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uncle1Dopo un ventennio di carriera e undici lungometraggi diretti con il suo stile sfavillante e distintivo, Guy Ritchie è il regista inglese d’azione, con buona pace dell’amico e collega Matthew Vaughn.
All’uscita dalla sala con ancora addosso l’entusiasmo e il divertimento che Operazione U.N.C.L.E. sa suscitare, mi sono chiesta come mai non sia mai uno di quei nomi che sfoggiamo nelle discussioni sul cinema del cuore. Non parlo dei registi della vita, parlo di quelli che però hanno una produzione dalla linea precisa con un paio di titoli memorabili sbanca botteghino e magari qualche piccolo gioiello da riscoprire, con situazioni e inquadrature ricorrenti, vere e proprie firme su pellicole di medio alto livello. Alla fine quando siamo sul divano, la sera, tanti blasonati film d’autore vengono messi da parte in favore di una rivisione di film come questi, brillanti, stilosi, ironici ma mai banali o vuoti. Guy Ritchie è tutto questo e forse tendiamo a darlo quasi per scontato.

Con buona pace di Ritchie, stavolta l’amico Vaughn è decisamente una spanna avanti nell’anno in cui tutti i registi di cui ci importa qualcosa hanno deciso di girare un film di spionaggio. Kingsman: the Secret Service è stato un colpaccio inaspettato, forse il migliore in attesa di vedere il calco di tutte queste pellicole, James Bond, scendere in campo a novembre.
Non concordo però con chi ha tratteggiato The Man from U.N.C.L.E. come un film minore o con meno smalto rispetto ai precedenti del regista (nonostante tutto il tempo speso a piazzare i puntini ogni volta che si cita il titolo), forse calcolando già quanto sarà difficile per questo film raggiungere un peso rilevante a livello d’incassi, preceduto da una fitta schiera di pellicole simili (M:I Rogue Nation è ancora nelle sale italiane) e strizzato tra un’estate con cinema insolitamente gremiti e un autunno affollatissimo, dato il fuggi fuggi generato dalla comparsa di Star Wars in una delle settimane più propizie per le uscite cinematografiche.

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Rischia di passare inosservato anche una delle conferme del film: Guy Ritchie ormai va col pilota automatico e sforna film ineccepibili uno dopo l’altro, apparentemente senza sforzo. Stavolta poi lo spazio di manovra era molto più ristretto, dato che stiamo parlato di un adattamento cinematografico inseguito da decenni a cui tanti hanno ambito (anche il Tarantino post Pulp Fiction) e che ha generato una pila di decine e decine di sceneggiature scartate. Ritchie ha convinto dove altri hanno fallito, ha scritto una versione cinematografica ruggente dell’omonima serie televisiva anni ’60 insieme a Lionel Wigram e ha tirato fuori l’ennesima pellicola che combina azione e ironia con un gusto impeccabile.

Il discrimine è quindi quanto siate parziali al fascino del cinema di Ritchie, dove il realismo soccombe all’estetismo ultra glamour e al gusto impeccabile dei dialoghi tra protagonisti, stavolta potenziato dal contesto temporale vintage e dalle ambientazioni italiane che fanno sembrare l’espressione “da cartolina” riduttiva, su tutte un’imponente, suggestiva Roma.
Pur continuando ad utilizzare la formula ormai cristallizzata del duo di protagonisti maschili affiatati ma in perenne battibecco, non c’è un momento di stanca o un sentore di ripetitivo mai, anzi: passati quei venti minuti necessari ad accettare che Henry Cavill, un pompiere americano d’aspetto e un Superman nato, possa interpretare i panni di un ladro gentiluomo icona di stile e fine conoscitore di moda (impresa non certo aiutata dal doppiaggio italiano, che gli attribuisce una voce poco conforme alla sua immagine), ci si ritrova come sempre piacevolmente avviluppati nelle fughe rocambolesche e nei litigi con Armie Hammer.

