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Schermata 2014-10-23 a 14.46.26Karen Joy Fowler e la sua protagonista Rosemary cominciano a raccontare la loro storia dal centro e io farò lo stesso. Più o meno un anno fa  scrivevo per la prima volta di We are all completely beside ourselves, dopo l’enorme successo di critica e pubblico che l’autrice aveva ottenuto con il titolo (andando vicino all’apice raggiunto con Jane Austen Book Club) ma prima che si portasse a casa la vittoria al prestigioso PEN/Faulkner.
Ovvero nel periodo in cui ottenne una nomination al Nebula da assoluta outsider. A generare scalpore non fu tanto il nome dell’autrice, che tra ibridazioni e contaminazioni non si era mai allontanata troppo dal territorio surreale, fantastico e talvolta magico, ma il titolo in questione.
Dopo averlo finalmente letto nell’edizione italiana, rimane anche per me un mistero. Niente fantastico, niente fantascienza, bensì scienza pura e semplice, con le ripercussioni morali, psicologiche e umane del suo esercizio.
Proseguo con un’ammissione di colpa: influenzata dal meraviglioso film cinemozioni5 che il suo libro ha generato e con solo vaghissimi ricordi dei suoi romanzi precedenti, a prendermi più in contropiede non è stato il tanto millantato colpo di scena attorno a cui ruota il primo terzo del libro, bensì la bravura della scrittrice. Questo libro di Karen Joy Fowler è un esempio tanto atteso di come uno spunto davvero buono può diventare un romanzo strepitoso se affiancato a uno stile e a una costruzione all’altezza del mestiere. Un potente, doloroso ricordo che lo spunto, per quanto geniale, è tale, un punto di partenza, e a un certo punto la scrittura deve intervenire. Sarà stata anche una disposizione d’animo particolarmente favorevole e la mancanza di tempo libero (che per me si rivela sempre essere inversamente proporzionale alle ore effettivamente dedicate alla lettura, con un sentito vaffanculo del mio ritmo circadiano) ma ho letto le sue trecento e passa pagine in meno di una giornata.
Il merito è indubbiamente dell’autrice, che partendo dal centro e lasciando dietro di sé omissioni evidenti e trappole a carte coperte, riesce a mantenere un continuo senso di imminenza all’interno della sua storia. Il tutto da vera maestra, senza mai dare l’impressione di voler tormentare il lettore, ma solo stuzzicarlo, mostrandogli parte del disegno e poi facendolo riflettere su come ha completato le linee tra i vari frammenti grazie al metodo non convenzionale con cui gli sono stati presentati. La costruzione in questo caso è parte integrante del racconto e forse il miglior modo possibile di raccontarlo: difficilmente con uno stile lineare e cronologico il romanzo risulterebbe così emozionante e forse anche la storia di base ne uscirebbe svilita.

Comincia dal centro, rispondeva allora, un’ombra contro la luce del corridoio, stanco della stanchezza serale che conoscono solo gli adulti.

Il peggior servizio che si può fare a questo libro recensendolo non è quello di spoilerarne il supposto passaggio chiave (cosa che comunque non farò ma che in alcune edizioni era automaticamente annullata dalla copertina stessa), bensì ricondurre le sue qualità a quell’unico elemento.
In questo senso mi ha stupito molto meno la nomination al Booker, perché la trama principale si inserisce nelle tematiche da sempre attenzionate da quel premio. Rosemary, la narratrice del romanzo, ha subito un repentino cambiamento di carattere tra l’infanzia e l’età adulta, diventando da logorroica a taciturna, allontanandosi dai genitori. Al suo fianco non ci sono i fratelli, Lowell e Fern, di cui le riesce difficile parlare. Cosa è successo alla spensierata ragazzina di un tempo, costretta in pochi anni a cambiare tre dimore, separata da un velo invisibile e una mancanza tangibile dai suoi affetti più cari?

