di vecchia data che stanno trascorrendo una vacanza in un hotel esclusivo ai pieni delle Alpi. Fred, accompagnato dalla figlia e assistente, scansa con graziosa apatia le pressanti richieste di un ritorno in scena dopo il ritiro successivo alla morte di sua moglie Melanie, mentre Mick sta scrivendo il suo testamento filmico in compagnia di alcuni giovani sceneggiatori. Attorno a loro si affolla la solita galleria di ritratti grotteschi e paradossali dell’umanità tutta: c’è il personale che assiste gli anziani ospiti, la coppia silenziosa e misteriosa, un attore che sta studiando una parte per un film importante ma è tormentato dal blockbuster che lo ha reso celebre, Miss Universo in vacanza premio, Paloma Faith nel ruolo di se stessa, l’ex stella dello sport appesantita dagli eccessi, ci sono per sino dei saltimbanchi e una massaggiatrice perspicace. Non mancano poi i sogni, ad occhi aperti o nel buio del proprio letto e le immagini allegoriche: su entrambi Sorrentino avrebbe qualcosa da imparare dagli altri due italiani in concorso.

E quindi? Ancora una volta è difficile dare un giudizio a un film che è tecnicamente ineccepibile ma così personale, estetizzante e autoriferito per tematiche e modalità realizzative che tira fuori a tutti reazioni forti e quantomai variegate. I punti saldi della pellicola però ci sono, a partire da uno straordinario Michael Caine che, solo o in compagnia degli ottimi Harvey Keitel e Paul Dano, mette in scena il ritratto di un grande personaggio pubblico e di un autoritario e convoluto marito e padre di famiglia. Qualcuno direbbe “recitare in sottrazione”, fattostà che se Jep Gambardella sotto i suoi completi impeccabili e le sue ironie eleganti celava un nichilismo senza vie d’uscita e una narrativa senza direzione, Fred dietro ogni non detto o sciocchezza spesa in un dialogo nasconde un senso che diviene man mano più chiaro nello scorrere della pellicola e che finiscono per costruire un grande personaggio.
Questa stessa chiarezza d’idee sembra scaturire anche dai personaggi bizzarri o grotteschi, ma raramente superflui e gratuiti, che popolano anche questa pellicola: alcuni sono necessari alla trama (l vari bambinetti profetici), altri contano sul riconoscimento del personaggio fuori dallo schermo (Jane Fonda e Paloma Faith), alcuni però sono espressione del Sorrentino migliore, quello che cerca il grottesco nel rassicurante e la poesia nel popolare e tamarro (lo sportivo e la Miss col cervello), anche se tanta mattanza di carne e nudità sembra più un godimento personale che un’espressione artistica (il culo della locandina è davvero emblematico del contenuto del film?). Certo, sarebbe molto carino se per una volta il tormentato genio fosse femminile e le pur buone prove di Rachel Weisz e socie non si limitassero a divinità visione, compagna ancillare, femmina fatale, sovrastate e soggiogate dal genio protagonista, ma a quanto pare manco per sbaglio.

Insomma, siamo sempre di fronte al Sorrentino a caccia di lirismo ed elegia, quello che sembra trarre ispirazione dagli scampoli di conversazione che raccoglie nelle nuove cerchie esclusive che ora può frequentare, quello che non può fare a meno di riflettere sulla vecchiaia attraverso il filtro di un’importante, ingombrante eredità artistica. Anche se quasi sfacciato nella sua ricerca estetica, stavolta bisogna riconoscergli che scene come la galleria delle attrici o il binocolo sono sì molto consapevoli, ma anche riuscite.

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Lo vado a vedere? Polarizzata com’è la percezione del suo cinema, potete fidarvi del vostro istinto dopo La Grande Bellezza, di cui è la versione più riuscita. Sarebbe bello se ogni tanto Sorrentino si distraesse dall’alto e dall’elegiaco, concedendosi un po’ di quella leggerezza che tormenta alcuni dei suoi protagonisti. Sicuramente un esempio di cinema importante da vedere (e per una volta contenuto in due ore e spicci), ma personalmente continuerò a preferire per una rivisione le pellicole del primo Sorrentino, quello che visto attraverso il binocolo sembra lontanissimo.
Ci scippo qualcuno? Non posso dire davvero niente a parte: beh, c’è del materiale.

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