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lob1Atteso a Cannes come una delle pellicole più interessanti e bizzarre della competizione, The Lobster ha sicuramente raccolto un responso critico positivo, anche se non sono mancate voci scettiche e in particolare molte critiche sulla parte finale del film e la sua chiusura.
D’altronde dici Yorgos Lanthimos come sceneggiatore e regista, dici stranezze a pioggia, proprio sul limitare del territorio lynchiano.
Sulla carta però un mondo distopico in cui chi rimane da solo deve entrare in una struttura alberghiera e riuscire in 45 giorni a trovare la sua dolce metà, pena la trasformazione in un animale e la liberazione nei boschi circostanti è quel genere di stranezza di cui siamo affamati. Una scrittura così ricca ed evocativa da valergli il premio come miglior sceneggiatura, però si sa: chi di allegoria fiorisce, di allegoria tendenzialmente perisce.
Ok, volevo tenervi un po’ sulle spine, ma la realtà è che personalmente ho molto amato questo film, più di quanto mi aspettassi e ben più della media dei responsi dalla Croisette.
La visione di Yorgos Lanthimos più che distopica si aggira in una dimensione che gironzola tra l’allegorico, il teatrale e il cinematografico, senza mai perdere una sua certa coerenza interna. Una volta accettate le regole del gioco, le voci monocorde, le situazioni surreali e un certo grado di finzione distaccata dalla realtà, la storia non solo non sbrodola su se stessa, ma riesce sempre a mantenere una chiarezza e coerenza interna invidiabili.

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È un mondo sfuggente quello di The Lobster, dove ci sono regole invalicabili ma non ci si sofferma mai a chiedere perché sia così, ed è proprio questo il suo fascino. Un mondo dove le persone si definiscono in base ai loro rapporti di coppia, dove la divisione tra accoppiati e solitari è nettissima, socialmente costruita e militarmente difesa. I personaggi che popolano entrambi gli insiemi perentoriamente divisi sono ossessivamente alla ricerca di uno status che li definisca in uno o nell’altro modo. Il dramma che li anima non sembra mai essere l’amore, bensì la sfumatura, la fase intermedia tra la condizione di solitario e di amante, l’innamoramento stesso.

A colpire non è solo il distacco, la freddezza calcolatrice con cui questi personaggi si rapportano, ma il rigetto e il disgusto verso le sfumature più istintive e naturali del sentimento. Colin Farrell è un uomo che sembra già destinato al fallimento della prova dell’hotel, passivo verso la prova ma aggressivo verso chi tenta un contatto, quasi masochista nelle proprie scelte, pronto a subire fino a scatenare la propria violenza in maniera feroce.
Come altri, è letteralmente ossessionato dal trovare il suo segno distintivo, il suo tratto che lo accomuni all’anima gemella, quasi fosse quello, e non la donna, il destinatario del suo amore.

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Intorno a lui si agitano mestamente nevrosi e figure da incubo, perché è un mondo dove l’amore non viene negato a nessuno, nemmeno a psicotiche anaffettive, basta che seguano le regole del gioco grottesco dell’hotel.
Nella foresta si cacciano invece i solitari che non hanno superato la prova. La parte finale del film è dedicata a loro, agli animali che la popolano e ai single che non hanno trovato o hanno rifiutato l’amore. Forse questa scelta denota un certo calo di tensione e ritmo, ma il film risulta ancora più feroce, utilizzando personaggi come quello ispiratissimo di Léa Seydoux, per ricordarci quanto siano grottesche e artificiali anche le motivazioni di chi rivendica una vita per sé, clandestinamente.

Un cast di personaggi introspettivi e morbosi abbinato a facce note ma sempre caratterizzanti, una fotografia meravigliosamente cupa dalla bellezza opprimente, un repertorio musicale che si fa notare per come sottolinea e amplifica questa bizzara riflessione su cosa cerchiamo veramente dentro noi stessi quando pensiamo d’amare.

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Lo vado a vedere? Serve un po’ di predisposizione alla stramberia e all’autorialità, ma difficilmente quest’anno vi capiterà di vedere un altro film sull’amore che si prende i rischi e porta avanti riflessioni dissacranti e feroci di questo livello. Una pellicola che non si riesce mai a anticipare veramente dove andrà a parare e a capire cosa ci stia suggerendo appieno, ma quello che si scorge è cupissimo e magnifico. Per orientarvi, sappiate che per atmosfere e linguaggio ricorda molto Under the Skin.
Ci shippo qualcuno? Avrei tanto voluto ma Ben Wishaw è così un grande attore che riesce ad essere incontestabilmente eterosessuale, se necessario. Posso dirlo? Tra l’anaffettiva Lea e la sveglia camerierina però…

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