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Siamo tutti completamente fuori di noi mi è piaciuto? La risposta è ingannevole, così come lo sono sempre i libri che si divorano nell’arco di poche ore. Una relazione bruciante basata sulla seduzione dello stile o della storia sul lungo periodo può suscitare ricordi sbiaditi o reazioni blande. Essendo già accaduto in passato, sarò molto prudente, ma ci sono almeno due elementi che mi fanno pensare che considererò questo titolo della Fowler un gran libro anche tra un paio di anni.

siamo2Il primo è la sua protagonista, soprattutto in relazione alla famiglia che la circonda. Parte del motivo per cui non riuscivo a staccarmi dal libro era il racconto angosciante dei periodi intercorsi tra i tre, forse quattro momenti strazianti in cui Rosemary decide il suo futuro, momenti che finiscono sempre per colorarsi di gelosia, tradimento, accidia. I passaggi cruciali per lei sono anche quelli in cui dà il peggio di sé, ma sono anche il risultato di decisioni di cui lei non è stata partecipe che ne hanno scritto la vita sin dalla nascita, aspetto di cui non sembra essere consapevole.
Non mi riferisco solo al rapporto con il padre, a quanto lui sia disposto a sacrificare di lei in nome della scienza, ma anche e soprattutto del ricatto emotivo che domina il rapporto con il fratello, in cui Rosemary è completamente schiacciata dal senso di colpa per qualcosa di cui, a conti fatti, non conosce che i contorni imprecisi.
Rosemary è una Briony messa nella condizione di espiare sin da piccola una sua colpa le cui sfumature non le sono chiare e verso cui l’innegabile affetto familiare è stato così mal espresso prima e dopo il fattaccio da averla gettata nel terrore di essere abbandonata e di essere una carnefice, per poi scontrarsi dolorosamente più volte col concretizzarsi di questa paura.

il valore dei soldi è un raggiro perpetrato da chi ne ha troppi nei confronti di chi non ne ha: sono I vestiti nuovi dell’Imperatore in versione globalizzata.

Il secondo punto di forza è il fatto che pur non essendo particolarmente d’accordo con il punto di vista espresso dal libro, mi sono sentita partecipe dei destini dei personaggi che lo incarnano, Fern e Lowell. Senza averlo trovato toccante o commovente quanto altri che si sono sciolti in lacrime durante la lettura, è sicuramente un libro che contiene in sé un elemento tragico e attualissimo, alimentato da colpe mai espiate che continuano a ferire vittime e carnefici, incapaci di affrontarle a viso aperto e parlarne esplicitamente, mentre la memoria ne inquina i rispettivi punti di vista e allontana ancora di più la possibilità di una riconciliazione. Soprattutto, è un modo sensibile, opportunamente sfumato e accuratamente problematizzato di presentare un problema (e una visione del mondo) che solitamente tende a portare persone e scrittori sulle barricate.
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Lo leggo? Non vanificherò gli sforzi fatti nell’intero post rivelandovi ora quali sono i temi portanti su cui riflette il libro. Vi basti sapere che la nomination al Nebula è quantomeno fuorviante, mentre invece è un ottimo candidato dalla longlist molto discutibile dello scorso anno del Booker Prize.
Lo svolgimento somiglia a quello del magnifico Espiazione di Ian McEwan, ma il fulcro non è appunto la possibilità di ottenere il perdono, bensì la definizione della colpa stessa, prima che l’incertezza porti via a Rosemary, Lowell e Fern quel poco di legami affettivi e possibilità di scelta che rimangono. L’ambito di riflessione è quello scientifico, ma più come questione di metodo che come disciplina specifica, finendo per entrare in ambiti che stanno riscrivendo, nel bene e nel male, la nostra coscienza morale collettiva di questo secolo.
O detta spiccia: per un pubblico di lettori che non disdegnano il piangerone da Booker, come dice Manuela,
è bellissimo

Ci shippo qualcuno? Guarda, io a un certo punto tra Rosemary e la tizia scroccona all’università ci avevo visto cose, almeno da parte della protagonista, ma quel piantagrane di Lowell purtroppo ha messo presto fine a questo sogno.
L’edizione italiana di Ponte alle Grazie è tradotta da L.Berna. Non ha un prezzo poi esorbitante, ha una bella confezione, una traduzione che mi è sembrata corretta stilisticamente e sicuramente ricca di profondità e una copertina che è il giusto compromesso tra lo standard italiano della fotografia evocativa sparata di default in copertina e il contenuto del romanzo. Contando che nemmeno tra quelle inglesi (spoilerose o meno) si è riusciti a fare molto di meglio, va benissimo così.

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