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tokyo5È sempre un po’ doloroso constatare come le sale cinematografiche oggi per sopravvivere debbano puntare più sulla nostalgia degli spettatori che sulla loro fame di novità. La pigrizia e l’avarizia spesso mascherate dietro la pretesa impossibile di avere tutto, bene e subito rendono più remunerativo puntare su vecchie pellicole che la gente può vedere a casa ma vuole rivedere in sala piuttosto che sulle nuove, amatissime, ma a patto di vederle dal divano e torrent di casa.
Un discorso a parte però merita la splendida iniziativa di Tucker Film che nel 2015 riporterà nei cinema italiani un mostro sacro del cinema giapponese e del Novecento: Ozu Yasujiro.
Sei film di uno dei nomi più noti ed amati della cinematografia giapponese torneranno nei nostri cinema nel corso del 2015, a partire dal più celebre e osannato, Viaggio a Tokyo. Un appuntamento imperdibile per i cinefili, gli estimatori del cinema giapponese e tutti gli amanti di una certa prospettiva sul Giappone e i suoi abitanti.

Stavolta non arrischio una recensione, perché sarebbe davvero troppo presuntuoso: Tokyo Monogatari è uno di quei imprescindibili per ogni cinefilo appassionato, un titolo immancabile in ogni classifica rispettabile sulla migliore produzione di sempre della settima arte; nel 2012 venne addirittura acclamato come miglior film di sempre da un sondaggio condotto tra 358 registi.
Osannato dai connazionali e immancabile riferimento nella formazione di molti autori e registi occidentali, bisogna ammettere che Viaggio a Tokyo l’età che ha la dimostra tutta, nel suo bianco e nero che tanto aveva bisogno del restauro finalmente giunto, nel suo 4:3 sempre impostato per quadri e scene simmetricamente costruite, nel suo montaggio dai ritmi dilatati.

Forse l’ammissione più difficile da fare è che Tokyo Monogatari e la produzione tutta di Ozu Yasujiro piacciono tanto perché hanno contribuito a formare quell’immagine culturale ed erotica del Giappone attraverso cui filtriamo qualunque imput provenga dal Sol Levante ancor oggi. Un paese fatto di persone gentili e introverse, di luoghi rurali splendidi, di gente semplice e soprattutto di donne indimenticabili per la loro gentilezza, umiltà, bellezza e spirito di sacrificio, sempre pronte a sacrificare la loro felicità per mettersi al servizio di genitori e mariti.

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È proprio su questa declinazione di virtù femminile che ruota tutta la storia del viaggio di due anziani coniugi dalle zone rurali all’industrializzata, enorme e incalzante Tokyo degli anni ’50. Giunti in città per fare visita ai figli, i due anziani si ritrovano a fronteggiare degli estranei, che dietro la gentilezza formale mal celano la poca disponibilità ad investire tempo, affetto e denaro per i propri genitori, troppo presi dalla loro vita e dal loro lavoro per rendere memorabile la visita dei due in città.
La bellissima, sfortunata nuora del figlio disperso in guerra sarà l’unica a rendere davvero omaggio ai due anziani, fedele al ricordo del marito e ai suoi doveri di moglie, nonostante il dolore, la solitudine e la paura per il futuro di donna sola al mondo.
Ruolo perfetto per Setsuko Hara, una delle prime vittime di un type casting tanto serrato che le valse il soprannome di “eterna vergine”. Fa quasi male vedere quanto il suo volto radioso e la sua dolcezza rendano struggente e adorabile un personaggio dall’abnegazione quasi insana, che abbraccia il proprio dolore e si nega persino il sollievo della critica, anche quando sono gli altri ad esortarla ad uscire dal ruolo che si è imposta.

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Sì, Viaggio a Tokyo perpetua quel mondo giapponese in cui piace cullarci senza curarci del dolore che imprime sulla società così imprigionata dai rigidi ruoli con cui si definisce, ma è comunque un film mastodontico, che sposa un’ambientazione così culturalmente caratterizzata a le corde universali del sentimento umano che tutti, a ogni latitudine, possono sentire vibrare nel profondo: l’ineluttabilità del tempo, la morte, il cambiamento inevitabile del proprio essere fisico e sociale con lo scorrere del tempo.
Una storia di vita e morte, campagna e città, genitori e figli: archetipi contrastanti mai banalizzati, di una semplicità frutto della raffinatezza e comprensione più estreme, mescolati con infinita saggezza, esaltati dalle interpretazioni di un cast di vera eccellenza (attori capaci di sostenere una recitazione sempre rivolta alla telecamera con naturalezza) e da una costruzione dell’immagine cinematografica che declina con modernità quello che l’arte ha fatto per secoli. Tokyo Story è una serie infinita di quadri, di tele che ritraggono gli interni giapponesi cittadini e di campagna, le scene quotidiane di vite degli umili, dei lavoratori, costruite con l’eleganza di un calligrafia orientale, sempre simmetriche, sempre armoniose nell’inserire il singolo sulla scena, nel creare profondità, nell’alternare il dettaglio di un volto a quello di un luogo e di costruire una storia tra giustapposizioni di immagini simili mostrate in vari punti della storia. Viaggio a Tokyo è uno di quei film che con il variare di un dettaglio esprime i propri monologhi, in cui i panni stesi ad asciugare, un marito seduto specularmente accanto alla moglie e poi solo, in cui anche le ciminiere della grande città raccontano una storia parimenti ricca a quella dei protagonisti, un susseguirsi di piccoli dettagli quotidiani che sembrano non aver sostanza, finché non ritraggono alla perfezione la storia di due generazioni, di tutte le generazioni.

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Viaggio a Tokyo tornerà nei cinema italiani il 22 giugno 2015: sul sito della Tucker Film trovate tutte le informazioni rispetto alle sale interessate e ai titoli che seguiranno nei mesi a venire: Fiori d’equinozio, Tardo Autunno, Il gusto del sake, Buon giorno, Tarda Primavera. Cercherò di parlarvene via via che usciranno nelle sale, ma voi fate conto che io ve li abbia già caldamente consigliati tutti.

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