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monutainsQuando il cartellone italiano non ci assiste, ci possiamo sempre addentrare nelle pieghe di Cannes. Nonostante in molti abbiano parlato di un’annata minore, contando che nella selezione della rassegna milanese mancavano almeno tre dei titoli di punta dell’edizione, il livello a mio parere è comunque mostruoso. Proprio in questi giorni si comincia a parlare del toto concorso veneziano: gli italiani sono quasi sicuri e tra gli stranieri è probabile che si pescherà dai numerosi avanzi francesi. Vale a dire che se Venezia 72 sarà più interessante del passato, lo si deve al fatto che quanto sono stati rifiutati da Cannes dovranno ripiegare sul lido, sempre che non si rifugino a Toronto.
A Cannes il livello è così alto cbe anche il nuovo film di un cineasta apprezzato e premiato come Jia Zhangke (Leone d’Oro per Still Life) rischia di passare quasi inosservato.

Non sono comunque mancati apprezzamenti per Mountains May Depart di Jia Zhangke, ma forse in una competizione meno affollata (e dalle decisioni di giuria meno raffazzonate) si sarebbe certamente distinto in maniera più netta.
Si tratta di un film importante per il regista cinese, che pur continuando a parlare della Cina di ieri e oggi tenta passi importanti e nuove vie: gira all’estero per la prima volta e si confronta con la difficile sfida di ambientare parte del suo film in un ipotetico, futuro 2025.
Non mancano però importanti riferimenti al passato, in primis la presenza dell’attrice feticcio di una carriera, Zhao Tao, assoluta protagonista della pellicola. Una scelta vincente e il principale attrattore di chiacchiere e apprezzamenti dalla Croisette, insieme all’utilizzo di una celebre canzone dei Pet Shop Boys in uno dei momenti chiave del film.

Pur riconoscendo che l’attrice rende giustizia a un personaggio a tratti prevedibile, a tratti emozionalmente complesso, è possibile che la nostra visione da occidentali della pellicola appaia così concentrata su dettagli e atmosfere perché incapaci di cogliere appieno il discorso confezionato dal regista.
Lo strato esterno del film è un melodramma molto cinese nei modi e nel suo iniziale sviluppo: la giovane, energetica Shen Tao è l’oggetto dell’amore dei suoi due amici storici: uno povero diavolo di grande tatto e gentilezza, ma poco ardito nel farsi avanti, l’altro un capitalista edonista e vanesio, ma così innamorato di lei da essere disposto a giocare sporco. ll primo segmento, ambientato negli anni ’90, è il più facilmente fruibile, ma anche il più convenzionale, perché è facile intuire quale sarà la scelta della protagonista e quale il futuro dei contendenti.

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Nel secondo segmento però il film prende un percorso inaspettato, lasciando da parte il triangolo amoroso e concentrandosi su Shen, giovane arricchita ma separata dal figlio in una Cina la cui anima rampante, i giovani adulti, sembrano essere irresistibilmente richiamati all’estero da una forza inesorabile, forse la stessa che condanna a un destino antico chi non sembra essersi adeguato alle regole non scritte della nuova Cina, specchiandosi nelle sofferenze delle generazioni precedenti.
Shen, provata dalla lontananza del figlio, ha incanalato il suo entusiasmo giovanile in una forma più pacata e dolorosa, ma ha mantenuto un spirito allegro e giusto. Il suo difficile, tumultuoso rapporto con il ragazzino, che passa attraverso la nuova mama che popola i loro momenti d’intimità, regala scene toccanti e quasi minimali, lontane dal melodramma quasi compiaciuto della prima parte.
La terza parte è la più coraggiosa, ma anche la meno riuscita. Un po’ per l’oggettiva difficoltà di tirare le fila di rapporti umani e amorosi sempre più stranianti, in un 2025 in cui la Cina vive solo come ricordo per parte del cast, un po’ per l’infausta scelta di parlare in un inglese posticcio, a tratti incomprensibile, ma soprattutto per la nefasta scelta di coinvolgere un paio di attori madrelingua che sembrano passare per caso sul set tanto è il distacco con cui recitano le loro battute.

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Siamo così abituati a posizioni nettissime sulla Cina (il filone che la incensa tramite le sue grandi dinastie -cfr. Zhang Yimou- quello che la critica e contesta apertamente) che questa descrizione sfumata e questa continua presenza indiretta sembrano quasi non parlarci non essere rivolte davvero a noi. L’impressione è che i tre punti temporali scelti dal regista non siano così significativi per lo spettatore occidentale, che percepisce il cambiamento cinese a posteriori, graduale ed omogeneo nel tempo, interpretabile e con un forte accento positivo o negativo.

Quello che è apprezzabile da tutti, oltre alle tematiche classiche del regista (la Cina delle piccola borghesia e degli umili, il desiderio difficilmente definibile di volersene andare, il cambiamento economico che convive con la miseria) è lo straordinario approccio visivo del film, sempre alla ricerca di soluzioni e stacchi lontani dalle codificazioni occidentali. Per esempio l’immagine diventa via via più ampia, così come l’orizzonte degli eventi del film, nei tre segmenti, girati rispettivamente in 4:3, widescreen e cinemascope, fino a coronare nel titolo piuttosto tardivo, che fa la sua comparsa mezz’ora dopo l’inizio.
Non solo questa ricerca compositiva e del movimento rende il film molto differente da ciò che il nostro occhio di spettatori è abituato a seguire nella storia, ma rende con particolare efficacia il versante malinconico e senza tempo che filtra ogni racconto cinese del regista.

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Lo vado a vedere? Pur non essendo prerogativo come Still Life, Mountains May Depart conferma il deciso talento del suo autore e la sua visione mediata attraverso il ricordo di una Cina che sta scomparendo sotto i nostri occhi. Certo presuppone interesse e attenzione, ma anche questa pellicola conferma la capacità di Jia di affiancare ai suo cast un elemento fondamentale con il luogo dell’azione, creando anche per gli elementi naturali un filo narrativo, spesso dominato dal rimpianto.
Ci shippo qualcuno? Sì, me stessa con le vassoiate di ravioli di carne alla griglia che la protagonista continua a cucinare in quantità pantagrueliche per tutto il film.

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