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exma2L’uscita italiana, peraltro chiaramente suicida per date e modalità, si è fatta talmente tanto attendere che i motivi d’interesse nei riguardi di Ex Machina si sono lentamente spostati dal suo essere il film scifi piccola rivelazione dell’anno corrente all’essere la prima prova registica di colui che porterà su grande schermo la trilogia Southern Reach di Jeff VanderMeer.
L’estate ci porterà la solita triste profezia che si auto-avvera: il film andrà quasi certamente malissimo, arrivando in sala mesi dopo la disponibilità di una copia in qualità più che consona attraverso i canali alternativi che tutti conosciamo, con buona parte dei siti/blogger di riferimento che ne hanno già ampiamente parlato e con i pochi che gli avrebbero concesso una chance in sala a godersi le meritate ferie chissà dove, probabilmente lontano dal numero non impressionante di sale che si conquisterà.
Alex Garland non è un novellino della fantascienza, anche se è la prima volta che si siede dietro la macchina da presa per un progetto di questa importanza. Ha lavorato con Danny Boyle per 28 giorni dopo, ha adattato il best seller più fantascientifico di Kazuo Ishiguro dando vita al sottovalutatissimo Non lasciarmi e sta scrivendo l’adattamento di Halo. Non sorprende quindi che arrivi alla regia con una sceneggiatura che, sviluppando uno dei tempi più amati dal cinema di genere – l’intelligenza artificiale e l’interazione uomo macchina – riveli da subito un livello di raffinatezza e di confronto alla tematica non indifferente. Avercene, di sceneggiatori come Garland, capace di intessere il più classico dei sottili, tensivi thriller sul rapporto tra uomo e macchina, con tutte le svolte topiche del caso (il dubbio costante su chi sia umano e chi no, chi stia manipolando chi, quale sia il livello di autocoscienza del drone), mollando appena la tensione sul finale ma senza lasciare dietro di sé discrepanze narrative o peggio, dialoghi banali.

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Nonostante sia londinese di nascita e abbia lavorato con uno dei registi più iper saturi e chiassosi a più riprese, il suo primo, misuratissimo passo nel mondo della regia sembra venire direttamente dal profondo nord Europa, e non solo per le splendide ambientazioni e il design modernista e minimale della casa/laboratorio dove si svolge l’intera vicenda. In tanti di fronte a un film tanto sviluppato sul profilo psicologico e molto dilatato sui tempi hanno citato Kubrick, ma qui io sento più quella sottile nota scandinava, quelle atmosfere rarefatte in cui tutti sono incredibilmente posati, padroni di sé e alla mano ma lentamente si fa strada la consapevolezza che le lunghe lame dei coltelli si prenderanno il loro tempo, ma arriveranno.

D’altronde per quando visivamente rifinito, quasi anestetizzato da una fotografia e una traccia sonora davvero prepotenti nel tentativo di piacersi e piacere, la trama di base è sempre quella dello scienziato che si diverte a fare Dio, mettendo alla prova le sue intelligenze artificiali, ingannato dalla falsa certezza di poter capire e manipolare a piacimento le stesse. Il vero valore aggiunto della pellicola è il twist contemporaneo che questo ritratto assume: oltre che ad essere il solito scienziato che procede più o meno consapevolmente ad avviare l’estinzione del genere umano, in Nathan non è difficile scorgere il thycoon dell’era dei social media: un uomo curato e ego-riferito che esibisce con sfrontatezza la sua ricchezza, il suo stile casual e la sua barba, ironico e cordialmente feroce nello strato superiore, abusivo ai limiti del sadico appena sotto, eppure anche preda del suo stesso, estremo grado di consapevolezza, autodistruttivo ma talvolta solidale. Uno dei grandissimi meriti del film è aver affidato a Oscar Isaac questo ruolo, gestito dall’attore con così grande padronanza da elevare davvero il grado di ambiguità della pellicola, facendola sconfinare in un ritratto di certe corporazioni di oggi. Senza Isaac il film sarebbe stato irrimediabilmente più banale e la sua grande interpretazione cambia, e di molto, gli equilibri emotivi dello spettatore.

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Se a una prima visione lo spettatore è naturalmente portato a schierarsi dalla parte del giovane, ingenuo programmatore Caleb (Domhnall Gleeson), in un punto abbastanza equidistante tra Nathan e Ava, rivedendo il film con maggiore consapevolezza e calandosi nel punto di vista di Nathan sembra quasi di assistere a un’altra pellicola, come se finalmente ci fossimo anche noi, a tirare i fili della vicenda faustiana.
Alla sempre più richiesta Alicia Vikander tocca l’ingrato compito di mediare tra il personaggio sulla carta più affascinante (l’intelligenza artificiale acuta ma per certi versi ingenua che vorrebbe uscire dalla sua prigione e testare lei stessa i limiti della sua umanità), la necessità di giocare a carte coperte per buona parte del film e il peso di una rappresentazione meccanica e robotica estremamente affascinante, ma innegabilmente caricata di un profondo erotismo. Ad Ava viene negata l’identità umana, ancorché fasulla, ad esclusione del volto. L’impatto visivo (e le implicazioni della scelta di Nathan) è notevole, ma in un certo senso comprime la libertà del personaggio, intrappolato in quel kink biomeccanico quasi esclusivamente femminile in cui il cinema indulge sin dai tempi di Metropolis.

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Lo vado a vedere? Una pellicola imperdibile per gli appassionati del genere, dei thriller psicologici e dei raffinati, autocompiaciuti piccoli film autoriali. Visivamente estetizzante e narrativamente intrigante, Ex Machina ha un solo limite: probabilmente chi lo voleva vedere nel Bel Paese ha già provveduto a recuperarlo. La scelta di Garland sceneggiatore di non tradire la natura robotica di Ava sul finale, di non farla cedere al fattore umano, di mantenerla aliena all’organico a costo di inquietare lo spettatore umano, fa davvero ben sperare per Annihilation.
Ci shippo qualcuno? Vabbé dai, si sa che quando il tuo capo ti invita nella sua mega villa solitaria e comincia giocare con la tua mente con completo distacco e tu hai la faccetta gentile di Gleeson e lui gli occhi penetranti di Isaac, chi vuol vedere cose le vedrà. Mi pare fisiologico.
Momento cult che merita una gif:
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