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ricki1Eravamo rimasti a Diablo Cody che ci delizia e ci delude a fasi alterne con le sue figure femminili senza compromessi, per rispondere alla domanda in sospeso del titolo italiano di Ricki and the Flash, meglio noto come il film in cui Meryl Streep fa la rockettara agée.
Purtroppo, dopo il graffiante Young Adult, stavolta tocca alla delusione, con un commedia familiare e romantica che non riesce a gestire appieno la sua protagonista e il suo finale, finendo per lasciare una nota ancor più passeggera dell’occasione sprecata.
Dopo l’adolescente filosoficamente incinta, la ragazza mostruosamente sexy e la trentenne tragicamente immatura, la galleria di personaggi rock di Diablo Cody si arricchisce della terza fase della vita di una donna con Ricki. Una donna sopra i cinquanta che per una volta è rock and roll in maniera letterale, dato che suona con la sua band The Flash ogni sera mentre sbarca il lunario lavorando come commessa da Whole’s Food. Nel suo presente c’è la tranquillità di chi non ha sfondato ma fa ancora ciò che ama, a costo di numerosi compromessi, e il gigantesco non detto dei suddetti: un ex marito e tre figli, venuti su nella sua quasi completa indifferenza.
Quando però la figlia Julie viene mollata dal marito e vive una grave crisi psicologica, Ricki risponde alla chiamata del marito e vola da lei, a confrontarsi direttamente con gli spettri del passato materno divenuti adulti, che non vedono l’ora di presentarle il conto.

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La Ricki di Meryl Streep è l’incrocio gioioso da un’anziana a disagio con la tecnologia e una nostalgia costretta a cantare Bad Romance per appagare il pubblico più giovane. Una che ha pagato il suo sogno a caro prezzo ma che sostanzialmente è contenta della sua scelta, almeno fino a quando si ritrova costretta a tornare tra le testimonianze viventi dei natali passati.
Inutile precisare che la Streep se la mangia tutta, treccine e trucco sfatto compreso, anche se con quell’approccio che mette al centro l’attrice e non il personaggio. La vera sorpresa e forse il personaggio più autenticamente codyano è la figlia Julie, abbandonata e tradita dal marito, interpretata da Mamie Gummer, che si è vista un po’ ovunque (per esempio io la associo al suo ruolo in The Good Wife, sai che novità). Una donna cresciuta per essere l’opposto dell’esempio fornitole dalla vera madre la cui cieca fiducia nella famiglia e nel matrimonio s’infrange contro il più banale dei tradimenti, facendola cadere nella disperazione e nella depressione, rendendola improvvisamente tagliente come un rasoio nei suoi sprazzi di abituale dolcezza.

Alla fine però accade quanto un po’ tutti ci aspettavamo: la possibilità di avere la madre al fianco, anche solo per rinfacciarle di averla abbandonata, dà a Julie una possibilità di uscita e a Ricki una per entrare finalmente a far parte della famiglia che si era lasciata alle spalle senza abbandonare le vestigia malinconiche del suo sogno musicale.
La pellicola non è mai incisiva quanto uno si aspetterebbe dai nomi coinvolti e anzi, non mancano i segnali di una brusca virata nell’irrealistico e fatato territorio dei cinemozioni5, purtroppo confermati da un finale davvero irritante nella sua insensatezza rispetto a quanto prima successo e nella sua smania di rassicurare lo spettatore di fronte ad eventi nemmeno lontanamente drammatici. Posticcio è riduttivo e, dato quanto poco si era fatto in precedenza, una mossa così azzarda non può che valere la bocciatura di un film di cui non sentirete la mancanza.

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Lo vado a vedere? Decisamente non la prova più incisiva per Diablo Cody alla sceneggiatura e Jonathan Demme alla regia, è il solito momento da Meryl Streep fa cose in maniera nemmeno troppo entusiasmante. Peccato per Mamie Gummer, l’unica a brillare in una perfomance complessiva tanto scialba.
Ci shippo qualcuno? Io non posso accettare un film in cui ci siano due fratelli e quello gay NON sia interpretato da Sebastian Stan.

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