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kumikoEsistono due universi cinematografici: quello delle sale, dei trailer e della cartellonistica e quello dei piccoli festival, dei film underground e del passaparola. Due insiemi che si intersecano infrequentemente, ma presso la cui area d’intersezione sta l’appassionato medio di cinema. Questo per dire che anche se piccolo, lontano e con pochissime possibilità di approdare in sala, in quanto appassionati di cinema è probabile che abbiate già sentito parlare di Kumiko the Treasure Hunter, la sorpresa dell’edizione 2014 del Sundance Film Festival, forse che l’abbiate anche già visto.
Con il suo approccio da film tipicamente da Sundance, la sua estetica vagamente naif e il suo metalivello cinematografico non poteva che toccare il cuore di tanti. Quando però un critico di Variety l’ha inserito nella lista dei migliori film dell’anno finora visionati, è arrivato il momento di parlare più a fondo di questa pellicola.
Kumiko, the Treasure Hunter è un prodotto da Sundance, nel senso vagamente dispregiativo che questa locuzione ha cominciato ad assumere dopo i primi anni di fulgore del festival. D’altronde basta aprire la pagina ImDb del regista e comprimario David Zellner per essere investiti da una raffica di titoli e locandine da Sundance. Cosa sottintenda questa espressione non è semplice spiegarlo a chi non abbia vissuto da testimone, anno dopo anno, il deterioramento di quello che in pochi anni si era imposto come il baluardo del cinema americano altro, piccolo, artistico, appassionato, indipendente.
Con il cristallizzarsi dei prodotti presentati in concorso e delle regole non scritte che li fanno tutti somigliare a un guazzabuglio omogeneo di ambizioni mal riposte e denunce mal espresse, il Sundance ha finito per livellare i prodotti che dovrebbe esaltare, trasformando idee potenzialmente esplosive – come quella che sta alla base di questo film – nel vuoto, noioso ripetersi di un canovaccio prestabilito.

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Peccato davvero, perché con il suo voler inseguire una leggenda metropolitana e darle modo di vivere una realtà, seppur cinematografica, la pellicola aveva tutte le carte in regola per dire qualcosa di davvero importante, o quantomeno cinematografico.
Kumiko, 29enne misantropa, incastrata in un lavoro che mal tollera e dove è mal tollerata e la necessità di stare lontano della madre ossessionata dal bisogno di accasarla, vive in uno stato di solitudine ed isolamento assoluto. A farle compagnia ci sono solo il suo coniglietto Bunzo e una magnifica ossessione: quella di trovare il tesoro nascosto da nelle nevi di Fargo. Il bottino è quello del celebre film, la VHS Kumiko l’ha scovata in una grotta nei pressi della spiaggia, l’inspiegabile e illogica ossessione della giovane sembra aggrapparsi a quel cartello iniziale “tratto da una storia vera”.

Quella di Kumiko è peraltro un raffinato gioco di realtà e finzione, in quanto si tratta della trasposizione cinematografica di una leggenda metropolitana, quella secondo cui una giovane giapponese ritrovata senza vita nel nord degli Stati Uniti sarebbe morta cercando il tesoro attorno a cui ruota il film Fargo. In realtà la poveretta aveva posto fine alla sua vita a causa di un amore sfortunato, ma il film di David Zellner si propone l’affascinante intento di dare corpo alla leggenda, trasformando il film in una continua sospensione tra dramma realistico e racconto folcloristico d’atmosfera incantata.
Intento lodevole, purtroppo mal supportato dalla scrittura e dalla regia della sua evoluzione, che getta al vento un incipit magnifico, non si capisce nemmeno troppo bene come. Da una parte abbiamo l’alienata Kumiko, dall’altra l’alienante contemporaneità giapponese, la sua timida, risoluta follia contro un percorso per lei prestabilito in cui non le riesce proprio di adeguarsi.

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Sulla carta è tutto perfetto e anche l’interpretazione di Rinko Kikuchi (come sempre molto realistica quando c’è da parlare inglese in maniera stentata) dona la giusta allure a Kumiko, quella follia pacata ma profondissima e apparentemente sempre mal interpretata dagli altri.
E allora? Niente, regia, ritmo e sceneggiatura girano progressivamente sempre più a vuoto, portando il film sul binario della noia e della lentezza man mano che si sta per raggiungere il picco narrativo. i tempi si dilatano quando dovrebbero serrarsi e per quanto riuscito sia l’accostamento grottesco di Kumiko con persone che non ne intuiscono la gravità del disagio, risulta via via sempre meno realistico il mantenersi di una sottile parvenza di normalità nella vita della ragazza.
Per quanto poi faccia sempre piacere vedere un film che denuncia la pressione enorme che la popolazione femminile giapponese subisce ancora oggi, messa all’angolo dall’impossibilità dopo i 25 anni di scegliere la carriera e rifiutare il matrimonio, per chi ne conosce un minimo la realtà risulta difficile credere che la questione venga continuamente affrontata in modo tanto diretto, quasi sfacciato, piuttosto che non sottili allusioni laterali.

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Lo recupero? Kumiko è il classico film schiacciato dall’evoluzione sfuggita di mano di un’idea potenzialmente vincente, in una confezione che già pensa a come ingraziarsi il pubblico del Sundance. Non è un brutto film, accurato com’è nel stuzzicare un certo senso estetico che abbiamo verso le terre selvagge e le giapponesi piccine picciò, ma sicuramente a fine visione uno non si sente portato a promettere di ripetere l’esperienza. Per i cinefili è una tappa del 2015 quasi obbligata, purtroppo nonostante le tante recensioni più che positive l’impressione più forte che trasmette è quella di una grossa occasione sprecata.
Ci shippo qualcuno? No.

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