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fury“Gli ideali sono pacifici, la storia è violenta”: lo dice un Brad Pitt protettivo e paterno a un Logan Lerman condannato dal suo volto adolescenziale ad essere l’incarnazione vivente della recluta ingenua da iniziare, mentre con il loro carro armato M4 Sherman s’inoltrano in una Germania nazista sull’orlo del tracollo ma fermamente intenzionata a uccidere nella caduta quanti più soldati alleati possibili. Fury è uno dei migliori film di guerra degli ultimi anni, un prodotto ispirato e convincente, anche se non memorabile o rivoluzionario come Zero Dark Thirty. A volte però può bastare il ritratto di quella violenza quotidiana, talvolta ingiustificata ma spesso inevitabile che percorre la storia nei suoi episodi di routine, tra i suoi ranghi minori, il cui ricordo rimane in vita solo finchè ci sono superstiti. Il cinema è da sempre la culla ideale per queste storie “minori”, per raccontare la Storia con la esse maiuscola secondo prospettive personali, provocatorie, inaspettate ed emozionali. Oltre le buone intenzioni, il problema è spesso che il carattere quotidiano e realistico dell’episodio si perde completamente nel girato, ammantato di una retorica e di un patetismo che i soldati sul campo non vivono (in altre parole, Unbroken o Lone Survivor). David Ayer ha costruito la sua carriera di sceneggiatore prima e regista poi su una serie di lungometraggi incentrati sullo spirito di appartenenza ai corpi di militari e forze dell’ordine ed era lecito aspettarsi da lui una pellicola dove il sangue, il fango e il sudore fossero tutti al loro posto. Ridurre il suo risultato alla mera componente autobiografica della sua vita, che l’ha visto lavorare anche nell’esercito, sarebbe ingiusto, soprattutto la chimica che è riuscito ad innescare in Fury, che ha scritto diretto con un pigno autoritario sul cast, costretto ad allenamenti massacrati e a vivere per davvero nel carroarmato d’epoca ancora funzionante usato per le riprese. 1231428 - FURY Ispirandosi ai diari di alcuni celebri carristi americani, capaci di tener testa ai panzer tedeschi nonostante il grave ritardo tecnologico dei loro mezzi, Ayer rende giustizia a un momento storico adombrato dal gigantismo del D-day. Gli ultimi mesi di guerra in Europa per gli statunitensi furono i più crudeli, di fronte a una Germania che con il crescere della consapevolezza della sconfitta alimentava le aspirazioni al martirio di soldati e popolazione. Ogni strada, ogni crocevia, ogni paesino sulla strada per Berlino doveva essere impregnato dal sangue degli alleati prima di essere ceduto. In questo scenario da incubo Don “Wardaddy” Collier guida il suo carroarmato Fury e i suoi quattro compagni in una sequenza interminabile di missioni suicide oltre le linee nemiche, per spianare la strada alle prime linee dell’esercito americano. Il produttore Brad Pitt si porta a casa il ruolo più succoso del film, ma il suo ritratto di Collier amplifica la profondità del personaggio scritto da Ayer. Partendo dagli stereotipi del genere – il comandante inflessibile, il soldato geniale, il folle torturatore – Ayer sviluppa una versione realistica e intima del personaggio di Pitt in Inglorious Bestards, riuscendo a far convivere in lui le emozioni più forti ai due opposti dello spettro: Collier è un eroe di guerra e un torturatore che non rispetta il diritto internazionale, è protettivo e abusivo verso i suoi compagni, ora misericordioso ora vendicativo verso il nemico. La sua perfomance è aiutata dall’introduzione di Norman, lo stereotipo bidimensionale del novellino di cui Collier si fa padre putativo, creando un rapporto morboso (e altamente equivocabile) in cui lo inizia agli orrori della guerra ma sembra talvolta proteggerlo da ciò che in pochi anni lo ha trasformato nel leader che è.

le mani addosso

le mani addosso

Se Logan Lerman è la vittima sacrificale per potenziare la perfomance già ottima di Brad Pitt, bisogna riconoscere a Ayer di aver sbagliato davvero poco in fatto di comprimari e casting, bilanciando lo spirito di gruppo ai contrasti ideologici (e in particolare religiosi) di cinque uomini provenienti da realtà profondamente diverse degli Stati Uniti. In particolare la perfomance di Shia LaBeouf è impressionante, intensa a livello emozionale senza mai diventare celebrativa. Basta dire che non ho sentito il bisogno di prenderlo a sberle per la mancanza dell’espressione strafottente solitamente stampata sulla sua faccia. Fury è davvero un bel film insomma, anche se purtroppo non riesce a fare il salto di qualità e diventare qualcosa di memorabile: forse colpa della sceneggiatura solida che si chiude con un finale eccessivamente convenzionale, che stride moltissimo con quanto visto in precedenza. La regia invece non sbaglia un colpo, a partire dal titolo fino ai bellissimi titoli di coda. Oltre le difficoltà tecniche di ritrarre la Seconda guerra mondiale negli spazi angusti di un carroarmato senza rendere statica e claustrofobica l’azione, David Ayer sfrutta il crudo realismo della sua rappresentazione in chiave estetica, in scene d’azione in cui la natura cupa e il bagliore delle armi da fuoco vengono catturati in chiave quasi romantica (nel senso letterario del termine) dalla fotografia di Roman Vasyanov. fury4 Lo vado a vedere? Dopo le abbuffate di Maggio, è cominciato il solito periodo di magra estivo. Fury non è imperdibile se non per gli estimatori del genere – storico o cinematografico che sia – ma è comunque una prova davvero buona che vale la pena di vedere al cinema, soprattutto per i cinefili, perché sfrutta appieno il mezzo con particolare maestria. Ayer si riconferma ancora un regista da carattere peculiare e stile personale, che difficilmente mette il piede in fallo. Ci shippo qualcuno? Altra categoria che non dovrebbe mai mancare un’uscita tra camerati e militari è quella delle fangirl. Ahhhh, le gioie della vita al fronte: metti un gruppo di uomini in un rapporto di cameratismo governato dal massimo del machismo e preparati a veder piovere momenti equivoci. Questo film è soddisfacente, c’è solo l’imbarazzo della scelta: oltre all’ovvio rapporto tra il paterno Pitt (a cui il look militare dona sempre quel non so che) e l’imberbe Lerman (scommetto che deve sempre girare con la carta d’identità per comprarsi un misero spritz all’apertivo), devo dire che ho sentito delle vibrazioni omoerotiche tra Brad Pitt e Shia LaBeouf, il che è un’affermazione parecchio forte (c’è qualcosa di più emotivamente respingente di LaBeouf?) ma supportata da fatti e scene importanti. Invito le fangirl all’ascolto ad esprimersi in merito.

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