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southpawSi respira aria di autunno cinematografico: Venezia si spiega senza troppi colpi di scena, le uscite settimanali si avviano a diventare sempre più psichedeliche e, con un mesetto di anticipo sul calendario, esce la pellicola in cui Jake Gyllenhaal ci ricorda con agilità come possa portarsi a casa un qualsiasi film che ruoti attorno a una sua performance totalizzante, per modi e scelte occhieggiante all’Oscar, ma senza la piacioneria e i grossi nomi di un Leonardo Di Caprio idolo delle folle e dei meme.
Dopo Gyllenhaal detective alcolizzato e Gyllenhaal morboso giornalista di Studio Aperto, il nostro prosegue nel suo programma volto ad attirare l’attenzione dell’Academy con una figurina che non poteva mancare: il pugile in cerca di riscatto. Il dramma di Southpaw, che gira intorno alla solita, prevedibile metamorfosi fisica dell’attore e alla sua irreprensibile performance, è che non ha un momento in cui non sia esattamente il film tipo che avete visualizzato qualche riga fa.
Ora, io di non sport non ne so molto e di pugilato men che meno, ma mi bastano cinque secondi di meditazione per tirar fuori un paio di pellicole recenti sulla falsariga di questa, ispirata ora alla volontà del regista, pugile dilettante e cultore dello sport, ora allo spunto biografico fornito da Eminem, che avrebbe dovuto essere il protagonista del film: The Fighter e Warrior, ad esempio.
Sulla carta stavolta non avrebbe dovuto essere il solito Gyllenhaal show, non trattandosi di un piccolo film o di un esordio ma di un discreto assemblaggio di nomi già affermati. Antoine Fuqua si è costruito una discreta carriera sulla sua abilità di ritrarre i bassifondi e la strada da cui risalgono i suoi protagonisti e come sceneggiatore Kurt Sutter dovrebbe essere sinonimo di innovazione e qualità. Aggiungiamoci un certo tocco d’innovazione e un taglio tra il televisivo e il realistico (come accadeva in Nightcrawler, appunto), con cameramen e commentatori abituali della HBO coinvolti negli incontri che aprono e chiudono il film, per renderli quanto più possibile simili agli eventi che si vedono in tv.

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Cosa si andato storto non è chiaro, ma Southpaw non ha proprio l’aspetto del risultato di questa equazione, anzi: è uguale a mille film che l’hanno preceduto, incapace di aggrapparsi agli spunti positivi che semina dietro di sé, impaziente di correre verso un finale scontato e prevedibilissimo, tanto che la parte più esaltante del film è l’apertura, quanto va tutto bene e Billy Hope, imbattuto pugile mancino incline alla strategia suicida di prenderle di santa ragione fino ad assestare il suo colpo mortale, è un padre e marito ricco, amorevole e molto amato. La crisi è ovviamente dietro l’angolo, ma la sua gestione mette in crisi il film, che fino ad allora era riuscito a dire qualcosa di interessante parlando dall’interno del tradizionale mondo del pugilato.

A splendere ancor di più del protagonista ad esempio è Rachel McAdams, un’arricchita al pari del marito pugile, tutta abiti provocanti, unghia finte e pragmaticità finanziaria, eppure solida e amorevole, il vero punto focale della vita di Billy, il classico uomo che dietro i pugni d’acciaio nasconde un cuore buono e una mente facilmente malleabile.

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È proprio a partire da questo identikit che però il film s’incaglia, dando spiegazioni frettolose e di comodo alla rovina economica e spirituale di Billy e imbastendo senza grazia alcuna la sua risalita. Non mancano poi gli spunti che avrebbero dato una profondità al personaggio e ne avrebbero rafforzato l’etica (il suo coinvolgimento con i giovani boxer del quartiere non avrebbe meritato un punto d’arrivo?), ma vengono irrimediabilmente abbandonati per concentrarsi sui workout massacranti a ritmo forsennato di un OST più graffiante della media.

Il resto potete immaginarlo da voi: la classica trasformazione fisica con cui Jake Gyllenhaal legittima ancora una volta una performance impeccabile, con tanto di testimonianze sulle ore di allenamento e le percosse subite, le spalle ora capaci di ovviare ai momenti più deboli (Forest Whitaker) ora vivide note di folklore “street” (50 Cent). L’immagine ha un taglio aggressivo e televisivo, soprattutto quando dalla narrazione si passa all’azione sul ring, dove di fatto si sono ricreati gli scontri, ripresi come avverrebbe per qualsiasi avvenimento sportivo. Il tutto in 40 giorni d’intensa lavorazione che valgono a Gyllenhaal la solita stella di merito a fine anno e una nota di demerito a Kurt Sutter, che rifiutò sdegnato di scrivere un remake del classico del 1979 Il Campione, in nome di un’originalità di cui non c’è traccia nella pellicola.

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Lo vado a vedere? Riservato agli amanti dei film sportivi consapevoli di trovarsi di fronte a una pellicola che li porrà davanti a una lunga parte centrale senza boxe e a nessuna riflessione sul significato di questo sport e a chi non si nega mai una dose di Gyllenhaal show.
Ci shippo qualcuno? Ovviamente no, però Rachel McAdams moglie e madre dall’estetica strappona è meravigliosa e ci induce ancora una volta a riflettere sul fatto che Gyllenhaal può recuperare in scioltezza almeno un film l’anno che ruoti tutto attorno a lui e lei, così dotata e conforme per di più conforme al canone di bellezza hollywoodiano, si debba accontentare delle briciole o delle strong female character di True Detective.

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