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In tutta sincerità nel terzetto protagonista Cavill rischia di scomparire per il dislivello tra la sua perfomance (ruolo a cui è stato legato fino all’ultimo Tom Cruise) e quella di Hammer, che ultimamente si è infilato in un disastro dietro l’altro ma con la sua rigida spia russa con un father issue grosso così e uno stoico senso della patria ci ricorda che si meriterebbe di più. A brillare davvero, pur non godendo degli irresistibili battibecchi dei due, è Alicia Vikander, che mostra nettamente lo stacco tra il recitare egregiamente, il recitare bene e il calarsi nel personaggio con apparente, assoluta naturalezza.
Al fianco del nostro Luca Calvani a posteriori la performance migliore la dà Elizabeth Debicki, che da sola costituisce un motivo più che valido per vedere il film. Il mistero dietro quegli occhi azzurri è come sia possibile che con due ruoli secondari (la ricordate brunetta ne Il Grande Gatsby?) riesca a farsi notare al pari dei protagonisti, eppure non la si veda che, appunto, ai margini. Ai tempi di Luhrmann non si parlava che di lei e anche qui, la magia che fa con la sua femme fatale assoluta, che per antonomasia è affascinante ma di fondo priva di interiorità. Certo, le conturbanti mise e il trucco sofisticato rendono impossibile non notarla, ma quando sai trasfigurare il villain più stereotipato e caricaturale del film in una nube di mistero fascinoso, significa che è un delitto trascurarti così.

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A livello produttivo, siamo di fronte al solito lavoro leccatissimo di Ritchie, ulteriormente impreziosito da un’attenzione maniacale a trasformare il clima da guerra fredda in uno sfoggio di eleganza vintage. Quando riesci a mantenere questa eleganza in una scena d’azione godibile e mai prevedibile, ma soprattutto così personale, forse qualche osannato regista dagli inseguimenti confusi e contraddittori dovrebbe prendere carta e penna e segnarsi qualche appunto. Qui si passa dal primo giocoso inseguimento automobilistico a Berlino Est a uno molto più cupo sotto un cielo livido e piovoso e il cambio di registro è perfetto, proprio grazie all’abilità di collegare eventi e mantenere l’azione chiarissima del regista.
Dei suoi dialoghi irresistibili non c’è bisogno che vi parli: siamo comunque di fronte a un lungo prequel in cui due spie, una russa e una americana, usano come esca una meccanica berlinese più che autonoma e intelligente per stanare un pericoloso traffico di armi, per cui le occasioni per bugie, ribaltoni, doppio-triplo gioco e ripicche non mancano mai.

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Lo vado a vedere? L’unico vero limite di The Man from U.N.C.L.E. oltre al ritmo diesel con cui Cavill entra nella parte è il fatto di ridursi a un lungo, gigantesco prologo di quello che dovrebbe essere il punto della vicenda, in un film che è 100% Guy Ritchie. Avercene di prologhi così, dal ritmo sostenuto, genuinamente divertenti, capaci di aderire al modello bondiano di Roger Moore senza diventare macchietta, rimanendo sulla scia di quel grande successo di Sherlock Holmes senza però risultare ripetitivo. Forza, tutti al cinema.
Ci shippo qualcuno? Quanto mi sei mancata ShipSheep, quanto! Non è certo una novità che Ritchie sia un maestro del bromance, ma vi propongo questa riflessione: è il regista a concedersi di essere più esplicito o è l’asticella che va alzata a fronte di un livello medio di fraintendibilità omoerotica ormai alto anche in pellicole insospettabili? Ai posteri l’ardua sentenza, alle fangirl l’obbligo morale di verificare di persona, tentando di non emettere urlettini estatici mentre il film degenera lentamente. Non c’è bisogno che vi dica altro, avete presente le interviste di Robert Downey Jr e Jude Law per i due Sherlock no?

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