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cannes umimachiDa rappresentante habitué del Giappone sulla Croisette, Hirokazu Koreeda può anche presentarsi in concorso senza nessuna particolare mira ai premi che contano. Pur non essendo una quota orientale dovuta, come per esempio accadeva durante il dominio mulleriano della Laguna, indubbiamente gode di una certa priorità rispetto a una marea di colleghi europei che in particolare quest’anno hanno dovuto sgomitare per accedere alla gara o a una delle sezioni più chiacchierate.
Il regista giapponese si presenta invece con un film che pende più verso il commerciale che l’autoriale, per di più basato un un manga, per quanto blasonato. Eppure Koreeda non ha avuto problemi d’accesso. Probabilmente ha giocato a suo favore la straordinaria capacità di ritrarre il proprio Paese.
La ragione più convincente per avere Koreeda a Cannes è la sua identità e la sua capacità di portarla su grande schermo. Dopo Like Father, Like Son, ci troviamo di fronte a un altro pezzetto di quotidianità, a un’altra storia di famiglia, ma soprattutto a un altro frammento d’identità giapponese. Il Giappone torna su grande schermo nella sua forma più quotidiana e tradizionale, semplicemente raccontandosi, senza sottolineare la propria identità o diversità con orgoglio o alienazione.
È un Giappone lontano dalle metropoli e dai ritmi forsennati della stereotipata efficienza nipponica: è il Paese su piccola scala, la periferia immersa nella natura e in un ritmo d’altri tempi, incarnata da una piccola cittadina affacciata sul mare.

Umimachi Diary (diario di una città di mare) è anche e soprattutto un adattamento di un manga famoso di un’artista notissima a livello locale e tempo addietro sbarcata con esiti disastrosi anche in Italia (non perché Banana Fish non fosse il capolavoro che è, quanto piuttosto perché non ha saputo trovare un suo pubblico in quel mercato di lettori italiani di manga degli anni ’90, forse perché non esisteva). Purtroppo non posso giudicare accuratamente il lavoro di adattamento del regista, qui anche sceneggiatore, se non basandomi su una manciata di capitoli del manga che sono riuscita a leggere, ma l’impressione è il film rimanga fedele alle pagine di carta, non solo a livello di trama, ma anche per composizione dell’immagine e inquadrature.

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D’altronde Umimachi Diary, vincitore del Manga Tasho e candidato a qualsiasi premio rilevante esista in patria, non si prestava certo come materiale di partenza per uno di quegli adattamenti sopra le righe, vivacissimi ma anche irrimediabilmente pacchiani che la televisione e il cinema giapponese sfornano senza sosta. Il perché sia così amato in Giappone non è difficile intuirlo, se persino allo spettatore occidentale ispira un profondo senso di nostalgia per tradizioni, rituali e consuetudini parte della propria identità spesso dimenticata o impossibili da perpetrare negli angusti spazi cementati della città.

In questo senso Our little sister si rivela essere un’opera molto vicina ai canoni letterari giapponesi: un setting naturale rigoglioso e pacifico, una casa tradizionale ormai vetusta ma piena di calore, e soprattutto il lento ripetersi delle stagioni e dei riti, delle feste, delle esperienze familiari connesse alle stesse. Se le assolute protagoniste sono le tre sorelle e la piccola sorellastra che finisce un po’ per caso a vivere insieme a loro alla morte del padre comune, è evidente come la cittadina marina e il suo contesto familiare influenzino profondamente le loro vite.
Come slice of life risulta estremamente delicato ed emozionale, sospeso com’è tra la descrizione delle sottili tensioni che il secondo matrimonio del padre e l’abbandono della madre hanno creato tra le tre sorelle maggiori, che vivono insieme nella loro vecchia casa, e il tenero coming of age della loro sorellina, che si inserisce pian piano nella routine della casa e della loro vita.

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C’è una certa dose di compiacimento estetizzante nella pellicola, che si snoda come un lunghissimo susseguirsi di piccoli capitoli, episodi quotidiani, che via via fanno evolvere il rapporto tra sorelle e permettono di inquadrare i loro caratteri e le loro aspirazioni. Quattro attrici tanto brave quanto graziose, una vecchia casa e un paesino strappati a una cartolina, un susseguirsi quasi pornografico di cibi e tradizioni legate alla cultura giapponese, che faranno la gioia soprattutto di quanti, attraverso i manga e gli anime, con queste tradizioni un po’ ci sono cresciuti.

La pellicola dà la sensazione di essere quasi eterna, senza fine nel concatenarsi di tanti eventi marginali che riproducono molto bene l’effetto della vita vissuta giorno per giorno. Non è però noiosa o pesante, anzi: la sensazione è quella di un lungo, lento abbraccio, che trasmette pian piano il proprio calore allo spettatore. Soprattutto perché la forza del film sta nella gentilezza e nella solidarietà con cui affronta anche i momenti più drammatici, lasciando un’impressione di una grande forza interiore contenuta anche nei gesti più piccoli.

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Lo vado a vedere? Umimachi Diary è uno di quei film che lascia un’aura addosso allo spettatore, un’impressione che ti fa uscire dalla sala migliorato, purificato, o anche solo un po’ più felice. Non ci sono molte speranze di vederlo nelle nostre sale, almeno a breve, anche perché ha raccolto un consenso generale piuttosto ampio, ma senza strafare. Per quanti amano la dimensione più umana (e buddhista) della cultura giapponese, per quanti ne amano l’esoticità , per gli estimatore degli slice of life o per chi ha bisogno di un piccolo film che senza essere melenso faccia bene al cuore.
Ci shippo qualcuno? No, però non guardatelo se avete fame perché, come ogni prodotto culturale giapponese, è avviluppato in una sequenza vouyeristica di leccornie che vanno affrontate a stomaco pieno.

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